Fireworks Wednesday (di Asghar Farhadi, 2006)

Fuoco, ovunque.
I petardi scoppiano continuamente.
I personaggi sono smarriti, hanno perso il valore di ciò che i propri sensi possono raccogliere.
Non percepiscono l'aria che respirano, i suoni che li circondano, persino i propri movimenti interiori. Accadono? Ovviamente sì, ma sono soffocati dall'abitudine dei sensi.
Deresponsabilizzarsi per vivere e mentire "per timore che...", azioni quotidiane ormai elevate a vere proprie strategie comportamentali per nascondersi e isolarsi, indurirsi nel proprio egoismo.

Eppure c'è la possibilità, un varco che si crea in una singolare coincidenza temporale. Perché la vita pone sempre e comunque una serie di indizi sotto gli occhi, il naso, le orecchie, la lingua e la pelle.
In Fireworks Wednesday c'è una corrispondenza tra il tempo e la possibilità di prendere coscienza di ciò che si era e ciò che si intende essere d'ora in poi.
La vigilia della "festa del fuoco" coincide con una serie di vigilie,
di un matrimonio,
della fine di una relazione fedifraga,
di una partenza per un viaggio forzatamente programmato,
di una nuova nascita.

Mozhde da diffidente si è imbarbarita nella paranoia. Ha litigato con il proprio cognato già da un anno e ha la possibilità di una riconciliazione a portata di mano, ma la respinge. Le ragioni del dissidio non sono chiare nè hanno rilevanza. Si intuisce che è questione di poco conto. E' importante capire piuttosto che benché sia stata lei a "chiudere le porte" e a "dover" compiere il primo passo per il riavvicinamento, è il cognato a presentarsi da lei con un mazzo di fiori.
Mozhde distrugge, si affida al "si dice che..." piuttosto che... ha smarrito l'alternativa autentica: sentire dentro di sé, guardare la realtà senza demandare, deresponsabilizzarsi, rinunciare. Ama ancora il marito o cerca nella paranoia un motivo per giustificarsi?
Il figlio ai suoi occhi è diventato "oggetto esclusivo" di rivendicazione e persino di confidenza, qualcuno o persino "qualcosa" da strappare come dispetto. I figli invece capiscono, indipendentemente dall'età, e questo dato di fatto non è quasi mai contemplato nel mondo degli adulti ritratti nei film di Farhadi. Come se i genitori avessero dimenticato ciò che avvertivano da bambini, la propria innocenza – altro tema di fondamentale importanza per il regista.

Per contro o alla stessa stregua c'è un uomo, padre e marito fedifrago che non ha il coraggio di ammettere la propria relazione extraconiugale. Ragiona e agisce secondo il "timore di provare vergogna agli occhi degli altri". Picchia la moglie perché "gli ha fatto fare una brutta figura": Mozhde lo spiava, "travestita" in uno chador che "la faceva sembrare una prostituta". Ferma sul marciapiede desta l'attenzione degli automobilisti (uomini, ovviamente) che si fermano e le rivolgono schiamazzi, inviti che lo spettatore non sente, così come non li sente il marito, ma li intuisce.
Morteza, prigioniero del ruolo di uomo che non può permettersi "brutte figure", rivela allo spettatore che tradisce ben prima di essere "scoperto" in auto con la vicina di casa: ciò avviene quando si rifiuta di "giurare sulla testa" del figlio di avere un'amante. Questa sequenza, unita all'evidenza del tradimento, non può essere letta come la prova che Mozhde avesse ragione a dannarsi così ostinatamente, quanto piuttosto una testimonianza ulteriore di quanto i personaggi si siano rinchiusi ostinatamente in una reiterazione di convenzioni, ormai facenti parte persino dei modi di dire e quindi di pensare.

Mentire o dire una cosa a fin di bene (l'orario di partenza o il passaggio dei biglietti) si rivestono di una patina di determinanza, laddove non sono che dettagli che, anche se scaturiti diversamente, non avrebbero mai e poi mai mutato ciò che è immutabile, già precostituito e ordito da tempo dalla paranoia e dall'inganno. Bugie o rivelazioni, dettagli a cui attaccarsi che non cambiano la sostanza – o la sostanza è costituita da un insieme di dettagli quotidianamente reiterati in maniera distorta.

Roohi non è dunque un personaggio attivo nella narrazione. Non ancora. Non si può pensare che la sua innocenza determini uno stravolgimento nel corso degli eventi attuali.
L'evidenza di una realtà ormai inquinata dai fattori esplicitati in precedenza, l'assolve.
Roohi con la sua ingenuità è il personaggio che ha ancora la possibilità più concreta di capire.
Viene presentata frivola come una bambina. In sé non ha ancora ben salda la coerenza tra ciò che i suoi "giusti" principi le suggerirebbero di fare e ciò che effettivamente agisce, come nell'atto di cedere ad accettare i 5000 tuman per un servizio di pulizie non effettuato. Si ritrova inizialmente per caso entro mura domestiche per lei nuove, ha la possibilità di sentire e giudicare ciò che sta avvenendo. E' l'unica a entrare a stretto contatto con tutti i personaggi principali. Ha modo di raccogliere tutte le informazioni necessarie per comprendere la sua posizione nel mondo. Lei che, incontaminata, ha ancora la voglia di raccogliere l'effetto dell'aria sulla propria pelle, ha il ruolo chiave di agente passivo che potrebbe trasformarsi in attivo per la sua vita futura.

Ritorna la familiarità della vita pur in vite diverse: in fin dei conti tutti in una società predeterminata come quella persiana si sposano e hanno l'obiettivo di procreare, ma almeno, Roohi, che "assiste" a tutto, ha l'occasione sotto i propri occhi per "vedere" tutto, non commettere gli stessi sbagli con il suo futuro marito, non chiudersi nell'idea dell'amore ma nel suo segreto più intimo e coerentemente "giusto".
Roohi può avvalorare tutto l'insieme di percettibili segni di una vigilia densa di accadimenti per insegnare a suo figlio che con ogni probabilità nascerà tra nove mesi, stando ai desideri del suo compagno, cosa significhi essere responsabili.

Tanti luoghi comuni, convenzioni, legami ormai alla deriva.
Roohi cambia il taglio dei propri occhi ma forse non i propri occhi. Osserva l'uomo bizzarro che dorme nella propria auto, i fuochi ovunque, la finestra prima rotta, ora integra, le luci che segnalano la presenza, e forse vorrebbe confidare che... Non ha importanza. Ha attraversato il fuoco, ha visto adulti e bambini giocare con il fuoco. Ha potuto osservare il tessuto su cui si staglia il proprio futuro, ha la possibilità del giudizio. Assiste ad un'ultima bugia manifesta: Morteza al suo futuro marito riferisce che "sua moglie ha tanto insistito per riaccompagnare Roohi". Ancora una volta "il timore che gli altri possano pensare che...", perché trasportare una ragazza in auto in piena notte "potrebbe lasciar sospettare che...".

Roohi e il futuro marito si guardano innamorati e partono, i loro volti sono come nella prima sequenza del film. La protagonista non ha capito nulla di quanto avvenuto?
Così come ambiguo è il finale. Mozhde finge di dormire, abbracciata a suo figlio. Oggetto o amore autentico a cui aggrapparsi?
Due finestre, una con la luce accesa, l'altra spenta. A voi la scelta. O meglio, l'ambiguità del reale.
Vivere o lasciarsi vivere.

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