Pill 76

"No" disse fra sé la signora Ramsay, mettendo insieme acune figurine ritagliate da James – un frigorifero, una falciatrice, un signore in frac – "i bambini non dimenticano". Appunto perciò bisognava misurare in loro presenza atti e parole, ed era un sollievo mandarli a letto. Allora non occorreva più ch'ella pensasse a qualcun altro. Allora poteva essere se medesima e appartenere a se medesima. Da qualche tempo provava spesso il bisogno di riflettere un po'; forse non proprio di riflettere; ma di tacere, di star sola. Allora l'esistenza e l'azione, espansive, luccicanti, vocali, evaporavano in lei; e il senso di sé, in modo quasi augusto, si riduceva a un segreto cuneo d'ombra, a qualcosa di occulto per gli altri. Pur continuando a scalzettare, impettita sulla sedia, ella si sentiva così trasformata; e il suo io, scisso da ogni legame, era libero per le più strane avventure. Quando la sua rivalità sprofondava per un istante, il campo delle esperienze le pareva senza confine. E questa impressione di risorse illimitate era riserbata, secondo lei, a tutti: anche Lily e Augustus Carmichael avrebbero capito a loro volta che l'aspetto individuale, i segni caratteristici sono realtà puerili. Sotto di essi tutto è buio, diffuso, insondabilmente profondo; ma ogni tanto l'io affiora alla superficie, ed allora viene percepito. La signora Ramsay sentiva di dominare un orizzonte sconfinato, ov'erano inclusi tutti i luoghi da lei non visti... le pianure dell'India... Le pareva di scostare lo spesso tendone di cuoio d'una chiesa romana. Il suo nocciolo d'ombra poteva spingersi ovunque, perché invisibile, inavvertito. Nessuno poteva fermarlo, ella pensava esultando. Ritrarsi in quell'ombra valeva trovar pace, libertà e, cosa ancor più preziosa, il modo di raccogliersi e riposare su un piano stabile. Riposare non già come persona, ma, secondo la sua esperienza (e a questo punto la signora eseguì coi suoi ferri un difficile gruppo di maglie), come un cuneo d'ombra. Perdendo personalità, si perdono crucci, fretta, inquietudine; ed ella sentiva sempre salire alle labbra qualche esclamazione di trionfo sulla vita, allorché le accadeva di raccogliersi in quella pace, in quel riposo, in quella sensazione d'eternità. Interrompendo qui le sue riflessioni, la signora Ramsay guardò fuori per rivedere quel tale raggio del Faro, il raggio lungo e fisso, l'ultimo dei tre, che era anche il suo raggio; poiché, guardando certe date cose in un particolare stato d'animo e sempre alla medesima ora, è impossibile non finire per prediligerne una; e così quel lungo raggio fisso era divenuto il suo raggio. Ella stava spesso seduta a guardare col lavoro in mano e finiva per diventare la cosa contemplata: quel raggio, per esempio. E la cosa contemplata sollevava con sé, dalla sua mente dov'erano cadute, piccole frasi come quella – "I bambini non dimenticano, non dimenticano" – che ella si mise a ripetere, aggiungendovi poi altre parole. << Finirà, finirà >> ella disse; << verrà, verrà >>. Eppoi a un tratto soggiunse: << Siamo tutti nelle mani di Dio >>.
Ma subito si sentì scontenta di aver detto così. Chi aveva pronunziato queste parole? Non lei; era stata indotta a tradimento a dire qualcosa che non pensava. Alzando gli occhi dalla calza rivide il terzo raggio, e questo le sembrò il suo sguardo che incontrasse se stesso per indagare, com'ella sola poteva, nella sua mente e nel suo cuore; per mondare la sua esistenza da quella menzogna, da qualunque menzogna. Lodando quel raggio ella, senza vanità, lodava se stessa; perché si sentiva austera, indagatrice, bella al pari di quel raggio. Quanto era strana, pensò, la tendenza dello spirito umano a volgersi in solitudine verso le cose, le cose inanimate – alberi, torrenti, fiori – come a forme d'espressione; col senso d'assimilarle, d'esserne inteso, di farne parte; con un senso di tenerezza illogica (ed ella guardò il lungo raggio fisso) al pari di quella che proviamo per noi stessi. Dal suolo della mente (ed ella restò intenta a guardare coi ferri da calza sospesi), dal lago dell'essere spirava un vapore, sorgeva una sposa incontro all'amato.
Che cosa l'aveva indotta a dire "siamo nelle mani di Dio"? Ella si chiese. Quella insincerità insinuatasi fra idee schiette la riscosse, la crucciò. Si rimise a sferruzzare. Com'era possibile che un Dio avesse creato il mondo? La mente di lei aveva sempre percepito il fatto che il mondo è privo di ragione, d'ordine, di giustizia; pieno solo di sofferenza, di morte, di miseria. Non v'era tradimento così vile che non potesse commettersi al mondo; lei lo sapeva. Nessuna gioia vi poteva durare; lei lo sapeva. Sferruzzava con ferma compostezza, stringendo un po' le labbra, senz'avvedersene, e coi lineamenti così irrigiditi e composti in una consuetudine d'austerità che suo marito, passando di lì, sebbene stesse ridacchiando all'idea del filosofo Hume affondato in una palude dal peso d'un'eccessiva pinguedine, non poté fare a meno di notare la severità che irrigidiva la bellezza di sua moglie. Una simile severità lo turbò; l'isolamento di lei lo afflisse; egli sentì, passando, la propria incapacità a proteggerla, e quando giunse alla siepe era malinconico. Non poteva fare nulla per sua moglie. Altro non poteva che starle vicino e osservarla. Anzi, l'infernale verità era ch'egli aggravava i suoi crucci. Egli era irritabile, permaloso. S'era stizzito per la faccenda del Faro. Guardò dentro la siepe, nel suo intrico e nella sua ombra.
La signora Ramsay pensava frattanto che lo spirito emerge sempre con riluttanza dalla solitudine, appigliandosi a qualche nonnulla, un suono udito, una cosa vista. Si pose in ascolto, ma tutto era quieto all'intorno; i grilli avevano cessato di frinire; i bambini facevano il bagno; non c'era altro suono che quello del mare. Smise di lavorare; il lungo calzerotto rossiccio dondolò per un momento, sollevato dalle sue mani. Le riapparve il lume del Faro. Non senza ironia nello sguardo interrogatore (ché, non appena uno si svegli, sente subito mutare le proprie relazioni col mondo circostante) ella osservò il raggio fisso, il raggio spietato e perfido, che era tanta parte di lei, e, al tempo stesso, così piccola parte di lei; che la teneva in sua balìa (svegliandosi durante la notte, lo vedeva curvarsi sul letto nuziale e carezzare l'impiantito), ma che, ciò nonostante, com'ella rifletteva contemplandolo incantata, ipnotizzata, quasi che esso carezzasse con le argentee dita, nel suo cervello, qualche vaso sigillato il cui scoppio potesse inondarla di beatitudine, le aveva fatto provare gioie squisite, profonde. Frattanto, mentre impallidiva il giorno, il raggio inargentò con più lucente bagliore le acque increspate; l'azzurro sbiadì sul mare e questo trascorse in onde citrine che s'inarcarono, s'inturgidirono, s'infransero sulla riva: allora una gran gioia proruppe negli occhi di lei, flutti di pura delizia trascorsero sul suolo del suo spirito, ed ella si sentì paga.
Suo marito si volse e la vide. Ah, com'era bella! Più bella ch'egli non avesse mai creduto. Ma non poté parlarle. Non poté disturbarla. Aveva un bisogno urgente di parlare, ora che James era andato via ed era finalmente sola. Ma risolse che no; non voleva disturbarla. Remota da lui era ella adesso, nella sua bellezza, nella sua tristezza. Ed egli non le disse nulla; passò oltre in silenzio benché lo affliggesse vederla così distante, non poterla raggiungere, non poter fare nulla per lei. E le sarebbe ripassato accanto senza proferire parola se ella, in quel punto, non gli avesse dato spontaneamente ciò che – lei lo sapeva – egli non avrebbe mai osato chiederle: se ella non lo avesse chiamato e, prendendo dalla cornice la sua sciarpa verde, non lo avesse raggiunto. La signora Ramsay capiva che il marito desiderava di proteggerla."

(Virginia Woolf, Gita al faro, pagg. 287-291, I Meridiani - Mondadori)

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