The Gathering - Always... (1992)


Trovo pertinente definire Always..., splendido debutto discografico dei The Gathering, come una sapiente mescolanza tra death e doom metal, ma ritengo altresì necessario specificare che il disco in questione si distingue dall'allora nascente scena britannica (che si erge sulle fondamenta possenti di Gothic dei Paradise Lost, targato 1991).
Già nei primi due demo (An imaginary symphony del 1990 e Moonlight archer del 1991) il quintetto olandese mostrava di essere alle prese con uno spirito innovativo ancora da affinare.
L'utilizzo brillante e decisivo della tastiera di Frank Boeyen è forse il tratto più caratteristico della proposta, mentre la nota dolente è la voce di Bart Smits, valida ma in linea con gli stereotipi del death metal di quegli anni.
Un album vario, elegante, decadente eppure spesso anche frizzante. Il riffing è vorticoso ma raramente così veloce come nel death metal. Gli spunti melodici sono interessanti e sono presenti inserti di voce femminile in contrasto al cupo approccio del cantante maschile. Peculiarità, quest'ultima, a cui i The Gathering fanno ricorso più volte, ben due anni prima della nascita dei Theatre of tragedy. Si segnala inoltre che In sickness and health Bart Smits si cimenta anche in clean vocals enfatiche e teatrali (in linea con il testo) risultando tuttavia un po' stonato.
Le composizioni, elaborate ma mai pompose, sono caratterizzate dalla ricerca continua dell'atmosfera, del mistero, ma anche di una certa stravaganza sonora – forse il tratto più distintivo dei primi album dei The Gathering.
Non ancora intessuto della psichedelia degli anni '70 che contraddistingue la produzione successiva, Always... riserva già qualche digressione verso altri generi non proprio conformi al metal.
Riascoltando questo disco che mi ha segnato (uno dei miei primi scambi) trovo che esso conservi ancora oggi una freschezza strumentale di difficile decifrazione grazie ad un lavoro sopraffino di Frank Boeyen e a riff di chitarra di ottima fattura.
Sono in possesso di una delle due rare e bizzarre ristampe realizzate dalla Foundation 2000, piccola etichetta discografica che ha lanciato il gruppo: si tratta di una versione del 1994 in cui oltre ad essere remixato il sound (inalterato rispetto al missaggio originale) la copertina presenta colori più scuri.


Pill 73

"Con la voce abbassata, attirando la signora Dalloway nel rifugio della comune femminilità, del comune orgoglio che entrambe provavano per le illustri qualità dei loro mariti, e la loro tendenza a lavorare troppo, Lady Bradshaw (povera oca – in fondo non era così male) le sussurrò che proprio mentre stavano per uscire, era stato chiamato al telefono; un caso molto triste. Un giovane uomo (è quello che Sir William sta raccontando al signor Dalloway) si è ucciso. Era stato in guerra. Oh! pensò Clarissa, nel bel mezzo della mia festa, ecco la morte, pensò.
Se ne andò, entrò nel salottino dove il Primo Ministro s'era ritirato poco prima con Lady Bruton. Forse c'era qualcuno. Ma no, non c'era nessuno. Le poltrone serbavano ancora l'impronta del Primo Ministro e di Lady Bruton, lei girata verso di lui con deferenza, lui seduto frontalmente come fanno le autorità. Avevano parlato dell'India. Non c'era nessuno. Lo splendore della festa cadde a terra; com'era strano entrare lì da sola, con il suo bel vestito.
Che bisogno avevano i Bradshaw di parlare della morte alla sua festa? Un giovane s'era ucciso. E ne vengono a parlare alla mia festa – i Bradshaw parlavano della morte. S'era ucciso – ma come? Reagiva sempre così, quando d'improvviso qualcuno le raccontava una disgrazia: il vestito andava in fiamme, il corpo le bruciava. Si era buttato dalla finestra. D'un lampo il suolo era sfrecciato in alto; alla cieca, le punte rugginose dell'inferriata l'avevano infilzato, trafitto. Giaceva lì per terra, col cervello che batteva bum, bum, bum, e poi un gran nero lo soffocò. Lei lo vide così. Ma perché l'aveva fatto? E i Bradshaw ne venivano a parlare alla sua festa!
Lei una volta aveva buttato uno scellino nella Serpentina, niente di più. Ma lui aveva scaraventato via tutto. Loro continuavano a vivere (doveva tornare di là, i saloni erano ancora affollati, la gente continuava a venire). Loro (aveva pensato tutto il giorno a Bourton, a Peter, a Sally), loro invecchiavano. Ma una cosa c'era che contava, una cosa infestata di chiacchiere, sfigurata, offuscata nella sua stessa vita, che ogni giorno lei lasciava cadesse nella corruzione, nella menzogna, nelle chiacchiere. Questa cosa lui l'aveva preservata. La morte è una sfida. La morte è un tentativo di comunicare: la gente sente l'impossibilità di raggiungere il centro che, misticamente, ci sfugge; così ciò che è vicino si allontana; l'estasi svanisce; si resta soli. Nella morte c'è un abbraccio.
Sì, quell'uomo giovane s'era ucciso – ma s'era buttato tenendo stretto il suo tesoro? "Se dovessi morire ora, sarebbe la perfetta felicità", s'era detta una volta, scendendo le scale vestita di bianco.
C'erano anche i poeti, i filosofi. Mettiamo che egli avesse avuto quella passione, e fosse andato da Sir William Bradshaw, un grande medico, eppure secondo lei oscenamente malefico, senza sesso e senza desiderio, estremamente cortese con le donne, ma capace di indescrivibile violenza – capace di violentarti l'anima. Sì, proprio così; se quell'uomo giovane era andato da lui, Sir William doveva avergli fatto impressione, sì, senz'altro, per la sua potenza, e non poteva darsi, allora, che si fosse detto (lei lo sentiva, era così), la vita s'è fatta intollerabile, uomini così rendono la vita intollerabile?
Allora (lei l'aveva provato quella mattina) ecco il terrore; il senso di un'incapacità schiacciante, i genitori che ci mettono in mano la vita, questa vita, perché la viviamo fino in fondo, e l'attraversiamo con serenità, ma nel fondo del cuore lei covava una paura tremenda. Anche ora, spesso se non c'era Richard lì a leggere il Times, e lei non poteva accoccolarsi come un uccello e pian piano riprendersi, e sfregando bastoncino su bastoncino, una cosa con l'altra, ravvivare così la fiamma di quel piacere incommensurabile, sarebbe già morta.
Lei s'era salvata. Ma quell'uomo s'era ucciso.
In un certo senso era il suo disastro – la sua disgrazia. Era il suo castigo di veder sprofondare e scomparire in quel buio profondo ora un uomo, ora una donna, e dover restare lì, in piedi, nel suo vestito da sera. Aveva intrigato, aveva rubacchiato. Non era mai stata veramente degna di ammirazione. Aveva voluto il successo – Lady Bexborough, e tutto il resto. E una volta aveva passeggiato sul terrazzo a Bourton.
Strano, incredibile. Non era mai stata tanto felice. Non c'era niente che fosse abbastanza lento, niente che durasse abbastanza a lungo. Non c'è piacere, pensò, raddrizzando le sedie, rimettendo a posto un libro nello scaffale, che eguagli il senso di averla fatta finita coi fasti della giovinezza, di essersi persa nel corso della vita, per ritrovarla ora, con un brivido di gioia, al sorgere del sole, al calare del giorno. Molte volte a Bourton, mentre gli altri parlavano, lei andava a guardare il cielo; o l'aveva intravisto, a cena, tra le spalle della gente; o a Londra, quando non riusciva a dormire. Andò alla finestra.
Per quanto assurda fosse l'idea, quel cielo di campagna, quel cielo sopra Westminster, possedevano qualcosa di suo – aprì le tende, guardò. Oh, ma che sorpresa! Nella stanza di fronte la vecchia signora la fissava diritto negli occhi! Stava per andare a letto. E il cielo? Sarà un cielo maestoso, aveva immaginato, sarà un cielo cupo, che volge via la guancia in bellezza. Ma eccolo, ora – color cenere, pallido, percorso da nuvole immense che nella corsa si assottigliavano. La sorprese. Doveva essersi levato il vento. Nella stanza di fronte, la signora andava a letto. Era affascinante osservarla, mentre si muoveva di qua e di là, la vecchia signora che attraversava la stanza, e veniva alla finestra. Ma lei, la vedeva? Era affascinante, mentre nel salotto ancora la gente rideva e parlava forte, guardare quella vecchia signora che con calma si preparava ad andare a letto, da sola. Ora chiudeva le tende. L'orologio cominciò a battere. Quell'uomo s'era ucciso, ma lei non lo compiangeva; l'orologio batteva l'ora, uno, due, tre, ma non lo compiangeva, con tutto ciò che continuava. Ecco, la vecchia signora aveva spento la luce! Ora tutta la casa era al buio e tutto continuava, ripeté, e le vennero alla bocca quelle parole, non temere la vampa del sole. Doveva tornare dagli ospiti. Ma che notte straordinaria! Si sentì proprio come lui – il giovane che si era ucciso. Fu contenta che l'avesse fatto; che l'avesse buttata via la vita, mentre loro seguitavano a vivere. L'orologio batteva. I cerchi di piombo si dissolsero nell'aria. Ma doveva tornare di là. Bisognava che si ricomponesse. Doveva cercare Sally e Peter. E rientrò nel salottino."

(Virginia Woolf, La signora Dalloway, pagg. 166-168, Feltrinelli editore)

Pill 72

Certo, i giudici non ebbero torto quando alla fine dissero all'imputato che tutto ciò che aveva detto erano "chiacchiere vuote": ma essi pensavano che quella vacuità fosse finta e che egli cercasse di nascondere altre cose, odiose, sì, ma non vuote. L'ipotesi sembra confutata dalla sorprendente coerenza e precisione con cui l'imputato, malgrado la sua piuttosto cattiva memoria, ripetè parola per parola le stesse frasi fatte e gli stessi clichés di sua invenzione (quando riusciva a costruire un periodo proprio, lo ripeteva fino a farlo diventare un clichés) ogni volta che qualcuno accennava a un incidente o a un evento che lo riguardava direttamente. Sia che scrivesse le sue memorie in Argentina, sia che le scrivesse a Gerusalemme, sia che parlasse al giudice istruttore, sia che parlasse alla Corte, disse sempre le stesse cose, adoperando sempre gli stessi termini. Quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente che la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata a un'incapacità di pensare, cioè pensare dal punto di vista di qualcun altro. Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva, ma perché le parole e la presenza degli altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano.

(pag. 57)

La stupefacente disposizione di Eichmann, sia in Argentina che a Gerusalemme, ad ammettere i propri crimini, era dovuta non tanto alla capacità tipica del criminale d'ingannare se stesso, quanto alla atmosfera di sistematica menzogna che era stata l'atmosfera generale, e generalmente accettata, del Terzo Reich. Naturalmente egli aveva contribuito allo sterminio degli ebrei; naturalmente, se lui non li avesse trasportati "essi non sarebbero finiti nelle mani del carnefìce". "Che cosa c'è da ammettere?" diceva. Ora, aggiunse, gli sarebbe piaciuto rappacificarsi con i nemici di un tempo - un'idea, questa, già espressa da Himmler durante l'ultimo anno di guerra, e dal leader del "Fronte dei Lavoro" Robert Lev, che prima di uccidersi a Norimberga aveva proposto un comitato di riconciliazione costituito da nazisti responsabili dei massacri e da ebrei sopravvissuti; ma una idea condivisa anche, cosa incredibile, da molti tedeschi comuni, che alla fine della guerra furono uditi pronunziare frasi quasi identiche. Questo slogan insolente non era piú imposto dall'alto; quei tedeschi se l'erano fabbricato da sé, ed era uno slogan vuoto e astruso come quelli su cui tutta la nazione aveva vissuto per dodici anni. Ed è facile supporre che, nel momento in cui esprimevano quel concetto, essi si esaltassero al pensiero della loro grandezza d'animo.
La mente di Eichmann era piena fino a traboccare di concetti di questo tipo. La sua memoria si rivelò pessima per ciò che riguarda gli avvenimenti concreti. Il giudice Landau, sempre così paziente, vedendo che non ricordava nulla della cosiddetta conferenza di Wannsee, dove i capi nazisti avevano discusso i vari metodi di sterminio, non poté trattenersi dal chiedergli con tono irritato: “Ma quali sono le cose che Lei riesce a ricordare?” Eichmann ricordava assai bene le svolte della propria carriera, e tuttavia si constatava che non necessariamente queste svolte coincidevano con quelle della storia dello sterminio degli ebrei o della storia in generale. Per esempio, egli aveva sempre difficoltà a ricordare la data esatta dello scoppio della guerra, o quella dell'invasione della Russia. E invece non aveva dimenticato una sola delle frasi che, da lui pronunziate in questo o in quel momento della sua vita, avevano avuto su lui stesso un effetto esaltante. E così, ogni volta che durante l'interrogatorio i giudici cercarono di appellarsi alla sua coscienza, urtarono immancabilmente in questa esaltazione, e rimasero sconcertati e offesi quando si accorsero che l'imputato aveva formule esaltanti per ciascun periodo della sua vita e per ciascuna delle sue passate attività. Nella mente di Eichmann non c'era contraddizione tra la frase “Salterò nella tomba ridendo,” pronunziata quando la guerra volgeva al termine, e la frase “Sarò lieto se m'impiccherete in pubblico, come monito per tutti gli antisemiti di questa terra”: quest'ultima, in circostanze tanto diverse, assolveva alla stessa funzione della precedente: lo esaltava.

(pagg. 60-61)

Benché egli avesse fatto del suo meglio per contribuire alla soluzione finale, fino ad allora aveva sempre nutrito qualche dubbio su una soluzione così violenta e cruenta. Ora questi dubbi furono fugati. “Qui, a questa conferenza, avevano parlato i personaggi più illustri, i papi del Terzo Reich.” Ora egli vide con i propri occhi e udì con le proprie orecchie che non soltanto Hitler, non soltanto Heydrich o la sfinge Müller, non soltanto le S.S. o il partito, ma i più qualificati esponenti dei buoni vecchi servizi civili si disputavano l'onore di dirigere questa crudele operazione. “In quel momento mi sentii una specie di Ponzio Pilato, mi sentii libero da ogni colpa.” Chi era lui, Eichmann, per ergersi a giudice? Chi era lui per permettersi di avere idee proprie? Orbene: egli non fu né il primo né l'ultimo ad essere rovinato dalla modestia.

(pag. 122)

Il problema della coscienza di Adolf Eichmann, che è notoriamente complesso ma nient'affatto unico, non può essere paragonato a quello della coscienza dei generali tedeschi, uno dei quali, quando a Norimberga gli chiesero “Com'è possibile che tutti voi rispettabili generali abbiate seguitato a servire un assassino con tanta fedeltà?” rispose che non toccava a un soldato ergersi a giudice del suo comandante supremo: “Questo tocca alla storia, o a Dio in cielo.” (Così il generale Alfred Jodl, impiccato a Norimberga.) Eichmann, molto meno intelligente e per nulla istruito, capì almeno vagamente che a trasformarli tutti in criminali non era stato un ordine, ma una legge. La differenza tra ordine e ordine del Führer era che la validità del secondo non era limitata nel tempo o nello spazio, mentre questo limite è caratteristica precipua del primo. E questa è anche la vera ragione per cui quando il Führer ordinò la soluzione finale esperti giuristi e consiglieri giuridici, non semplici amministratori, stilarono una fiumana di regolamenti e direttive: quell'ordine, a differenza degli ordini comuni, fu considerato una legge. Inutile aggiungere che tutti questi strumenti giuridici, lungi dall'essere semplice frutto della pignoleria o precisione tedesca, servirono ottimamente a dare a tutta la faccenda una parvenza di legalità.
E come nei paesi civili la legge presuppone che la voce della coscienza dica a tutti "Non ammazzare", anche se talvolta l'uomo può avere istinti e tendenze omicide, così la legge della Germania hitleriana pretendeva che la voce della coscienza dicesse a tutti: "Ammazza", anche se gli organizzatori dei massacri sapevano benissimo che ciò era contrario agli istinti e alle tendenze normali della maggior parte della popolazione. Il male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è - la proprietà della tentazione. Molti tedeschi e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero esser tentati di "non" uccidere, "non" rubare, "non" mandare a morire i loro vicini di casa (che naturalmente, per quanto non sempre conoscessero gli orridi particolari, essi sapevano che gli ebrei erano trasportati verso la morte); e dovettero esser tentati di "non" trarre vantaggi da questi crimini e divenirne complici. Ma Dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni.

(pagg. 156-157)

Martin Buber definì l'esecuzione un "errore di portata storica", che poteva "liberare dal senso di colpa molti giovani tedeschi" - un argomento che stranamente riecheggiava le idee dello stesso Eichmann, il quale proprio per quella ragione aveva espresso un giorno il desiderio di essere impiccato in pubblico. (Questo, probabilmente, Buber non lo sapeva, ma è strano comunque che un uomo della sua statura morale e della sua intelligenza non si rendesse conto di quanto spurio fosse quel tanto reclamizzato senso di colpa. Sentirsi colpevoli quando non si è fatto nulla di male: quanta nobiltà d'animo! Ma è assai difficile e certamente deprimente ammettere la colpa e pentirsi. La gioventù tedesca, ad ogni passo della sua vita, è circondata da tutte le parti da uomini che oggi rivestono cariche pubbliche importanti e che sono veramente colpevoli, ma non sentono nulla. Di fronte a questo stato di cose, la reazione normale dovrebbe essere lo sdegno, ma lo sdegno sarebbe molto pericoloso - non un pericolo fisico, ma sicuramente un ostacolo per la carriera. I giovani tedeschi - uomini e donne - che ogni tanto, come in occasione della pubblicazione del Diario di Anna Frank oppure del processo Eichmann, esplodono in manifestazioni isteriche di senso di colpa, non vacillano sotto il peso del passato, sotto il peso delle colpe dei loro padri; cercano piuttosto di sottrarsi alla pressione dei veri problemi attuali rifugiandosi in un sentimentalismo a buon mercato.) Il professor Buber aggiunse che non sentiva alcuna pietà per Eichmann perché aveva pietà soltanto per quelli "di cui nel mio cuore capisco le azioni"; e ripeté ciò che aveva detto in Germania molti anni prima, e cioè che solo formalmente aveva qualcosa in comune, come uomo, con coloro che avevano partecipato alle gesta del Terzo Reich. Questa alterigia, però, era un lusso che chi doveva giudicare Eichmann non si poteva permettere, perché la legge presuppone appunto che si abbia qualcosa in comune, come uomini, con gli individui che accusiamo, giudichiamo e condanniamo. A quanto ci consta, Buber fu l'unico filosofo a esprimere pubblicamente un giudizio sull'esecuzione di Eichmann (poco prima che iniziasse il processo, Karl Jaspers aveva concesso alla radio di Basilea un'intervista, più tardi pubblicata su "Der Monat", in cui aveva detto che Eichmann doveva essere giudicato da un tribunale internazionale); e dispiace constatare che proprio lui, persona così autorevole. eludesse il vero problema posto da Eichmann e dalle sue azioni.
Le voci che meno si udirono furono quelle di coloro che per principio erano contrari alla pena di morte; eppure le loro idee sarebbero rimaste valide, poiché non avrebbero avuto bisogno di riadattarle a questo caso particolare. Ma forse si resero conto - giustamente, a nostro avviso - che battersi per Eichmann non avrebbe giovato molto alla loro causa.
Adolf Eichmann andò alla forca con gran dignità. Aveva chiesto una bottiglia di vino rosso e ne aveva bevuto metà. Rifiutò l'assistenza del pastore protestante, reverendo William Hull, che si tra offerto di leggergli la Bibbia: ormai gli restavano appena due ore di vita, e perciò non aveva tempo da perdere. Percorse i cinquanta metri dalla sua cella alla stanza dell'esecuzione calmo e a testa alta, con le mani legate dietro la schiena. Quando le guardie gli legarono le caviglie e le ginocchia, chiese che non stringessero troppo le funi, in modo da poter restare in piedi. "Non ce n'è bisogno", disse quando gli offersero il cappuccio nero. Era completamente padrone di sé, anzi qualcosa di più: era completamente se stesso. Nulla lo dimostra meglio della grottesca insulsaggine delle sue ultime parole. Cominciò col dire di essere un Gottgläubiger, il termine nazista per indicare chi non segue la religione cristiana e non crede nella vita dopo la morte. Ma poi aggiunse: "Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l'Argentina, viva l'Austria. Non le dimenticherò". Di fronte alla morte aveva trovato la bella frase da usare per l'orazione funebre. Sotto la forca la memoria gli giocò l'ultimo scherzo: egli si sentì esaltato dimenticando che quello era il suo funerale.
Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato - la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.

(pagg. 258-259)

Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica - come già fu detto e ripetuto a Norimberga dagli imputati e dai loro patroni - che questo nuovo tipo di criminale, realmente hostis generis humani, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male. A Gerusalemme lo si vide più chiaramente che a Norimberga, perché là i grandi criminali di guerra avevano sì sostenuto di avere obbedito a ordini superiori, ma al tempo stesso si erano anche vantati di avere ogni tanto disobbedito, e perciò era stato più facile non credere alle loro proteste d'innocenza. Ma sebbene la malafede degli imputati fosse manifesta, l'unica prova concreta del fatto che i nazisti non avevano la coscienza a posto era che negli ultimi mesi di guerra essi si erano dati da fare per distruggere ogni traccia dei crimini, soprattutto di quelli commessi dalle organizzazioni a cui apparteneva anche Eichmann. E questa prova non era poi molto solida. Dimostrava soltanto che i nazisti sapevano che la legge dello sterminio, data la sua novità, non era ancora accettata dalle altre nazioni; ovvero, per usare il loro stesso linguaggio, sapevano di aver perduto la battaglia per liberare l'umanità dal dominio degli esseri inferiori, in particolare da quello degli anziani di Sion. In parole povere, dimostrava che essi riconoscevano di essere stati sconfitti. Se avessero vinto, qualcuno di loro si sarebbe sentito colpevole?

(pag. 282)


(Hannah Arendt, La banalità del male - Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli editore)

Risorse umane (di Laurent Cantet, 1999)

Mentre si persiste nel discutere sugli effetti della legge Aubry, il primo lungometraggio di Laurent Cantet offre ancora oggi la possibilità di guardare oltre il momento storico in cui è avvenuto questo controverso cambiamento. Il regista proveniva dal mondo dei documentari, ma il film non sarebbe ancora così attuale se si fosse limitato a descrivere la molteplicità di reazioni e dibattiti sulla legge in questione, non ancora entrata in vigore nel momento in cui sono state effettuate le riprese ma già nota a tutti.

Attraverso l'ingresso di Franck in fabbrica si parte dall'interrogativo della soglia salariale fino ad addentrarsi progressivamente nella duplicità esistenziale di un uomo in fieri. Colmo della purezza della teoria ma ancora privo della concretezza del vissuto, dal destino già solcato all'interno di piani alti fatti di responsabilità, riunioni e decisioni, uffici personalizzati e spersonalizzanti. Ma quale divisa rende più spersonalizzante?

Tutti i personaggi gli danno sempre del "tu", perché Franck è inizialmente un ibrido. Ha la cravatta ma è figlio e fratello di operai, eppure non conosce ancora le persone che lo circondano. Si fida dei "padroni" solo perché teoricamente entrambe le parti possono trarre vantaggio dai più moderni principì economici, quindi perché semplicemente non applicarli?

Quando sottopone ingenuamente agli operai il questionario in cui viene richiesto di esprimere un'opinione circa la soglia salariale, i turni e le altre condizioni di lavoro, Alain afferma "Non ci credo per niente".
Alcuni anni più tardi ne La classe si domanda agli studenti di raccontare ciò che hanno imparato durante l'anno scolastico. "Non ho imparato niente", esclama una studentessa al professore. Quest'ultimo tenta razionalmente di dimostrare il contrario, invano. La verità inaspettata fa male, specie se contraria alla bontà delle intenzioni.
I film di Cantet ci ricordano quanto la logica, nell'inevitabile gioco delle parti, non sia sufficiente per comunicare.




In Risorse umane, esordio di struggente bellezza e autenticità, c'è soprattutto il rovesciamento della logica della strada già solcata dai genitori per i propri figli, ossia quella di autoimporsi sacrifici disumani per permettere loro di ergersi ad un ruolo di "maggior rilievo e valore" secondo le regole della società in cui viviamo. La moltiplicazione dei suicidi di piccoli imprenditori incapaci di elaborare il linguaggio della vergogna dinanzi all'immagine che gli è stata affibbiata e dietro la quale non hanno mai riconosciuto sé stessi è indicativa dell'attualità di un film come questo.

Franck inizialmente crede di conoscere il padre, ma non l'ha mai visto all'opera.
Non l'ha mai visto venire umiliato.
Non ha ancora conosciuto le sue reazioni dinanzi alla sempre più manifesta ingiustizia.

Mentre la camera intelligentemente schiaccia i dirigenti mozzandone alcune teste, si fa strada un sentimento di dilagante rabbia e tenerezza, a cui si unisce una identificazione sempre più forte della propria identità. Finalmente figlio e uomo: dal pianto silenzioso e in disparte, in una delle sequenze più toccanti, fino al confronto intenso che costituisce l'acme del film, Franck individua il sentimento più profondo che giaceva inespresso nella sua storia personale. Scuote il padre con l'autenticità della sua vergogna. Questa figura stanca, curva, ripetitiva, alienata, assoggettata, finalmente spegne la macchina che ne teneva in vita la "carcassa", liberandosi. La vergogna è la medesima, e oltre a turbare entrambi, li ha riaffrancati. Per la prima volta il regista esprime come la vera consapevolezza avvenga innanzitutto attraverso il riconoscimento dell'autenticità dei legami più intimi.

Nella sequenza successiva il padre di Franck gioca con il suo nipotino, testimonianza della riappropriazione dei propri ruoli.
Franck lo osserva, finalmente lo riconosce. Ora è tempo di ricollocarsi nel proprio futuro.
Il semplice ma efficace movimento di macchina finale sovrappone il suo corpo a quello di Alain.
"Dov'è il tuo posto?" in tal modo appare un interrogativo che li accomuna.