Pill 71

"Siccome aveva avuto un vestito da sposa nero, scelse un semplice vestito di cotone bianco, con la scollatura squadrata e lunghe maniche strette. Nel negozio, allo specchio del camerino, scorse l'immagine di una perfetta sconosciuta, tanto indifferente agli osceni fiori della carne quanto l'Ofelia annegata; così si fece tingere i capelli per distinguere ulteriormente il suo nuovo corpo dal vecchio, e infine andò a farsi truccare in un salone di bellezza. Si sorprese di vedere quanto fosse freddo, duro e impersonale il suo nuovo volto. Fece a pezzettini il denaro avanzato da queste spese folli. Si era ormai in pieno pomeriggio.
Tirò fuori i suoi album da disegno e, pensosa, ne accarezzò una pagina dopo l'altra, perché un tempo ogni tratto di pastello o di matita le erano apparsi come qualcosa di vivo; i suoi disegni non avevano alcuna relazione con gli oggetti che sembravano rappresentare; erano, ai suoi occhi, vere e proprie realtà. Ma non le riusciva di disegnare più nulla e così si sentì costretta a continuare questi fantasiosi esperimenti con il proprio corpo e che ora erano sul punto di concludersi, infine, nell'operazione di cancellatura, poiché aveva fallito nel tentativo di fare se stessa il ritratto vivente d'una ragazza mai esistita.
Trasaliva, di tanto in tanto, quando udiva delle voci nell'appartamento di sopra, oppure quando i rumori della strada si infiltravano sottili attraverso le finestre opache. Era tormentata da una sensibilità molto acuta e si domandava perché gridassero così forte al piano di sopra e perché le auto, quel giorno, emettessero ruggiti da tigre. A volte sentiva una certa irritazione, più che un vero disturbo, nel percepire i respiri quasi indistinti e i movimenti del tutto impercettibili delle immagini sulle pareti, mentre gli improvvisi accessi di ipersensibilità rendevano i fogli fra le sue dita persino più ruvidi della carta vetrata. E al posto di pori e peli, sulla pelle dell'avambraccio, lei vi vedeva voragini e setole. Prima che avesse finito di sfogliare i suoi libri, Lee rientrò a casa.
-Che ci fai qui?- domandò in collera.
Avrebbe voluto rivolgerle la stessa domanda se solo gli avesse lasciato il tempo di parlare, perché non l'aveva riconosciuta alla prima occhiata. Per qualche straordinaria combinazione, il colore che aveva scelto per i capelli era della stessa sfumatura di ottone lucido della dottoressa in ospedale, sebbene gli occhi bordati di nero, le sue lunghe ciglia, le sopracciglia inarcate, le labbra carminie e le unghie con lo smalto rosso scuro gli ricordassero lontanamente sua madre, prima che incominciasse a truccarsi con stile più sgargiante. Indossava un vestito bianco, simile alla camicia da notte in cui avevano seppellito la zia, ma sedeva in mezzo a pile di disegni in un modo che era tipico soltanto di Annabel, e, finalmente, riconobbe che quella figura composta era sua moglie, per quanto si sentisse talmente intontito per la notte insonne che poteva anche essere frutto d'un'allucinazione.
Gli sembrava quasi impossibile che, mentre lui si trovava nel semplice ambiente della scuola, Annabel avesse potuto trasformarsi completamente, tanto che nulla, a eccezione di alcuni gesti spigolosi delle sue mani, aveva conservato un'aria familiare.
Era così colpito dalla nuova adamantina bellezza degli occhi di Annabel da non accorgersi che non riflettevano più nulla. Con quella chioma lucente e il volto impenetrabile, dalle sintetiche venature rosse, bianche e nere, era identica a una di quelle strane, splendide figure con cui gli esperti del periodo barocco amavano decorare le loro grotte artificiali, quegli atlantes composés costruiti con marmi rari e pietre semipreziose. Era diventata una cristallizzazione meravigliosa ma, esclusa la forma, non conservava più nulla della donna d'un tempo, poiché tutti gli elementi che componevano questa nuova struttura avevano subìto un cambiamento: zirconi e spinelli al posto delle pupille, capelli tessuti di fili d'oro, la bocca di smalto scarlatto. Non più carne e sangue vulnerabili, bensì materiale inflessibile. Se si fosse immersa nella giungla dipinta sulle pareti, non avrebbe stonato accanto alle travi con il parapetto o ai fiori carnivori, perché ora era diventata la loro regina bianca, onnipotente e in grado di muoversi ovunque su quella scacchiera.
-Vattene- ordinò a Lee. -Lasciami in pace.-
-Dio del cielo- rispose lui. -Le jour de glorie est arrivé.-
Inevitabilmente, scoppiò in una risata di fronte a tale rovescio, perché la rivoluzione che aveva tanto temuto e desiderato al contempo era finalmente giunta, mentre lui era ridotto alla bancarotta, non trovando più nulla da amare in quella magnifica creatura. Niente, ora, poteva continuare come prima, perché era stato congedato senza neppure una benedizione.
-Vattene- ripeté. -E non tornare, non ritornare mai più. Non voglio avere mai più nulla a che fare con te.-
Era straordinariamente bella e sprigionava un'aria di eccitazione contagiosa; all'improvviso Lee smise di ridere, colto dalla convinzione che Annabel si fosse agghindata in quel modo splendido solo per suo fratello.
-E' tornato, allora? Avete trovato un accordo tu e lui?-
-Cosa stai aspettando?- domandò lei. -Esci.-
Si infuriò nel sorprendersi a piangere in quel modo, come se i suoi occhi fossero stati abbagliati; allora sussurrò un addio soffocato, si strinse nelle spalle, lasciò cadere la sua ventiquattrore sul pavimento e lasciò Annabel a se stessa, benché si ritrovasse con soli nove scellini e sei pence in tasca e nessun altro posto in cui andare.
A meno che non fosse la materializzazione di un'immagine tratta dai suoi libri, lei non sapeva più chi fosse quell'uomo; aveva persino dimenticato di avergli impresso un marchio. Quando tornò a chinarsi sulla pagina, una ciocca di capelli biondi andò a cadere con un tonfo lieve sullo schizzo del capo dei Mohawk che camminava su un tetto, ma trattenne in tempo un urlo alla vista del serpente giallo e al suono del tonfo sordo. Solo quando toccò il serpente con un dito si rese conto che si trattava dei capelli sebbene anch'essi, ora che erano biondi, apparissero come una sostanza innaturale. Poi avvertì una serie di colpi violenti, misurati, ritmici, che dovevano essere i battiti del suo cuore e subito sentì il pulsare pungente del polso. Attese impaziente che giungessero le tenebre, poiché i suoi sensi eccitati trasformavano la veglia in una prova del fuoco; quando fosse stato buio, sarebbe andata in camera da letto, avrebbe sigillato le porte con il nastro adesivo, aperto le manopole arrugginite del gas, si sarebbe sdraiata sul letto e avrebbe atteso di annullarsi; ma forse, pensò, questa notte, di tutte le notti, il sole non avrebbe mai smesso di splendere. E a quel pensiero gemette di panico e terrore. Non c'erano orologi nell'appartamento e così non si rendeva conto se il tempo stesse passando o meno."

(Angela Carter, Love, pagg. 168-173, Rizzoli editore)

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