Due giorni, una notte (di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2014)

Nota: Sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Nati e cresciuti nei dintorni di Seirang, i Dardenne hanno una sviluppato una percezione dell'etica professionale che affonda le radici nelle lotte operaie degli anni '60 e '70. Considerando solo il loro Cinema di finzione, fin da La promesse è evidente una certa familiarità con i mestieri manuali, a volte apparentemente disgiunti dal tema principale del film eppure ad esso inossidabilmente connessi.
Sandra è la loro prima protagonista adulta a non essere filmata nello svolgimento della propria professione. Le sequenze nell'azienda sono una manciata, e mai "sul campo". Gli ambienti sono piuttosto la casa, l'auto, le strade, e soprattutto le case dei suoi colleghi – soglie spesso varcate per la prima volta. Narrazione e filosofia che la sorregge combaciano.
Dedicano appena quattro sequenze in tutto agli "invisibili", artefici di logiche del "mercato professionale" (espressione che assume sempre più spesso un significato allegorico) aliene ai princìpi fondanti del lavoro e indirizzate chiaramente e unicamente al mero raggiungimento del profitto. Le loro strategie sono sempre le solite, a cambiare è il linguaggio. Se c'è da operare dei tagli al personale è colpa della crisi, mentre i trattamenti sindacalmente dovuti vengono spacciati per concessioni. Del resto, se in una piccola azienda manca un sindacato dei lavoratori, aggirare le resistenze diventa un compito molto più semplice e diretto.
Ultimamente si ricorre ad un ulteriore strumento diabolico, il "bonus", che ha la funzione di creare una spaccatura all'interno del personale (col risultato ovvio che le mele marce vengono accantonate) ma al tempo stesso coesione verso la logica aziendale. I lavoratori vengono privati del beneficio della scelta attraverso l'illusione del potere della scelta. La differenza è sottile ma sostanziale. Tutto questo emerge prepotentemente in un meccanismo narrativo volutamente ripetitivo, in cui Sandra reitera sempre lo stesso preambolo ad ogni incontro con i suoi colleghi. Nel suo discorso mette in luce che la prima votazione è stata condizionata da Jean-Marc (il capo del personale, ovviamente "servo" dei vertici dell'azienda), senza garanzia di segretezza e quindi falsata.
Nei suoi continui spostamenti porta a porta Sandra opera una "votazione itinerante" in cui l'azienda per una volta non può osservare. Il suo sforzo conduce i colleghi ad una dimensione intima, confidenziale. Sandra restituisce loro il potere della scelta etica. Il cuore del nuovo film dei fratelli Dardenne va individuato qui, e filtra attraverso lo sguardo di Sandra verso i colleghi. La sofferenza che esprime non è autocommiserazione ma dignità. Si fa largo la percezione del senso di vari termini spesso demagogici, abusati e persino fastidiosi, come la solidarietà.
Nell'intervallo del film è accaduto che alcune persone dietro di me discutessero tra loro. Alla domanda "cosa faresti al posto di Sandra?" una signora ha risposto "cambierei lavoro". In quel momento ho considerato ancora una volta quanto i registi siano riusciti nel loro intento di mettere a nudo le convinzioni dei propri spettatori di pari passo con quelle dei protagonisti. La superficialità della risposta della spettatrice seduta dietro di me corrisponde a quella di diversi colleghi di Sandra. Una chiusura a priori, senza possibilità di discussione. Perché Sandra continua nella sua battaglia? Perché è consapevole che è capace di tornare a svolgere quel lavoro, perché probabilmente le piace, perché confida – malgrado tutto – nei valori essenziali del lavorare in gruppo. Accettare il licenziamento, cercare un altro lavoro, sarebbe – nella prima fase del film – una profonda sconfitta persino per i suoi colleghi. Sandra persegue la sua ricerca e riscossa sul piano etico anche per loro, e questo è uno dei tanti messaggi di umanità sparsi lungo il film.
Cosa spinge Sandra a non demordere? L'amore di Manu e dei figli innanzitutto. In seconda battuta, la solidarietà sincera che le viene espressa nelle varie forme (da quella sobria a quella persino "eccessiva" dell'istruttore di calcio) da coloro che si mettono nei suoi panni e che preferiscono rinunciare al proprio egoismo per l'altro.
Sandra raccoglie ed assorbe ogni reazione nelle condizioni di chi è ancora sull'orlo di un precipizio non professionale ma esistenziale. Fin dalle prime sequenze del film è percepibile il muro della vergogna di una condizione psichica fragile e traballante, e il timore della protagonista di suscitare pena e fastidio.
Il concetto di "pena" per Sandra è il timore sociale. Pena temuta da marito e colleghi secondo la convenzione che la identifica come "reduce da una depressione". Sandra è forte quando si mette nei panni degli altri dal suo punto di vista. In quel caso non si affranca, ma misura quanto le due prospettive combacino. A tal proposito è assolutamente doveroso sottolineare i momenti che rafforzano la convinzione naturale del profilo psicologico della protagonista, reso sopraffino da alcune sequenze difficili da dimenticare: come Sandra che per uscire dal suo ruolo sociale non invidia la posizione dei suoi colleghi all'interno della vicenda, anzi, esclama una frase che nasconde un'attitudine umana straordinaria: "in questo momento vorrei essere... come quell'uccellino che canta lassù". L'ideale di felicità non deriva dalla competizione, ma dalla libertà.
Ma quanto è difficile sgretolare il muro. Sandra, incapace di rancore ("Sei senza cuore" esclamerà a Jean-Marc, preferendo allontanarsi piuttosto che esercitare fino in fondo – a parole o a gesti – la propria giustificata rabbia verso il comportamento delinquenziale del suo capo) cade spesso nell'autodistruzione, tendendo alla rinuncia. Fin dall'inizio ci viene mostrata come incapace di fare del male agli altri. Piuttosto preferisce scomparire: chiudersi nella penombra della piccola stanza da letto, in quel lettone a due piazze non consumato da quattro mesi, che ha raccolto forse più sudore e lacrime legate alla depressione, e una dipendenza per l'Alprazolam che nasce sempre nell'intimità della stanza da bagno. Porta sempre gli stessi vestiti a parte i reggiseni e i capelli legati, anch'essi poco curati. Se non fosse per Manu tutto il suo peregrinare non sarebbe mai iniziato, malgrado lei abbia le basi etiche per intraprenderlo. Manu è la proposizione concreta, la fonte inesauribile della forza di provare a far valere i propri diritti, costi quel che costi, sulla base della convinzione che "è giusto".
Manu è soprattutto l'amore, talmente sincero da ammettere che sì, gli scoccia non fare sesso da quattro mesi, ma che ciò non importa perché "so che torneremo a farlo". Fin troppo protettivo da stoppare una canzone triste e evocativa della condizione di Sandra. Esclama "basta!" nel dualismo del suo attore di origini italiane (il sempre bravo Fabrizio Rongione), ma Sandra non vuole protezione, anzi, ha il dono della sdrammatizzazione ed esorcizza la paura alzando il volume: si tratta di Petula Clark e la canzone è 'La nuit n'en finit plus', che in quel momento recita:

"Malgré le vide de tout ce temps passé
De tout ce temps gaché
Et de tout ce temps perdu
Dire qu'il y a tant d'êtres sur la terre
Qui comme moi ce soir sont solitaires
C'est triste à mourir
Quel monde insensé
Je voudrais dormir et ne plus penser
J'allume une cigarette
J'ai des idées noires en tête
Et la nuit me parait si longue, si longue, si longue"

Sandra concede uno dei suoi rarissimi sorrisi, Manu le rimanda il medesimo, si stringono la mano. E' la sequenza più bella del film ed esprime tutta la bellezza insita nella sofferenza secondo una visione condivisa nell'amore, amicizia o qualsiasi forma di calore umano secondo i fratelli Dardenne. Il punto fondamentale da cui partire per abbattere ogni muro circostante, un sentimento così forte da rendere ironica un'espressione come "C'est triste à mourir", per quanto reale.
Non mancano almeno due scivolate nella sceneggiatura: la prima è nella sequenza dell'incontro con padre e figlio. Ho trovato la reazione di quest'ultimo esagerata e inverosimile. L'altro aspetto poco chiaro è come mai Sandra venga dimessa la domenica sera dall'ospedale, dopo il gesto che ha compiuto. Sono forzature che stridono con la forza narrativa fedelmente aderente alla biologia del tempo e delle reazioni umane.
Anche nel finale non ho trovato la stessa forza espressiva di diversi altri momenti del film, ma non saprei spiegarne esattamente il motivo. Lo scatto morale di Sandra per quanto assolutamente pertinente col personaggio e con il percorso intimo del film manca di qualche dettaglio. Dall'incontro con il direttore alla telefonata con Manu fila tutto troppo liscio; è fin troppo scorrevole e diretta la risolutezza di Sandra.
Dettagli che non fanno la differenza più di tanto. Resta un magma denso di vissuti. Come quello di compartecipazione tra disgrazie varie (la situazione della collega che lascia il compagno) nell'altro inserto musicale, sempre in auto, è un estratto da 'Gloria' di Van Morrison, curiosamente scritta nello stesso periodo del brano della Clark (1963-64).
Infine gli abbracci. Da quello di Igor per Assita ne La promesse, passando per quelli de Il figlio (Olivier a Magali), L'Enfant (finale), Il matrimonio di Lorna (culminato in un amplesso), Il ragazzo con la bicicletta (ce ne sono due, quello in auto è il più intenso), ricorrono abbracci disperati. In quello di Sandra ai suoi otto colleghi, che hanno scelto di difendere il suo posto di lavoro a discapito di un bonus di 1000 euro, c'è la riconoscenza che la libera dalla vergogna. Che la fa sentire pulita.
Sandra può ora esercitare la stessa solidarietà ricevuta, molto simile a quella suggerita così indefessamente nei film di Loach come la sola arma a disposizione per i lavoratori per esprimere e realizzare il proprio ruolo verso la collettività.


Pill 80

Forse passò un minuto o forse un solo istante mentre sprofondava nell'abisso nero-verdastro, che soffocava il respiro con l'indimenticabile odore della neve sciolta. Ma fu come se il tempo svanisse. Pensò: "E' la fine!". Poi: "E meno male!". E nel separarsi dalla vita vide immediatamente, con tranquillità e chiarezza, tutti i suoi giorni e se stesso bambino, giovane, adulto. Queste cose si affacciavano ai suoi occhi chiusi contemporaneamente e in una strana prospettiva, come se lui che guardava fosse non a lato né al centro, ma in ogni dove. Come se fosse diventato così alto e ampio da comprendere in sé la terra, il sole, le stelle, ogni cosa... E distinse tranquillamente cosa fosse male e cosa bene, quando era stato cattivo e quando bravo, e cattivo si vedeva quando era vissuto senza amore, senza coscienza, cieco. E subito in questo universo risuonò una strofa della goffa poesia che aveva composto sull'albero... E subito dopo, più veloce di un lampo, comparve una luce diffusa che coprì, come bruciandoli, tutti i fantasmi dei ricordi ed era viva, imperiosa, allegra... Davyd Davydyč capì che era vivo e voleva vivere. Il cuore batteva strenuamente. L'acqua gli entrava in bocca e nelle narici. Dette uno strappo, la pelliccia, come una corazza, gli cadde dalle spalle e Davyd Davydyč, toccando con i piedi il fondo di ghiaccio, ritornò a galla, respirando avidamente il freddo vivo che lo pungeva.
Il cavallo baio era più avanti; sporgevano dalla neve la sua testa e la criniera, cui si era aggrappata la mano di Andrej. Il cavallo e il mužik si staccarono a poco a poco dalla neve, si spinsero verso l'acqua limpida, la rapida corrente fece per raggiungerli, li afferrò, li fece mulinare e li trascinò lungo la riva erta. Dietro a loro si staccò una grande isola di neve che rivelò Davyd Davydyč, il quale, liberatosi dalla neve fradicia, si mise a nuotare come loro, trasportato dalla corrente, cercando a lungo di aggrapparsi a qualcosa e graffiandosi contro il pendio argilloso. Finalmente, in un punto basso, afferrò il ramo di un citiso, appoggiò il petto alla riva, poi si spinse fuori, uscì e si avviò traballando.
La luna era proprio sopra la sua testa. Nelle pozzanghere ovali, in tutte, si rifletteva l'intero cielo con le stelle e la luna rotonda; passandovi accanto, Davyd Davydyč spezzava con lo stivale gli specchi sottili di queste pozze... Poi si fermò, a fatica si voltò e cominciò a guardarsi attorno. Sulla riva, lì vicino, erano stati spinti dall'acqua Andrej e il morello.
Davyd Davydyč con gran fatica si levò gli stivali e corse verso il villaggio. Gli altri valloncelli gli arrivavano alla vita. Sull'orlo dell'ultimo, vicino a un granaio del mir, nella luce lunare, sedeva immobile un canuto guardiano... - Corri a chiamar gente, un affogato! - disse Zavalisin indicando col dito la direzione da cui era venuto e quando il guardiano, avendo finalmente capito, si mosse, egli proseguì il cammino verso il bianco campanile, dietro al quale, tra due tigli, sorgeva la casa di Olen'ka.
Olen'ka stava seduta su una cassapanca coperta di feltro, stringendo la testa tra le magre mani. Il suo abito di tela blu era sgualcito; la nera calza della gamba sinistra era scesa, la scarpa era appesa per la punta.
La candela sul tavolino da gioco tra le due finestre, con gli scuri chiusi, si rifletteva nello specchio polveroso, sulla cui superficie erano tracciate molte linee confuse: evidentemente le persone vi si specchiavano pensando ad altro e vi passavano il dito sopra. La stanza era bassa, intonacata; i mobili erano in disordine. Su una parete senza finestre c'era il letto matrimoniale, sfatto.
Olen'ka, con gli occhi chiusi, si dondolava stancamente, timorosa di guardare anche il letto non rifatto. Era finito da poco un attacco: un insopportabile incubo che la distruggeva ormai da un anno. Olen'ka riposava: nella sua mente malata non c'erano pensieri. Il suo corpo curvato dalla lotta, sfinito, si dondolava come il pendolo, che ticchettava, solo nel silenzio, avanti e indietro, scivolando tra due fiorellini della tappezzeria. Il suono del pendolo era l'unico: taceva anche il grillo, che abitava dietro la stufa ed era un condiscendente interlocutore nelle lunghe sere. Sulla fiamma volò una mosca, ma alla fine anche questa, dopo essersi bruciata le ali, fece un giro e tacque.
Solo una volta Olen'ka si interruppe ed ebbe un tale tremito che la sciarpa cadde e le braccia, che reggevano la testa, caddero sulle ginocchia. Ma era ormai un tremito casuale, come un lampo ritardatario dopo il temporale...
La sua memoria, tutta la sua coscienza era in quel momento coperta da una fitta nebbia; e solo, appena viva, come una scintilla in quelle tenebre, la speranza di ricevere una lettera di risposta, di rivedere forse ancora colui che aveva sempre amato, la spingeva a dondolarsi, aggrappandosi a una vita ormai intollerabile.
All'improvviso scricchiolarono i gradini, qualcuno entrò nell'ingresso e cadde pesantemente sull'assito. Olen'ka inorridiva sempre più: la paura la perforò come un ago, ella spalancò i suoi enormi occhi adombrati da cinerei cerchi, si strappò dalla cassapanca, afferrò la candela e corse nell'ingresso sostenendosi allo stipite della porta.
Nell'ingresso dal pavimento di assi, bocconi, giaceva Davyd Davydyč, con le braccia raccolte sotto di sé. La sua giacca ghiacciata sporgeva in fuori come fosse di cartone; i piedi, con i calzoni strappati, erano insanguinati.
Olen'ka portò una mano al petto e, reggendo con l'altra la candela danzante, lanciò un urlo. Dalla porta laterale della cucina, aggiustandosi il fazzoletto, accorse la cuoca. Olen'ka si sedette sopra il corpo e con ambedue le mani afferrò la testa di Davyd Davydyč, cercando di sollevarla e di guardarlo negli occhi.
E' arrivato, si è ricordato, - disse Olen'ka, voltandosi, - respira, muove gli occhi...
Mamma mia, corro dai vicini, da sole mica lo spostiamo, - strillò la cuoca e si precipitò in strada.
Davyd Davydyč cominciò a gemere cercando di sollevarsi da solo. Olen'ka lo aiutava tirandolo per le spalle. Finalmente egli riuscì a dire:
Olen'ka!...
Dimmi, caro! Cosa, tesoro? Non ce la faccio... Adesso vengono...
Olen'ka, grazie a Dio... - e, senza finire, tornò a giacere, sospirò, poi, sollevandosi all'improvviso, si sedette contro la parete.
Aveva gli occhi foschi, i capelli ghiacciati andavano di qua e di là. Fissò a lungo la candela, poi gli ricadde la testa. Olen'ka rimase a bocca aperta.
Entrarono battendo i piedi i vicini di casa, tre fratelli, contadini; salutarono, si scambiarono ordini pratici: - La testa, tu prendi le gambe e non urtare – riuscirono finalmente a sollevare Zavalisin, lo portarono nell'izba e lo misero seduto sulla cassapanca.
Bisogna togliere i vestiti e versare due tazze da tè di vodka con il sale, - dissero i mužik.
La cuoca corse, portò la vodka e una tazza; Davyd Davydyč, a fatica, la trangugiò e cominciò a gemere a gran voce, senza aprire gli occhi, come se il più fosse passato.
L'alcol però fa effetto! - dissero ridendo i contadini; erano appena usciti che ritornò di corsa la cuoca gridando:
Ma dov'è la vodka? Mamma mia, portano il nostro Andrej...
Dio sia lodato, - disse Davyd Davydyč e crollò giù...
Olen'ka lo abbracciò con una mano, con l'altra prese a slacciare e togliere i suoi abiti bagnati, guardandolo sempre in viso e sorridendo malinconicamente ai suoi gemiti...
Con addosso una coperta, Davyd Davydyč giaceva supino nel letto. Gli occhi adesso gli brillavano, la pelle del viso era rossa e secca. Olen'ka camminava senza posa con passi veloci sulla passatoia. Zavalisin diceva:
Ricordate che l'avevo giurato? Ed ecco che sono arrivato. Sto bene! Però, Olen'ka, perché ho freddo?.. Come se avessi del ghiaccio sotto i fianchi, o è perché ho mandato giù tanta acqua? Avevo una tale inquietudine in questi giorni e pensavo: cosa dovrà succedere? Possibile che sia la morte? Non volevo morire!.. Ma mai avrei immaginato che morire fosse come nascere di nuovo... La paura l'ho avuta per un attimo, quando sono finito sott'acqua... E' stato tremendo, ma poi bello! Che luce ho veduto, Olen'ka... Aveva origine in queste distese. E sai, mi pareva che questa luce fosse anche tutta dentro di me...
Olen'ka gli si avvicinò, gli passò una mano sul viso e riprese a camminare.
Non ho capito la tua lettera, - riprese lui, - da chi ti devo salvare? Chi ti tormenta, visto che tuo marito è morto?
Taci, taci, - lo interruppe in fretta Olen'ka e si adagiò svelta sul letto accanto a lui. Egli chiuse gli occhi.
E Olen'ka, azata la testa, guardava non il suo volto ma oltre, all'altro angolo del letto, come se ci fosse anche un altro adagiato accanto alla parete. Rimase a lungo a guardare: nei suoi occhi sempre più scuri comparve l'orrore. Scivolò giù dal letto, riprese ad andare avanti e indietro, poi si sedette come prima sulla cassapanca.
So che è una fantasia o chissà cos'altro, - disse piano e in tono disperato – ma in tutti i casi è orribile: lui viene ogni notte!! Adesso addirittura viene anche di giorno. Si mette a letto, esige, minaccia. E qui c'è il buio, - Olen'ka si toccò la tempia, - pensieri non ne ho più, solo frammenti. E non ho forza di volontà. Lotto, lotto, lotto. Ma adesso le forze si sono esaurite.
Non disse altro. Scese dalla cassapanca e mormorò:
In effetti, non è morto per conto suo, ce l'ho portato io... Non sono mai stata sua moglie. E' per quello che mi picchiava la notte. Si inginocchiava, mi baciava i piedi, stava fino all'alba a convincermi... Poi mi buttava a terra... Tirava sempre in ballo te. Si arrivò al punto che cominciò a cercare la morte e a usare questo come minaccia. Io gli dicevo: "Che vuoi fare, ti ho sposato per cattiveria e non ti amo, come faccio a farti da moglie? Muori se non lo puoi sopportare". Ma quando lo trovarono nel fiume e me lo portarono morto, compresi che non mi avrebbe lasciata in pace. Ogni giorno, ogni giorno, peggio ancora di quando era vivo, viene a tormentarmi. Anche adesso è qui...
Le gote di Davyd Davydyč si accesero. Con sforzo sollevò le ginocchia sotto la pelliccia, sospirò, sorrise e, sollevando un braccio, prese la mano di Olen'ka.
Non pensarci, - disse, - vieni a letto.
Olen'ka con impeto gli afferrò la testa, la strinse ed esclamò in tono lamentoso: - Ah, è ancora qui, guarda.
Davyd Davydyč voltò la testa. Sul letto, al suo fianco, vicino alla parete, era sdraiato uno sconosciuto, sgradevole, magro, scuro, con la faccia lunga e cattiva. Il corpo, stretto, in un abito grigio, era disteso, la testa tutta voltata, le gonfie palpebre serrate a chiudere Dio sa che occhi...
Davyd Davydyč ridacchiò con una smorfia e disse:
Eccolo qua! Beh, sei venuto per noi? Su, portaci via... E se tu fossi un mio delirio? Perché sei così schifoso? Invece io oggi ho visto un'altra cosa. Ho visto una luce che scendeva e risaliva. Ho visto il Respiro del Mondo. Non ci voglio venire con te. Bisogna mandarti via. Metterti alla porta. Schiacciarti al muro.
Davyd Davydyč voleva sollevare il braccio e non ci riuscì. Allora chiuse gli occhi. Un'onda di calore gli raggiunse in breve tempo la testa, gli velò gli occhi e lo infiammò... Cominciò a parlare in modo sempre più veloce e incomprensibile... Intanto lo sconosciuto piegò un dito facendo cenno di accostarsi. Dalla parete saltarono fuori degli animali che passarono sopra la coperta, scesero a terra, strisciarono sotto il letto e lo sollevarono facendolo dondolare.
"Perché tanto tormento" baluginò nella coscienza di Davyd Davydyč... E, aggrappato al lenzuolo, si mise a pensare con precipitazione al perché. Ma, da sotto, le setole perforarono il materasso e presero a pungergli la schiena... "Ma di cosa, davanti a chi sono colpevole?" gli percorse la coscienza come un fuoco. Raccolse i ricordi con tutte le sue forze e allora comprese tutto; ma lo sconosciuto cominciò ad arrotolare la coperta togliendogliela dai piedi, poi gli si gettò addosso e fece per ficcargli la coperta in bocca...
Ansante, Davyd Davydyč saltò giù dal letto e rovesciò la candela. E, nel buio, a terra, allargando le braccia, chiamò forte Olen'ka. Le tenere mani di lei subito lo cinsero, gli nascosero il viso in petto, contro il vestito, e la cara voce lontana disse:
Non aver paura, piccioncino mio, sono qui, non vado via.
Olen'ka, Olen'ka, - diceva Davyd Davydyč, - perdonami...
Adesso ho capito, sono tremendamente colpevole... Ti amo, cercherò di meritarti... Io e te non siamo vissuti, non possiamo lasciarci, non possiamo morire. Lascia pure che ci chiamino e ci tormentino, noi resteremo seduti così, abbracciati, tesoro mio. Unica al mondo. Che amore è il nostro! Che luce!
I valloncelli si erano sistemati e l'ultimo freddo delle gelate notturne si era sciolto al sorgere del sole. I viaggiatori da tempo erano partiti per le loro destinazioni; i proprietari terrieri e gli agricoltori stavano organizzando la seminagione; come sempre le autorità correvano scampanellando; si erano già asciugate le strade ed era spuntata fuori l'erba, liberando in pieno sole le invisibili allodole, ma solo in aprile Davyd Davydyč riprese per la prima volta coscienza e chiese l'ora.
Tutto quel tempo Olen'ka non si era allontanata dal suo letto, aveva ascoltato il suo delirio e aveva pregato perché il suo dolce amico non morisse; il suo amore per Davyd Davydyč si faceva ogni giorno più profondo e tenero. L'amore prese il posto di tutti i sentimenti di prima e all'amore non si opponeva più nessuno.
Solo una volta, prima di sera, mentre Davyd Davydyč dormiva tenendo le magre braccia sul petto e Olen'ka era vicino alla finestra, nel cielo azzurro, in basso, veleggiò una strana nuvola. Andrej stava attraversando la strada conducendo un vitello attaccato a una corda; una bambina con gli occhi neri e i capelli corti correva con in mano un pezzo di pane nero riportando all'ovile le pecore: una nera, una bianca e un montone; le pecore non avevano paura e non volevano andare avanti, mentre il montone, abbassate le corna, guardava il pane; un vecchio canuto riposava adagiato di traverso sulla panchina esterna dell'izba; sporgendosi dalla finestra delle loro due izbe due donne bisticciavano: ma nessuno guardava la strana nuvola. Essa correva dritto alla finestra. Olen'ka si strofinò gli occhi, ma proprio allora Davyd Davydyč si mosse e gemette; lei, con un tremito, come se avesse strappato una ragnatela, accorse da lui, si mise in ginocchio e, amandolo con tutta la sua vita e ogni goccia del suo sangue, gli chiese con tenera compassione cosa gli facesse male, se non stesse meglio... Davyd Davydyč tranquillo aprì gli occhi, sorrise a lungo e domandò:
Anima mia, che ore sono?... - e quando si fu riaddormentato, stavolta probabilmente con sonno ristoratore, lei tornò alla finestra. La nuvola si era sollevata, era sopra la casa; color lilla di sotto, era bianca e rosata, densa, come una aerea isola che volasse, con le chiese, le cupole e gli alberi innevati.
"E' la nostra terra," pensò Olen'ka, "lui guarirà e ci trasferiremo là. Che bello! Senza ricordi e senza astio...".

(tratto da Aleksej N. TolstojValloncelli, pagg. 75-84. Racconto contenuto in Grammatica dell'amore, Edizioni Stampa Alternativa)