Pill 68

"...l'oiseau s'égosillait toujours"




"..Un brontolio continuo che prima si sentiva a malapena s'avvicinava rapidamente. Il fiume stesso sembrava premere, come se il sordo rumore salisse dalle sue profondità.
- Cos'è questo rumore? - chiese la ragazza. Era la cascata dello sbarramento che tagliava il fiume in due all'estremità dell'isola. Egli si sprofondò in una spiegazione allorché, tra il rumoreggiare della cascata, sentirono il canto d'un uccello che sembrava venire assai di lontano.
- Guarda, guarda, - disse egli; - gli usignoli cantano di giorno; vuol dire che le femmine stanno facendo la cova.
Un usignolo! La ragazza non li aveva mai sentiti, e il pensiero di poterne udire uno sollevò nel suo cuore una visione di poetici affetti. Un usignolo! Ossia, l'invisibile testimonio degli appuntamenti che Giulietta invocava dal suo balcone; la musica del cielo concessa ai baci degli uomini; l'eterno ispiratore delle languide romanze che aprono azzurri ideali ai poveri cuoricini delle ragazze commosse!
Stava per udire l'usignolo...
- Facciamo piano, - disse il suo compagno; - potremo scendere nel bosco, e sederci vicino a dov'è lui.
Il canotto sembrava che scivolasse. Spuntarono alcuni alberi dell'isola, la quale aveva la riva così bassa che gli occhi si perdevano nel fitto del bosco. Si fermarono; legarono il canotto e s'inoltrarono fra i rami, Henriette appoggiata al braccio di Henri. - Chinatevi, - disse egli. La ragazza si chinò, e penetrarono in un inestricabile groviglio di liane, di foglie e di canne, un rifugio introvabile che bisognava per forza conoscere, e che il giovane, ridendo, chiamava «il suo salotto riservato».
Proprio sulle loro teste, appollaiato su uno degli alberi che li coprivano, l'uccello continuava a sfiatarsi. Lanciava trilli e gorgheggi, poi emetteva dei suoni prolungati e vibranti che riempivano l'aria e parevano perdersi all'orizzonte, dispiegandosi lungo il corso del fiume, e volando sopra le pianure attraverso l'infuocato silenzio che appesantiva la campagna.
Non parlavano più, temendo di farlo fuggire. Eran seduti accanto, e pian piano il braccio di Henri girò intorno alla vita di Henriette, serrandola in una dolce stretta. Tranquillamente la ragazza tolse la mano audace, e seguitò ad allontanarla a misura che egli la riavvicinava, senza provare imbarazzo alcuno per quella carezza, come se fosse stata una cosa naturalissima, che ella respingeva con altrettanta naturalezza.
Stava ascoltando l'uccello, smarrita in una sorta di estasi. Si sentiva attraversare da infiniti desideri di felicità, da subitanei slanci d'affetto, da rivelazioni di sovrumana poesia, da una tale snervatezza e da un intenerimento del cuore, che piangeva senza sapere perché. Ora il giovane la stringeva contro di sé; e lei non lo respingeva più, non ci pensava nemmeno.
All'improvviso l'usignolo tacque. Una voce gridò di lontano: - Henriette!
- Non rispondete, - diss'egli; - farete volar via l'uccello.
Non ci pensava proprio. Rimasero così per un poco. La signora Dufour doveva esser seduta in qualche posto perché ogni tanto si sentivano vagamente i gridolini della donnona senza dubbio stuzzicata dall'altro canottiere.
La ragazza seguitava a piangere, in preda a dolcissime sensazioni, con la pelle calda e picchiettata dovunque da piccoli strani brividi. Henri teneva la testa appoggiata sulla sua spalla; all'improvviso la baciò sulla bocca. Ella si voltò furiosamente e per evitarlo si gettò indietro, sulla schiena. Ma egli s'abbatté su di lei coprendola col suo corpo. Inseguì lungamente la bocca che gli sfuggiva, e, raggiuntala, vi incollò la sua. Allora, trascinata da un grandissimo desiderio, lei gli rese il bacio, stringendo il giovane, e la sua resistenza crollò, come schiacciata da un peso troppo forte.
Tutto, intorno, era calmo. L'uccello ricominciò a cantare. Dapprincipio emise tre note penetranti che sembravano un richiamo d'amore, poi, dopo una brevissima pausa, cominciò con più debole canto lentissime modulazioni.
Si levò un molle venticello, suscitando un mormorio di foglie e tra la profondità dei rami passarono due ardenti sospiri, che si mischiarono al canto dell'usignolo e al leggero respiro del bosco.
L'uccello era invaso dall'ebbrezza e il suo canto, aumentando a poco a poco come un incendio che prenda vigore, o una passione che ingrandisca, sembrava che accompagnasse un crepitio di baci sotto l'albero. Poi, il delirio della sua gola si scatenò perdutamente. A momenti pareva che fosse lì lì per svenire, e spasimava a lungo, melodiosamente.
Talora si riposava un poco emettendo soltanto due o tre suoni leggeri e prolungati, che finivano all'improvviso con una nota acutissima. Oppure si lanciava in una corsa furiosa fra uno zampillare di diversi toni, di fremiti, di sussulti, come un impetuoso canto d'amore seguito da grida trionfali.
Ma tacque, sentendo sotto di sé un gemito così profondo, che si poteva scambiare per l'addio d'un'anima. Il rumore si prolungò un poco, e finì in un singhiozzo.
Erano molto pallidi, tutti e due, quando lasciarono il loro letto di verdura. Il cielo turchino apparve loro oscurato; il sole ardente era spento per i loro occhi; s'accorsero della solitudine e del silenzio. Camminarono rapidamente, a fianco a fianco, senza parlarsi, senza toccarsi, perché sembravano divenuti irreconciliabili nemici, come se tra i loro corpi si fosse levato il disgusto, e tra le loro anime l'odio.."

(Guy de Maupassant, La scampagnata)

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