Pill 69

Anna riempie lo spazio emotivo.
Materna, solidale, sentimentale, caritatevole.
Rifiuta "un oggetto" di Agnese perché non contempla la materialità. Non conosce questo tipo di linguaggio che pone al centro il riempimento dello spazio esteriore.
L'oggetto, che nel suo rifiuto si tramuta silenziosamente e conseguentemente in denaro, è la "concessione" scaturita dall'esigenza impellente di disfarsi di quella presenza inopportuna ed estranea. Per le sorelle e i loro degni consorti, è questa la "riconoscenza": la stucchevole elargizione della propria autoriconosciuta e compiaciuta superiorità.
Anna è trattata come un cane a cui si domanda di scegliere il vestito del proprio padrone che gradisse di più.

Non c'è né spazio né tempo per la grazia ricercata da Agnese, magnanima eppure cieca ed evanescente.
Solo il fetore di corpi marci, vivi e defunti, reali e sognati, che (si) rifiutano disgustando persino l'idea del contatto.

La morte, un mistero che resta senza domanda e lascia solo briciole di "buoni" propositi.







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