Pill 67

C'è qualcuno in questo posto che abbia mai conosciuto un assassino? Qualcuno in questa stanza, in questa aula, in questa palestra, in questa scuola, in questo condominio, in questo parco, in questa zona?
Ora tutti noi abbiamo sofferto per questa atrocità. Eppure non c'è eroe. Dopo pochi giorni nessuno ne parla più. Non c'è un fatto politico, internazionale, un interesse sociale, non c'è più niente. Solo cronaca, e riportata male.
E cosa può rimanere dopo il dolore, l'indignazione, il senso di vuoto, quello di ingiustizia, dopo il lutto, la difficoltà, la paura, le lacrime che possa riequilibrare gli eventi?
Non c'è niente da fare. Non è punibile. Non è condannabile. Non è capace di intendere. Non sa volere. E il gatto si morde la coda in un continuo scaricamento delle responsabilità. Gioco in cui non voglio farmi imprigionare. Nemmeno quando gli uomini della giustizia mi dicono che non c'è niente da fare, che l'unica cosa è scrivere ai giornali, urlare l'indignazione ai mezzi di informazione, andare al Costanzo Show a parlarne.
Non voglio farmi pubblicità, voglio giustizia. Ma cos'è la giustizia in questa vita?
E' giusto per un matto farsi curare. E' giusto per un medico calibrarsi e non abusare di se stesso, di sostanze tossiche. E' giusto per uno psichiatra darsi limiti. Lo psichiatra cura il matto, diventa psichiatra che poi si trasforma in matto e uccide lo psichiatra, in un percorso a spirale dove sfrigola una patata bollente che nessuno riesce a tenere in mano per più di qualche secondo. Allora forse è colpa dell'ospedale che non ha tutelato il medico (quale?) così preoccupato di tutelare il paziente con la nuova legge sulla privacy; è colpa dei colleghi che non si accorgono dei suoi primitivi disturbi, della società psichiatrica che permette, a chi intraprende questa tortuosa professione nei meandri della psiche, di scegliere se analizzarsi, prendere in carico se stesso, supervisionarsi e farsi supervisionare, oppure niente; è colpa della formazione universitaria che non si pone questo problema (chi cura il curante che ha in cura l'altro?); è colpa degli enti previdenziali che non accolgono, non ascoltano, non rispondono; è colpa della società e delle sue inesistenti reti d'aiuto e di prevenzione, più interessata a nutrirsi di potere e di soldi che a curare l'universo dello sfacelo; è colpa di sua madre che non gli ha infuso questo primario senso di accettazione e accoglienza; è colpa dei curanti che non sanno curare perché non sanno amare; è colpa di Lorenzo, allora, che non ha saputo dire di no, che ha avuto paura e ha preferito lasciarlo smarrirsi nel delirio della sua malattia, che ha sottovalutato la sua violenza, che non si è tirato indietro quando sentiva che doveva farlo, che non si ascoltava abbastanza... E' colpa mia che non l'ho aiutato ad ascoltarsi. La colpa non esiste per nessuno, sta solo nel non saper perdonare senza sentire che il perdono è già lì che ti accoglie. Insomma, smettiamola di girare intorno al problema: vogliamo tenerla un po' in mano questa patata correndo il rischio di bruciarci un po'? La colpa è solo di chi non prende in mano la sua vita e rimane nell'inconsapevolezza malgrado la sua formazione, di chi proietta facendo morti e feriti, di chi non risolve, incapace di guardarsi dentro e di stare con i suoi sintomi. Di chi non sa accogliere prima di tutto se stesso, non sa perdonare chi l'ha generato senza amore. La colpa è di chi non ha amore e perdono in sé e non l'ha mai cercato... può essere una colpa? Tutto questo può ferire anche senza sangue.

(Donata Zocca, Una lama nella psiche - Diario di follia, morte e amore, pagg. 95-96, Erickson editore)

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