Due giorni, una notte (di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2014)

Nota: Sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Nati e cresciuti nei dintorni di Seirang, i Dardenne hanno una sviluppato una percezione dell'etica professionale che affonda le radici nelle lotte operaie degli anni '60 e '70. Considerando solo il loro Cinema di finzione, fin da La promesse è evidente una certa familiarità con i mestieri manuali, a volte apparentemente disgiunti dal tema principale del film eppure ad esso inossidabilmente connessi.
Sandra è la loro prima protagonista adulta a non essere filmata nello svolgimento della propria professione. Le sequenze nell'azienda sono una manciata, e mai "sul campo". Gli ambienti sono piuttosto la casa, l'auto, le strade, e soprattutto le case dei suoi colleghi – soglie spesso varcate per la prima volta. Narrazione e filosofia che la sorregge combaciano.
Dedicano appena quattro sequenze in tutto agli "invisibili", artefici di logiche del "mercato professionale" (espressione che assume sempre più spesso un significato allegorico) aliene ai princìpi fondanti del lavoro e indirizzate chiaramente e unicamente al mero raggiungimento del profitto. Le loro strategie sono sempre le solite, a cambiare è il linguaggio. Se c'è da operare dei tagli al personale è colpa della crisi, mentre i trattamenti sindacalmente dovuti vengono spacciati per concessioni. Del resto, se in una piccola azienda manca un sindacato dei lavoratori, aggirare le resistenze diventa un compito molto più semplice e diretto.
Ultimamente si ricorre ad un ulteriore strumento diabolico, il "bonus", che ha la funzione di creare una spaccatura all'interno del personale (col risultato ovvio che le mele marce vengono accantonate) ma al tempo stesso coesione verso la logica aziendale. I lavoratori vengono privati del beneficio della scelta attraverso l'illusione del potere della scelta. La differenza è sottile ma sostanziale. Tutto questo emerge prepotentemente in un meccanismo narrativo volutamente ripetitivo, in cui Sandra reitera sempre lo stesso preambolo ad ogni incontro con i suoi colleghi. Nel suo discorso mette in luce che la prima votazione è stata condizionata da Jean-Marc (il capo del personale, ovviamente "servo" dei vertici dell'azienda), senza garanzia di segretezza e quindi falsata.
Nei suoi continui spostamenti porta a porta Sandra opera una "votazione itinerante" in cui l'azienda per una volta non può osservare. Il suo sforzo conduce i colleghi ad una dimensione intima, confidenziale. Sandra restituisce loro il potere della scelta etica. Il cuore del nuovo film dei fratelli Dardenne va individuato qui, e filtra attraverso lo sguardo di Sandra verso i colleghi. La sofferenza che esprime non è autocommiserazione ma dignità. Si fa largo la percezione del senso di vari termini spesso demagogici, abusati e persino fastidiosi, come la solidarietà.
Nell'intervallo del film è accaduto che alcune persone dietro di me discutessero tra loro. Alla domanda "cosa faresti al posto di Sandra?" una signora ha risposto "cambierei lavoro". In quel momento ho considerato ancora una volta quanto i registi siano riusciti nel loro intento di mettere a nudo le convinzioni dei propri spettatori di pari passo con quelle dei protagonisti. La superficialità della risposta della spettatrice seduta dietro di me corrisponde a quella di diversi colleghi di Sandra. Una chiusura a priori, senza possibilità di discussione. Perché Sandra continua nella sua battaglia? Perché è consapevole che è capace di tornare a svolgere quel lavoro, perché probabilmente le piace, perché confida – malgrado tutto – nei valori essenziali del lavorare in gruppo. Accettare il licenziamento, cercare un altro lavoro, sarebbe – nella prima fase del film – una profonda sconfitta persino per i suoi colleghi. Sandra persegue la sua ricerca e riscossa sul piano etico anche per loro, e questo è uno dei tanti messaggi di umanità sparsi lungo il film.
Cosa spinge Sandra a non demordere? L'amore di Manu e dei figli innanzitutto. In seconda battuta, la solidarietà sincera che le viene espressa nelle varie forme (da quella sobria a quella persino "eccessiva" dell'istruttore di calcio) da coloro che si mettono nei suoi panni e che preferiscono rinunciare al proprio egoismo per l'altro.
Sandra raccoglie ed assorbe ogni reazione nelle condizioni di chi è ancora sull'orlo di un precipizio non professionale ma esistenziale. Fin dalle prime sequenze del film è percepibile il muro della vergogna di una condizione psichica fragile e traballante, e il timore della protagonista di suscitare pena e fastidio.
Il concetto di "pena" per Sandra è il timore sociale. Pena temuta da marito e colleghi secondo la convenzione che la identifica come "reduce da una depressione". Sandra è forte quando si mette nei panni degli altri dal suo punto di vista. In quel caso non si affranca, ma misura quanto le due prospettive combacino. A tal proposito è assolutamente doveroso sottolineare i momenti che rafforzano la convinzione naturale del profilo psicologico della protagonista, reso sopraffino da alcune sequenze difficili da dimenticare: come Sandra che per uscire dal suo ruolo sociale non invidia la posizione dei suoi colleghi all'interno della vicenda, anzi, esclama una frase che nasconde un'attitudine umana straordinaria: "in questo momento vorrei essere... come quell'uccellino che canta lassù". L'ideale di felicità non deriva dalla competizione, ma dalla libertà.
Ma quanto è difficile sgretolare il muro. Sandra, incapace di rancore ("Sei senza cuore" esclamerà a Jean-Marc, preferendo allontanarsi piuttosto che esercitare fino in fondo – a parole o a gesti – la propria giustificata rabbia verso il comportamento delinquenziale del suo capo) cade spesso nell'autodistruzione, tendendo alla rinuncia. Fin dall'inizio ci viene mostrata come incapace di fare del male agli altri. Piuttosto preferisce scomparire: chiudersi nella penombra della piccola stanza da letto, in quel lettone a due piazze non consumato da quattro mesi, che ha raccolto forse più sudore e lacrime legate alla depressione, e una dipendenza per l'Alprazolam che nasce sempre nell'intimità della stanza da bagno. Porta sempre gli stessi vestiti a parte i reggiseni e i capelli legati, anch'essi poco curati. Se non fosse per Manu tutto il suo peregrinare non sarebbe mai iniziato, malgrado lei abbia le basi etiche per intraprenderlo. Manu è la proposizione concreta, la fonte inesauribile della forza di provare a far valere i propri diritti, costi quel che costi, sulla base della convinzione che "è giusto".
Manu è soprattutto l'amore, talmente sincero da ammettere che sì, gli scoccia non fare sesso da quattro mesi, ma che ciò non importa perché "so che torneremo a farlo". Fin troppo protettivo da stoppare una canzone triste e evocativa della condizione di Sandra. Esclama "basta!" nel dualismo del suo attore di origini italiane (il sempre bravo Fabrizio Rongione), ma Sandra non vuole protezione, anzi, ha il dono della sdrammatizzazione ed esorcizza la paura alzando il volume: si tratta di Petula Clark e la canzone è 'La nuit n'en finit plus', che in quel momento recita:

"Malgré le vide de tout ce temps passé
De tout ce temps gaché
Et de tout ce temps perdu
Dire qu'il y a tant d'êtres sur la terre
Qui comme moi ce soir sont solitaires
C'est triste à mourir
Quel monde insensé
Je voudrais dormir et ne plus penser
J'allume une cigarette
J'ai des idées noires en tête
Et la nuit me parait si longue, si longue, si longue"

Sandra concede uno dei suoi rarissimi sorrisi, Manu le rimanda il medesimo, si stringono la mano. E' la sequenza più bella del film ed esprime tutta la bellezza insita nella sofferenza secondo una visione condivisa nell'amore, amicizia o qualsiasi forma di calore umano secondo i fratelli Dardenne. Il punto fondamentale da cui partire per abbattere ogni muro circostante, un sentimento così forte da rendere ironica un'espressione come "C'est triste à mourir", per quanto reale.
Non mancano almeno due scivolate nella sceneggiatura: la prima è nella sequenza dell'incontro con padre e figlio. Ho trovato la reazione di quest'ultimo esagerata e inverosimile. L'altro aspetto poco chiaro è come mai Sandra venga dimessa la domenica sera dall'ospedale, dopo il gesto che ha compiuto. Sono forzature che stridono con la forza narrativa fedelmente aderente alla biologia del tempo e delle reazioni umane.
Anche nel finale non ho trovato la stessa forza espressiva di diversi altri momenti del film, ma non saprei spiegarne esattamente il motivo. Lo scatto morale di Sandra per quanto assolutamente pertinente col personaggio e con il percorso intimo del film manca di qualche dettaglio. Dall'incontro con il direttore alla telefonata con Manu fila tutto troppo liscio; è fin troppo scorrevole e diretta la risolutezza di Sandra.
Dettagli che non fanno la differenza più di tanto. Resta un magma denso di vissuti. Come quello di compartecipazione tra disgrazie varie (la situazione della collega che lascia il compagno) nell'altro inserto musicale, sempre in auto, è un estratto da 'Gloria' di Van Morrison, curiosamente scritta nello stesso periodo del brano della Clark (1963-64).
Infine gli abbracci. Da quello di Igor per Assita ne La promesse, passando per quelli de Il figlio (Olivier a Magali), L'Enfant (finale), Il matrimonio di Lorna (culminato in un amplesso), Il ragazzo con la bicicletta (ce ne sono due, quello in auto è il più intenso), ricorrono abbracci disperati. In quello di Sandra ai suoi otto colleghi, che hanno scelto di difendere il suo posto di lavoro a discapito di un bonus di 1000 euro, c'è la riconoscenza che la libera dalla vergogna. Che la fa sentire pulita.
Sandra può ora esercitare la stessa solidarietà ricevuta, molto simile a quella suggerita così indefessamente nei film di Loach come la sola arma a disposizione per i lavoratori per esprimere e realizzare il proprio ruolo verso la collettività.


1 commento:

Ismaele ha detto...

la camminata finale, da dietro sa tanto di Charlot.
un gran film, anche per me.