Die andere Heimat - Chronik einer Sehnsucht (di Edgar Reitz, 2013)

|Immagino che la maggior parte dei lettori non abbia ancora visto Die andere Heimat, dunque mi sembra doveroso sottolineare che il seguente commento contiene molte anticipazioni sullo sviluppo della narrazione.|

Come era accaduto per i primi tre cicli di Heimat, e in particolare per Die Zweite Heimat, il titolo Die andere Heimat - Chronik einer Sehnsucht racchiude efficacemente il senso dei contenuti. Dal momento che in questo caso la narrazione si svolge tra il 1840 e il 1843 sarebbe stato ovviamente fuori luogo assegnare il numerale progressivo "4"; il regista opta così per un termine pressoché intraducibile, Sehnsucht (che come sappiamo incarna lo spirito del Romanticismo tedesco), e con esso indica il desiderio struggente e visionario dell'adolescente Jakob. Un sogno ad occhi aperti, indefesso, di "un'altra Heimat" ("Die andere Heimat"): un'altra "patria" (anche in questo caso il termine è indescrivibile) lontana, "calda" non solo nel clima, ma anche affettivamente e culturalmente.
Le motivazioni più svariate, spesso tumultuose, che hanno reso impervia e travagliata la lavorazione dell'intera "epopea" (mi piace definirla così, piuttosto che "serie"), hanno (quasi) sempre generato allo stesso tempo un carico emotivo artisticamente fertile. E' anche il caso di quest'ultima fatica che si articola complessivamente in "appena" tre ore e quaranta minuti, ed è suddivisa in due capitoli.
Benché oggi infatti Reitz dichiari di aver pensato fin dagli anni '80 ad un ciclo di Heimat ambientato nel diciannovesimo secolo, credo che l'evento determinante per la sua realizzazione sia stata la morte del fratello Guido, avvenuta nel 2008. A lui è dedicato il film e pochi cenni biografici sono sufficienti per comprendere quanto abbia ispirato il ritratto del protagonista, Jakob.
Non era tutto finito?
Quando cerco di verbalizzare sensazioni e riflessioni derivanti dalla visione di Heimat, realizzo quanto parole come "fine" o "epilogo" abbiano un valore relativo.
Indipendentemente dalla fine di Heimat, Heimat non ha mai fine. E' un'opera universale che oltrepassa il concetto di visione di un film. Anche se fosse coincisa con la "fine", Fragmente (2006) sarebbe stata in fondo nient'altro che la conclusione del materiale girato.
Die andere Heimat ha permesso che riaffiorasse la sensazione di condivisione di una storia immersa nella Storia. Si potrebbe obiettare che è il compito del Cinema, e che si potrebbe stilare una lunghissima lista di film che permettono ciò. Con modestia ribatto che la sensazione che Heimat mi lascia addosso è rarissima. Le vicende dei Simon trasmettono un calore insolito, ma ben accetto, di vita appartenuta e appartenente.
Fin dalle primissime immagini la sensazione di déjà vu è pervasiva: la location richiama infatti il primo ciclo (1984). Il b/n di Gernot Roll, eccellente, trasporta le sensazioni in un'altra epoca.
La ricostruzione della vita quotidiana nel 1840 è maniacale, non scivola nell'artefatto, nel kitsch. Stessa impressione per la narrazione attraverso movimenti di macchina sinuosi, dentro e fuori le case, e poi nei vicoli. C'è lo spazio del villaggio e quello circostante, immenso, spesso disabitato, descritto mediante molti campi lunghi mozzafiato.
Il leitmotiv fotografico dell'intera opera è la luce, che filtra spesso nei momenti-chiave rafforzando il lirismo delle sequenze.
Per la sceneggiatura del film Reitz si è avvalso del prezioso contributo di Gert Heidenreich, scrittore poliedrico i cui romanzi desidero fortemente leggere da molti anni ma che non sono stati purtroppo tradotti in italiano. Egli è specializzato in racconti sul rapporto tra generazioni diverse e in particolare sulle "colpe dei padri", tema che squarcia trasversalmente l'intero secolo scorso specialmente in Germania e che è inevitabilmente interconnesso nel sottotesto culturale che pervade l'intera opera del regista, firmatario "per sempre" del Manifesto di Oberhausen.
Il taglio di Reitz è inconfondibile. Descrive con rara sensibilità poetica la bellezza e il sentimento. Un calore materno che esonda ovunque resta sempre uno dei due punti fermi per Jakob. L'altro è il desiderio di fuga, che si esprime attraverso un incessante ricorso alla solitudine per poter leggere, imparare, e successivamente elaborare in un diario notturno il senso della propria ricerca. Una "visione" imprigionata, più che dalla crudeltà degli uomini (il padre è un personaggio ottuso, non "cattivo"), dalla scissione tra affetto e volontà individuale.
Lo studio di civiltà lontanissime permette a Jakob di sviluppare la conoscenza di ciò che i suoi occhi non hanno mai visto. Bastano poche scene per innamorarsi di questo personaggio malinconico, "diverso", ingenuamente divertente, i cui monologhi interiori straordinariamente profondi e vividi ricordano inizialmente quelli del giovane Hermann (Die Zweite Heimat).
Partire dal punto di vista di un adolescente, ancora una volta, permette a Reitz di condividere un approccio fresco e in via di definizione tramite cui "osservare il mondo".
Nella narrazione emerge la poesia dell'innamoramento, della passione, spesso in chiave fortemente ironica (in particolare le lezioni di lingua indiana a Henriette), ma anche una fragilità rintracciabile sia nelle emozioni che nel fluire della vita stessa.
Diversamente da Heimat 3, in cui purtroppo per esigenze di produzione e la relativa condensazione degli eventi, le morti spesso tragiche si accavallavano denotando un eccesso drammatico, in questo quarto ciclo malattie, sciagure e decessi appaiono pertinenti ad una vita resa ancor più fragile di quella che è ai giorni nostri. Una morte favorita dalla miseria, descritta in maniera straordinariamente pudica: basti guardare la terrificante gelata che colpisce soprattutto i bambini, o la morte di colui che per tutti era "lo zio", che viene percepita dal rumore ritmico dell'attrezzo di lavoro che improvvisamente si ferma. Segue silenzio, e la camera coglie Margarethe nell'atto di chiudere un rubinetto.
Reitz ci invita anche a riflettere sulla mortalità infantile, che nella nostra moderna società occidentale non rappresenta più una fonte di preoccupazione nella misura in cui lo era a quel tempo. A tal proposito inserisce una sequenza suggestiva in cui Margarethe racconta ai due figli maschi la sua visione dei sei figli morti prematuramente.
Infine la morte della stessa Margarethe (una bravissima e inconfondibile Marita Breuer – una delle attrici principali del primo Heimat, presente anche in alcuni flashback del secondo), sempre preannunciata dal corso degli eventi, e giunta nel silenzio di una stanza che non ci viene mostrata. Dopo le espressioni del padre e di Jakob, la camera stavolta indugia sulla nonna intenta a continuare a mescolare le patate per la cena.
Nel villaggio lo scandire del tempo si unisce a quello dei mestieri: questi nel bene e nel male esprimono il ritmo quotidiano. Un incedere meccanico, legato alla tradizione, che forma un'identità: di ciascun individuo, e dell' intera Schabbach. La descrizione del mestiere del fabbro, in particolare, richiama quanto già ampiamente raccontato nel primo ciclo di Heimat, e testimonia un passaggio di consegne rimasto invariato nel tempo.
Per la prima volta il regista ricorre al digitale, e per sua stessa ammissione questa novità gli consente di avere più libertà espressiva nel ricorso ai rari inserti di colore, che assolvono alla funzione di lasciar distinguere diversi tipi di tonalità (la descrizione dei vari tipi di verde), o di far risaltare un oggetto che ha un significato simbolico importante (la bandiera tricolore, emblema del patriottismo, o la gemma che trasmette il calore da padre a figlia e successivamente viene scambiata sia in un senso che nell'altro da Henriette a Florinchen). Infine, nel particolare della ferratura dei cavalli, esso certifica un elemento primordiale (il fuoco).
Raccontare la vita in un villaggio tedesco tra il 1840 e il 1843 non è impresa semplice: da un lato per la prima volta Reitz, non dovendo confrontarsi sul piano narrativo con Grandi Eventi come quelli che hanno caratterizzato il ventesimo secolo, ha avuto probabilmente più spazio per l'invenzione (uno dei rari documenti dell'epoca riguarda la magnifica sequenza relativa all'apparizione della Grande Cometa del 1843). Viceversa, raccontare un "periodo buio" pone il rischio concreto di perdersi nella noia di una vita ordinaria che soffoca le pulsioni in grado di arricchirla. Il regista tedesco invece riesce nell'intento di appassionare mostrando quanto la vita abbia sempre valore, e quanto nel tempo le persone siano animate dalla reiterazione di dilemmi esistenziali indipendenti dal corso della Storia. In particolare, concentra la propria riflessione sui flussi migratori tedeschi e lascia intendere come questi contraddistinguano, più in generale, l'intera Europa. Questa analisi di fondo offre lo spunto in prima battuta agli spettatori contemporanei tedeschi di misurarsi con un fondamento a cui non sono più abituati, ovvero di identificarsi non più come i depositari passivi del fenomeno migratorio (tema già affrontato in Heimat 3 nella descrizione dell'imponente flusso migratorio dall'Europa dell'Est, in particolare, dopo la caduta del muro), ma come soggetti attivi. Un tempo anche il territorio sul quale sorge l'attuale Germania dunque era devastato dalla miseria, e questo capovolgimento di prospettiva, in una visione ampia che si estende a gran parte dell'Europa e che riguarda anche noi italiani – seppur in maniera più contorta – permette di svolgere un processo di lettura e di comprensione importante e necessario in un ottica di tolleranza indispensabile.
E così nella parte finale il regista cattura con una sequenza degna di attenzione, filmata in campo lungo, la carovana dei migranti, che come disperati sognano un destino migliore. Quanta sofferenza esprime questa lenta processione di carri fragili che sembrano tenersi per mano mentre oltrepassano l'ignoto per la prima volta (nel corto circuito filmico avvenuto nella mia mente ho rievocato la danza macabra de Il settimo sigillo di Bergman).
Interessante notare come la ribellione di Jakob abbia valenza puramente "spirituale", "romantica", priva di connotazione politica. Ciò è espresso con un senso eccezionale del grottesco in almeno due sequenze: nella prima egli salta su una zattera di patrioti; totalmente estraneo agli inni cantati a squarciagola contro il potere prussiano dai propri compagni di viaggio, viene ferito da una pallottola e guarda il suo braccio completamente colto di sorpresa.
Nella seconda si unisce al suo futuro amico Franz Olm nell'inneggiare alla "libertè", spinto non tanto da un'effettiva rivendicazione di indipendenza politica, ma da un connubio tra esistenzialismo e ingenuità adolescenziale: ha appena capito che Henriette l'ha "tradito" con suo fratello Gustav.
A differenza dei tre cicli precedenti, in Die andere Heimat lo scavo psicologico sembra indirizzare più nitidamente lo spettatore verso un giudizio positivo o negativo dei personaggi.
In questo quadro si colloca la spontanea simpatia verso alcuni personaggi, dettata anche da singoli gesti (come lo zio che insulta la bambina zoppa ma nasconde i libri per Jakob; o Lena, la figlia rinnegata, sempre accogliente e immune a una mentalità che valuta le persone in base al loro credo religioso), mentre altri risaltano maggiormente per il loro egoismo, espresso in diverse circostanze. È il caso di Henriette e Gustav nei momenti di decisione e preparazione del viaggio per il Brasile: irrompono in chiesa durante un'omelia funebre per annunciare la partenza; durante una crisi di Margarethe avvertono la possibilità che lei muoia non come perdita di una persona cara, ma come impiccio per i loro programmi (Henriette esclama "Proprio adesso che siamo pronti per partire!" mentre continua a caricare il carro; Gustav prega che non succeda proprio in quel giorno: preferirebbe che lei morisse in sua assenza, piuttosto che stare con lei nei suoi ultimi istanti di vita). A differenza di Jakob, Gustav non si mette nei panni degli altri e segue ottusamente il proprio egoismo, decretando con la sua decisione di emigrare la "condanna" per il fratello a restare a Schabbach. Attraverso il tratteggio dei caratteri dei due fratelli, Reitz riesce ad approfondire il tema centrale delle motivazioni che spingono entrambi a desiderare di emigrare, dirimendole nettamente. In tal senso appare legittima la rabbia di Jakob verso il fratello. Una rabbia destinata a restare impotente anche dopo essere culminata in una zuffa nel fango.
Ciononostante questo sentimento non degenera nel rancore: la lettura delle lettere è un passaggio doloroso – aveva sempre immaginato che sarebbe stato lui ad inviarle un giorno, descrivendo la sua nuova vita. Eppure le sue lacrime attestano una gioia genuina per le sorti altrui (oltre a scoprire di essere diventato padre).
Come già anticipato, Jakob ricorda sia lo spirito ribelle e artistico – nonché il candore – di Hermann, sia, nel finale, la concretezza di Anton che tornava a Schabbach per mettere le proprie competenze al servizio della propria comunità; anche se, diversamente da loro, Jakob non lascia mai Schabbach. Esattamente come Guido Reitz non ha lasciato Morbach, dedicando gran parte della propria esistenza allo studio della linguistica.
Il connubio tra destino e scelta responsabile determina la permanenza di Jakob a Schabbach.
Nei dolorosissimi conflitti interiori che attanagliano i protagonisti di Reitz – per molti tratti suoi alter ego – il regista ha meditato instancabilmente sulla ricerca della propria Heimat; Jakob sembra rappresentare, forse più di tutti, l'ideale alla base di tale ricerca.
Cammeo per Werner Herzog. La voce di Salome Kammer (protagonista del secondo e terzo ciclo, compagna di Reitz e qui in veste anche di aiuto regista) è facilmente riconoscibile nel coro di voci che contribuisce alla colonna sonora.
Die andere Heimat è stata una piacevolissima sorpresa. Non faccio graduatorie né confronti con i precedenti, mi limito a esprimere che l'ho trovato splendido.
Riconsidero nuovamente il concetto di tempo – cinematografico e non; la constatazione che questo quarto ciclo costituisca davvero la "fine" viene fugata immediatamente da una confortante verità: l'impeto poetico di uno degli ultimi esponenti di un'ispirata generazione di cineasti verrà placato solo dal tempo biologico, rispetto al quale c'è un tempo più vasto e più rassicurante - senza alcun riferimento ultraterreno - in cui l'opera omnia di Edgar Reitz è incisa indelebilmente.
Egli ci lascia un patrimonio di valore straordinario filtrato attraverso immagini indimenticabili, come l'abbraccio tra Jakob e la madre in un'oceano di luce.
Il regista tedesco ha dato sempre spazio alla bellezza dei sogni come se la forza della mente, costruita sulla ricerca inesausta della conciliazione tra le domande sul senso della vita e il luogo in cui intesserla, sia più potente di qualsiasi ineludibile avversità che si erge sul nostro cammino.

2 commenti:

Christian ha detto...

Non sapevo dell'uscita di questo nuovo "frammento" di Heimat. Devo vederlo!!! La saga di Reitz è per me uno dei vertici del cinema mondiale, mi appassiona tremendamente e mi risuona dentro come poche altre cose...

M. ha detto...

Allora immagino che lo apprezzerai.