The Gathering - Mandylion (1995)

"Mandylion più o meno si è scritto da solo. Abbiamo avuto una visione così chiara e le canzoni sono conseguite in pochissimo tempo. Abbiamo finito l'intero album strumentalmente prima che Anneke si unisse a noi.
La voce di Anneke ha dato una spinta che non potevamo immaginare. L'impatto è stato tremendo. Mandylion è più di un album. La sua influenza su altri gruppi è difficile da comprendere. Ed è ancora una gioia da ascoltare, ancora oggi, a distanza di oltre 10 anni.”


(Hans Rutten)




La genesi di Mandylion può essere riassunta come una storia di cantanti, di musicisti, di generi e di un'epoca.
Dischi come Turn loose the swans, Icon o Wildhoney rappresentano i primissimi esempi di fuga da generi ormai stantii quali il death e il doom metal.
Anche i The Gathering si sono arrovellati per autodefinirsi. Ci sono riusciti molto bene con il debutto Always..., meno con il successivo Almost a dance (1993), apprezzabile strumentalmente ma caratterizzato da una prova vocale sconcertante del nuovo cantante maschile Niels Duffhues. Neppure Martine Van Loon è riuscita ad esaltare le doti musicali di un gruppo di ottime potenzialità. Risultato: via entrambi i cantanti.
Nel 1994 Hans e René Rutten prestano servizio di leva e riescono a unirsi a Jelmer Wiersma, Hugo Prinsen Geerligs e Frank Boeijen solo nei week-end. Provano nella falegnameria del padre di Frank e il quintetto realizza gradualmente otto tracce strumentali. La ricerca di una nuova coppia di cantanti si esaurisce quando ascoltano la voce di Anneke Van Giersbergen: da sola poteva non solo reggere le redini, ma addirittura trasformare la portata emotiva delle composizioni. E così viene realizzato Mandylion, che racchiude la compenetrazione tra musica libera da schemi e voce superlativa.
Pur debitrice di Lisa Gerrard e Kari Rueslatten in primis (senza dimenticare la scena shoegaze dei primissimi anni '90) la prestazione straordinaria di Anneke solca indelebilmente il terreno. Nel giro di pochissimi anni fioccano decine e decine di gruppi metal con voci femminili. Ma i The Gathering sono innanzitutto ottimi musicisti. Riescono a rendere leggermente più veloci i riff doom dei lavori precedenti rendendoli armonici e accattivanti, e al tempo stesso limitano le parti “dure”: i vecchi fan del gruppo spesso citano il riffone di Fear the sea (l'unica scritta principalmente da Jelmer Wiersma) o l'unica accelerazione in doppio pedale (Eléanor) come i pochi momenti da salvare del disco.
Si percepisce una continuità con il passato ma una netta influenza di altri svariati generi, dal prog-rock (l'assolo di Firth of fifth dei Genesis ad esempio mi ricorda ogni volta le parti di chitarra solista di In motion #1 o Leaves) allo shoegaze passando per il dream pop (in particolare è percepibile l'eco dei Cocteau Twins). A ciò si unisce il tentativo strenuo di rendere in musica alcune visioni cinematografiche (ad esempio Schindler's list) o di elementi naturali.
Annoverato come uno dei prototipi del gothic-doom metal, verosimilmente Mandylion per tali e tanti elementi sfugge a determinazioni di qualsiasi genere.
Ancora oggi spesso mi ritrovo ad ascoltare questi brani, e a sorprendermi di quanto ciò che io abbia ormai consolidato fin nei minimi dettagli della metrica musicale riesca ancora a suscitare in me una inesauribile emozione, conosciuta e sconosciuta all'unisono. Le mie preferite sono le due In motion (specie lo stacco atmosferico della seconda parte), e Sand & Mercury.
A dieci anni dalla sua uscita la Century Media ha ristampato l'album in versione deluxe, includendo un secondo CD contenente le tracce del demo del 1994. C'è la possibilità di ascoltare tra esse l'inedita Solar glider, strumentale, e Third chance, che sarebbe poi apparsa sul successivo Nighttime birds.




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