Fleurety - Min tid skal komme (1995)


Dopo un demo e un EP, Min tid skal komme è il primo album dei norvegesi Fleurety. Il titolo, la cui traduzione è "arriverà il mio tempo", appare singolare se si pensa alla sorte toccata al gruppo, scoperto e in pochi casi rivalutato soltanto qualche anno più tardi con la diffusione capillare di internet.
L'etichetta inglese Aesthetic Death non era in grado di offrire una distribuzione su larga scala, anzi, non era altro che una costola dell'altrettanto underground Misantropy records. A questi distributori appassionati e dotati di fiuto per la novità va dato atto di aver promosso in pochi mesi anche Epistemological Despondency degli Esoteric. Si tratta di dischi che all'epoca venivano inseriti, forse distrattamente, tra le uscite black metal (Fleurety) o doom (Esoteric). Era già evidente un cambio di direzione rispetto ai generi di derivazione.
Come già anticipato qui, Min tid skal komme più che nel black metal norvegese può essere inserito in un lotto di quattro dischi usciti tutti nel giro di pochissimi mesi. Venne registrato nel febbraio del 1995 mentre usciva il ben più influente e decisivo Bergtatt degli Ulver, ma il giovanissimo duo (età 17-18 anni) alla base dei Fleurety non era da meno in quanto a creatività e originalità rispetto al gruppo di Garm. Un limite è probabilmente costituito dalla voce di Svein, non proprio esaltante, figuriamoci poi se in confronto a quella di Garm. Eppure proprio al pari di Ulver, In the woods..., Funeral e altre brillanti realtà norvegesi dedite principalmente al doom-metal (si pensi anche ai misteriosi Black Lodge o ai ben più celebri Theatre of tragedy) anche i Fleurety, più o meno in contemporanea agli altri citati hanno sperimentato con successo l'alternanza tra voce maschile e femminile. Min tid skal komme è ricco di parti strumentali e il peso del cantato è minore, ma pur sempre un dato su cui riflettere. Interessanti gli spunti, spesso articolati su arpeggi e slow tempo, in cui figura la voce di Marian Aas Hansen, oggi cantante solista abbastanza apprezzata in Norvegia, e qui in veste di guest. C'è un aneddoto curioso circa l'avvicendamento dietro il microfono avvenuto tra i due componenti dei Fleurety proprio dopo l'Ep precedente: sembra che durante le registrazioni di A darker shade of evil Alexander Nordgaren abbia rovinato le sue corde vocali e non è difficile capire come sia potuto accadere.
Strumentalmente i Fleurety rendono più coese le loro poliritmie che li distaccano nettamente in molti punti dal risultare black metal. Estendono i loro pezzi fino a oltrepassare i dodici minuti, ma non si pensi ad un "effetto Burzum" (Hvis Lyset Tar Oss) perché al contrario di quest'ultimo non c'è "atmosfera". I brani dei Fleurety hanno dei ritmi stravaganti e più vicini al Jazz, tanto da ricordare in parte i Ved buens ende, a volte invece i downtempo degli In the woods... (e qualche riff di chitarra assomiglia molto).
Ciò che secondo me eleva il disco sono le alternanze tra arpeggi e elettrica, una prova esaltante (specie sui primi due brani) del bassista guest Per Amund Solberg, ed una qualità ottima dei riff di chitarra. I brani sono complessi ma non difficili da assimilare. I primi due sono in parte collegati da un intro quasi identico, e racchiudono la maggior parte degli elementi del disco assieme a Englers Piler Har Ingen Brodd. Splendida la strumentale Hvileløs?. Fragmenter Av En Fremtid con il suo arpeggio chiude delicatamente un album molto particolare e irripetibile per il gruppo stesso, orientato in seguito verso sonorità più semplici e meno pretenziose, seppur ancora più bizzarre e personali.

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