Pill 80

Forse passò un minuto o forse un solo istante mentre sprofondava nell'abisso nero-verdastro, che soffocava il respiro con l'indimenticabile odore della neve sciolta. Ma fu come se il tempo svanisse. Pensò: "E' la fine!". Poi: "E meno male!". E nel separarsi dalla vita vide immediatamente, con tranquillità e chiarezza, tutti i suoi giorni e se stesso bambino, giovane, adulto. Queste cose si affacciavano ai suoi occhi chiusi contemporaneamente e in una strana prospettiva, come se lui che guardava fosse non a lato né al centro, ma in ogni dove. Come se fosse diventato così alto e ampio da comprendere in sé la terra, il sole, le stelle, ogni cosa... E distinse tranquillamente cosa fosse male e cosa bene, quando era stato cattivo e quando bravo, e cattivo si vedeva quando era vissuto senza amore, senza coscienza, cieco. E subito in questo universo risuonò una strofa della goffa poesia che aveva composto sull'albero... E subito dopo, più veloce di un lampo, comparve una luce diffusa che coprì, come bruciandoli, tutti i fantasmi dei ricordi ed era viva, imperiosa, allegra... Davyd Davydyč capì che era vivo e voleva vivere. Il cuore batteva strenuamente. L'acqua gli entrava in bocca e nelle narici. Dette uno strappo, la pelliccia, come una corazza, gli cadde dalle spalle e Davyd Davydyč, toccando con i piedi il fondo di ghiaccio, ritornò a galla, respirando avidamente il freddo vivo che lo pungeva.
Il cavallo baio era più avanti; sporgevano dalla neve la sua testa e la criniera, cui si era aggrappata la mano di Andrej. Il cavallo e il mužik si staccarono a poco a poco dalla neve, si spinsero verso l'acqua limpida, la rapida corrente fece per raggiungerli, li afferrò, li fece mulinare e li trascinò lungo la riva erta. Dietro a loro si staccò una grande isola di neve che rivelò Davyd Davydyč, il quale, liberatosi dalla neve fradicia, si mise a nuotare come loro, trasportato dalla corrente, cercando a lungo di aggrapparsi a qualcosa e graffiandosi contro il pendio argilloso. Finalmente, in un punto basso, afferrò il ramo di un citiso, appoggiò il petto alla riva, poi si spinse fuori, uscì e si avviò traballando.
La luna era proprio sopra la sua testa. Nelle pozzanghere ovali, in tutte, si rifletteva l'intero cielo con le stelle e la luna rotonda; passandovi accanto, Davyd Davydyč spezzava con lo stivale gli specchi sottili di queste pozze... Poi si fermò, a fatica si voltò e cominciò a guardarsi attorno. Sulla riva, lì vicino, erano stati spinti dall'acqua Andrej e il morello.
Davyd Davydyč con gran fatica si levò gli stivali e corse verso il villaggio. Gli altri valloncelli gli arrivavano alla vita. Sull'orlo dell'ultimo, vicino a un granaio del mir, nella luce lunare, sedeva immobile un canuto guardiano... - Corri a chiamar gente, un affogato! - disse Zavalisin indicando col dito la direzione da cui era venuto e quando il guardiano, avendo finalmente capito, si mosse, egli proseguì il cammino verso il bianco campanile, dietro al quale, tra due tigli, sorgeva la casa di Olen'ka.
Olen'ka stava seduta su una cassapanca coperta di feltro, stringendo la testa tra le magre mani. Il suo abito di tela blu era sgualcito; la nera calza della gamba sinistra era scesa, la scarpa era appesa per la punta.
La candela sul tavolino da gioco tra le due finestre, con gli scuri chiusi, si rifletteva nello specchio polveroso, sulla cui superficie erano tracciate molte linee confuse: evidentemente le persone vi si specchiavano pensando ad altro e vi passavano il dito sopra. La stanza era bassa, intonacata; i mobili erano in disordine. Su una parete senza finestre c'era il letto matrimoniale, sfatto.
Olen'ka, con gli occhi chiusi, si dondolava stancamente, timorosa di guardare anche il letto non rifatto. Era finito da poco un attacco: un insopportabile incubo che la distruggeva ormai da un anno. Olen'ka riposava: nella sua mente malata non c'erano pensieri. Il suo corpo curvato dalla lotta, sfinito, si dondolava come il pendolo, che ticchettava, solo nel silenzio, avanti e indietro, scivolando tra due fiorellini della tappezzeria. Il suono del pendolo era l'unico: taceva anche il grillo, che abitava dietro la stufa ed era un condiscendente interlocutore nelle lunghe sere. Sulla fiamma volò una mosca, ma alla fine anche questa, dopo essersi bruciata le ali, fece un giro e tacque.
Solo una volta Olen'ka si interruppe ed ebbe un tale tremito che la sciarpa cadde e le braccia, che reggevano la testa, caddero sulle ginocchia. Ma era ormai un tremito casuale, come un lampo ritardatario dopo il temporale...
La sua memoria, tutta la sua coscienza era in quel momento coperta da una fitta nebbia; e solo, appena viva, come una scintilla in quelle tenebre, la speranza di ricevere una lettera di risposta, di rivedere forse ancora colui che aveva sempre amato, la spingeva a dondolarsi, aggrappandosi a una vita ormai intollerabile.
All'improvviso scricchiolarono i gradini, qualcuno entrò nell'ingresso e cadde pesantemente sull'assito. Olen'ka inorridiva sempre più: la paura la perforò come un ago, ella spalancò i suoi enormi occhi adombrati da cinerei cerchi, si strappò dalla cassapanca, afferrò la candela e corse nell'ingresso sostenendosi allo stipite della porta.
Nell'ingresso dal pavimento di assi, bocconi, giaceva Davyd Davydyč, con le braccia raccolte sotto di sé. La sua giacca ghiacciata sporgeva in fuori come fosse di cartone; i piedi, con i calzoni strappati, erano insanguinati.
Olen'ka portò una mano al petto e, reggendo con l'altra la candela danzante, lanciò un urlo. Dalla porta laterale della cucina, aggiustandosi il fazzoletto, accorse la cuoca. Olen'ka si sedette sopra il corpo e con ambedue le mani afferrò la testa di Davyd Davydyč, cercando di sollevarla e di guardarlo negli occhi.
E' arrivato, si è ricordato, - disse Olen'ka, voltandosi, - respira, muove gli occhi...
Mamma mia, corro dai vicini, da sole mica lo spostiamo, - strillò la cuoca e si precipitò in strada.
Davyd Davydyč cominciò a gemere cercando di sollevarsi da solo. Olen'ka lo aiutava tirandolo per le spalle. Finalmente egli riuscì a dire:
Olen'ka!...
Dimmi, caro! Cosa, tesoro? Non ce la faccio... Adesso vengono...
Olen'ka, grazie a Dio... - e, senza finire, tornò a giacere, sospirò, poi, sollevandosi all'improvviso, si sedette contro la parete.
Aveva gli occhi foschi, i capelli ghiacciati andavano di qua e di là. Fissò a lungo la candela, poi gli ricadde la testa. Olen'ka rimase a bocca aperta.
Entrarono battendo i piedi i vicini di casa, tre fratelli, contadini; salutarono, si scambiarono ordini pratici: - La testa, tu prendi le gambe e non urtare – riuscirono finalmente a sollevare Zavalisin, lo portarono nell'izba e lo misero seduto sulla cassapanca.
Bisogna togliere i vestiti e versare due tazze da tè di vodka con il sale, - dissero i mužik.
La cuoca corse, portò la vodka e una tazza; Davyd Davydyč, a fatica, la trangugiò e cominciò a gemere a gran voce, senza aprire gli occhi, come se il più fosse passato.
L'alcol però fa effetto! - dissero ridendo i contadini; erano appena usciti che ritornò di corsa la cuoca gridando:
Ma dov'è la vodka? Mamma mia, portano il nostro Andrej...
Dio sia lodato, - disse Davyd Davydyč e crollò giù...
Olen'ka lo abbracciò con una mano, con l'altra prese a slacciare e togliere i suoi abiti bagnati, guardandolo sempre in viso e sorridendo malinconicamente ai suoi gemiti...
Con addosso una coperta, Davyd Davydyč giaceva supino nel letto. Gli occhi adesso gli brillavano, la pelle del viso era rossa e secca. Olen'ka camminava senza posa con passi veloci sulla passatoia. Zavalisin diceva:
Ricordate che l'avevo giurato? Ed ecco che sono arrivato. Sto bene! Però, Olen'ka, perché ho freddo?.. Come se avessi del ghiaccio sotto i fianchi, o è perché ho mandato giù tanta acqua? Avevo una tale inquietudine in questi giorni e pensavo: cosa dovrà succedere? Possibile che sia la morte? Non volevo morire!.. Ma mai avrei immaginato che morire fosse come nascere di nuovo... La paura l'ho avuta per un attimo, quando sono finito sott'acqua... E' stato tremendo, ma poi bello! Che luce ho veduto, Olen'ka... Aveva origine in queste distese. E sai, mi pareva che questa luce fosse anche tutta dentro di me...
Olen'ka gli si avvicinò, gli passò una mano sul viso e riprese a camminare.
Non ho capito la tua lettera, - riprese lui, - da chi ti devo salvare? Chi ti tormenta, visto che tuo marito è morto?
Taci, taci, - lo interruppe in fretta Olen'ka e si adagiò svelta sul letto accanto a lui. Egli chiuse gli occhi.
E Olen'ka, azata la testa, guardava non il suo volto ma oltre, all'altro angolo del letto, come se ci fosse anche un altro adagiato accanto alla parete. Rimase a lungo a guardare: nei suoi occhi sempre più scuri comparve l'orrore. Scivolò giù dal letto, riprese ad andare avanti e indietro, poi si sedette come prima sulla cassapanca.
So che è una fantasia o chissà cos'altro, - disse piano e in tono disperato – ma in tutti i casi è orribile: lui viene ogni notte!! Adesso addirittura viene anche di giorno. Si mette a letto, esige, minaccia. E qui c'è il buio, - Olen'ka si toccò la tempia, - pensieri non ne ho più, solo frammenti. E non ho forza di volontà. Lotto, lotto, lotto. Ma adesso le forze si sono esaurite.
Non disse altro. Scese dalla cassapanca e mormorò:
In effetti, non è morto per conto suo, ce l'ho portato io... Non sono mai stata sua moglie. E' per quello che mi picchiava la notte. Si inginocchiava, mi baciava i piedi, stava fino all'alba a convincermi... Poi mi buttava a terra... Tirava sempre in ballo te. Si arrivò al punto che cominciò a cercare la morte e a usare questo come minaccia. Io gli dicevo: "Che vuoi fare, ti ho sposato per cattiveria e non ti amo, come faccio a farti da moglie? Muori se non lo puoi sopportare". Ma quando lo trovarono nel fiume e me lo portarono morto, compresi che non mi avrebbe lasciata in pace. Ogni giorno, ogni giorno, peggio ancora di quando era vivo, viene a tormentarmi. Anche adesso è qui...
Le gote di Davyd Davydyč si accesero. Con sforzo sollevò le ginocchia sotto la pelliccia, sospirò, sorrise e, sollevando un braccio, prese la mano di Olen'ka.
Non pensarci, - disse, - vieni a letto.
Olen'ka con impeto gli afferrò la testa, la strinse ed esclamò in tono lamentoso: - Ah, è ancora qui, guarda.
Davyd Davydyč voltò la testa. Sul letto, al suo fianco, vicino alla parete, era sdraiato uno sconosciuto, sgradevole, magro, scuro, con la faccia lunga e cattiva. Il corpo, stretto, in un abito grigio, era disteso, la testa tutta voltata, le gonfie palpebre serrate a chiudere Dio sa che occhi...
Davyd Davydyč ridacchiò con una smorfia e disse:
Eccolo qua! Beh, sei venuto per noi? Su, portaci via... E se tu fossi un mio delirio? Perché sei così schifoso? Invece io oggi ho visto un'altra cosa. Ho visto una luce che scendeva e risaliva. Ho visto il Respiro del Mondo. Non ci voglio venire con te. Bisogna mandarti via. Metterti alla porta. Schiacciarti al muro.
Davyd Davydyč voleva sollevare il braccio e non ci riuscì. Allora chiuse gli occhi. Un'onda di calore gli raggiunse in breve tempo la testa, gli velò gli occhi e lo infiammò... Cominciò a parlare in modo sempre più veloce e incomprensibile... Intanto lo sconosciuto piegò un dito facendo cenno di accostarsi. Dalla parete saltarono fuori degli animali che passarono sopra la coperta, scesero a terra, strisciarono sotto il letto e lo sollevarono facendolo dondolare.
"Perché tanto tormento" baluginò nella coscienza di Davyd Davydyč... E, aggrappato al lenzuolo, si mise a pensare con precipitazione al perché. Ma, da sotto, le setole perforarono il materasso e presero a pungergli la schiena... "Ma di cosa, davanti a chi sono colpevole?" gli percorse la coscienza come un fuoco. Raccolse i ricordi con tutte le sue forze e allora comprese tutto; ma lo sconosciuto cominciò ad arrotolare la coperta togliendogliela dai piedi, poi gli si gettò addosso e fece per ficcargli la coperta in bocca...
Ansante, Davyd Davydyč saltò giù dal letto e rovesciò la candela. E, nel buio, a terra, allargando le braccia, chiamò forte Olen'ka. Le tenere mani di lei subito lo cinsero, gli nascosero il viso in petto, contro il vestito, e la cara voce lontana disse:
Non aver paura, piccioncino mio, sono qui, non vado via.
Olen'ka, Olen'ka, - diceva Davyd Davydyč, - perdonami...
Adesso ho capito, sono tremendamente colpevole... Ti amo, cercherò di meritarti... Io e te non siamo vissuti, non possiamo lasciarci, non possiamo morire. Lascia pure che ci chiamino e ci tormentino, noi resteremo seduti così, abbracciati, tesoro mio. Unica al mondo. Che amore è il nostro! Che luce!
I valloncelli si erano sistemati e l'ultimo freddo delle gelate notturne si era sciolto al sorgere del sole. I viaggiatori da tempo erano partiti per le loro destinazioni; i proprietari terrieri e gli agricoltori stavano organizzando la seminagione; come sempre le autorità correvano scampanellando; si erano già asciugate le strade ed era spuntata fuori l'erba, liberando in pieno sole le invisibili allodole, ma solo in aprile Davyd Davydyč riprese per la prima volta coscienza e chiese l'ora.
Tutto quel tempo Olen'ka non si era allontanata dal suo letto, aveva ascoltato il suo delirio e aveva pregato perché il suo dolce amico non morisse; il suo amore per Davyd Davydyč si faceva ogni giorno più profondo e tenero. L'amore prese il posto di tutti i sentimenti di prima e all'amore non si opponeva più nessuno.
Solo una volta, prima di sera, mentre Davyd Davydyč dormiva tenendo le magre braccia sul petto e Olen'ka era vicino alla finestra, nel cielo azzurro, in basso, veleggiò una strana nuvola. Andrej stava attraversando la strada conducendo un vitello attaccato a una corda; una bambina con gli occhi neri e i capelli corti correva con in mano un pezzo di pane nero riportando all'ovile le pecore: una nera, una bianca e un montone; le pecore non avevano paura e non volevano andare avanti, mentre il montone, abbassate le corna, guardava il pane; un vecchio canuto riposava adagiato di traverso sulla panchina esterna dell'izba; sporgendosi dalla finestra delle loro due izbe due donne bisticciavano: ma nessuno guardava la strana nuvola. Essa correva dritto alla finestra. Olen'ka si strofinò gli occhi, ma proprio allora Davyd Davydyč si mosse e gemette; lei, con un tremito, come se avesse strappato una ragnatela, accorse da lui, si mise in ginocchio e, amandolo con tutta la sua vita e ogni goccia del suo sangue, gli chiese con tenera compassione cosa gli facesse male, se non stesse meglio... Davyd Davydyč tranquillo aprì gli occhi, sorrise a lungo e domandò:
Anima mia, che ore sono?... - e quando si fu riaddormentato, stavolta probabilmente con sonno ristoratore, lei tornò alla finestra. La nuvola si era sollevata, era sopra la casa; color lilla di sotto, era bianca e rosata, densa, come una aerea isola che volasse, con le chiese, le cupole e gli alberi innevati.
"E' la nostra terra," pensò Olen'ka, "lui guarirà e ci trasferiremo là. Che bello! Senza ricordi e senza astio...".

(tratto da Aleksej N. TolstojValloncelli, pagg. 75-84. Racconto contenuto in Grammatica dell'amore, Edizioni Stampa Alternativa)

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