Risorse umane (di Laurent Cantet, 1999)

Mentre si persiste nel discutere sugli effetti della legge Aubry, il primo lungometraggio di Laurent Cantet offre ancora oggi la possibilità di guardare oltre il momento storico in cui è avvenuto questo controverso cambiamento. Il regista proveniva dal mondo dei documentari, ma il film non sarebbe ancora così attuale se si fosse limitato a descrivere la molteplicità di reazioni e dibattiti sulla legge in questione, non ancora entrata in vigore nel momento in cui sono state effettuate le riprese ma già nota a tutti.

Attraverso l'ingresso di Franck in fabbrica si parte dall'interrogativo della soglia salariale fino ad addentrarsi progressivamente nella duplicità esistenziale di un uomo in fieri. Colmo della purezza della teoria ma ancora privo della concretezza del vissuto, dal destino già solcato all'interno di piani alti fatti di responsabilità, riunioni e decisioni, uffici personalizzati e spersonalizzanti. Ma quale divisa rende più spersonalizzante?

Tutti i personaggi gli danno sempre del "tu", perché Franck è inizialmente un ibrido. Ha la cravatta ma è figlio e fratello di operai, eppure non conosce ancora le persone che lo circondano. Si fida dei "padroni" solo perché teoricamente entrambe le parti possono trarre vantaggio dai più moderni principì economici, quindi perché semplicemente non applicarli?

Quando sottopone ingenuamente agli operai il questionario in cui viene richiesto di esprimere un'opinione circa la soglia salariale, i turni e le altre condizioni di lavoro, Alain afferma "Non ci credo per niente".
Alcuni anni più tardi ne La classe si domanda agli studenti di raccontare ciò che hanno imparato durante l'anno scolastico. "Non ho imparato niente", esclama una studentessa al professore. Quest'ultimo tenta razionalmente di dimostrare il contrario, invano. La verità inaspettata fa male, specie se contraria alla bontà delle intenzioni.
I film di Cantet ci ricordano quanto la logica, nell'inevitabile gioco delle parti, non sia sufficiente per comunicare.




In Risorse umane, esordio di struggente bellezza e autenticità, c'è soprattutto il rovesciamento della logica della strada già solcata dai genitori per i propri figli, ossia quella di autoimporsi sacrifici disumani per permettere loro di ergersi ad un ruolo di "maggior rilievo e valore" secondo le regole della società in cui viviamo. La moltiplicazione dei suicidi di piccoli imprenditori incapaci di elaborare il linguaggio della vergogna dinanzi all'immagine che gli è stata affibbiata e dietro la quale non hanno mai riconosciuto sé stessi è indicativa dell'attualità di un film come questo.

Franck inizialmente crede di conoscere il padre, ma non l'ha mai visto all'opera.
Non l'ha mai visto venire umiliato.
Non ha ancora conosciuto le sue reazioni dinanzi alla sempre più manifesta ingiustizia.

Mentre la camera intelligentemente schiaccia i dirigenti mozzandone alcune teste, si fa strada un sentimento di dilagante rabbia e tenerezza, a cui si unisce una identificazione sempre più forte della propria identità. Finalmente figlio e uomo: dal pianto silenzioso e in disparte, in una delle sequenze più toccanti, fino al confronto intenso che costituisce l'acme del film, Franck individua il sentimento più profondo che giaceva inespresso nella sua storia personale. Scuote il padre con l'autenticità della sua vergogna. Questa figura stanca, curva, ripetitiva, alienata, assoggettata, finalmente spegne la macchina che ne teneva in vita la "carcassa", liberandosi. La vergogna è la medesima, e oltre a turbare entrambi, li ha riaffrancati. Per la prima volta il regista esprime come la vera consapevolezza avvenga innanzitutto attraverso il riconoscimento dell'autenticità dei legami più intimi.

Nella sequenza successiva il padre di Franck gioca con il suo nipotino, testimonianza della riappropriazione dei propri ruoli.
Franck lo osserva, finalmente lo riconosce. Ora è tempo di ricollocarsi nel proprio futuro.
Il semplice ma efficace movimento di macchina finale sovrappone il suo corpo a quello di Alain.
"Dov'è il tuo posto?" in tal modo appare un interrogativo che li accomuna.




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