Beautiful city (di Asghar Farhadi, 2004)

|Ringrazio la mia ragazza per le ore (!) trascorse con me a parlare di questo film, per i suoi preziosissimi consigli e per esserci ritrovati con gli occhi lucidi e la voce rotta dal pianto rielaborando il personaggio di A'la, che è il "noi" del futuro, purezza di "essere" ed "esistere", coscienza individuale e civica, forza di "leggere" e aiutare gli altri dopo aver prima guarito se stessi.

Illuminato dal giudizio di chi sa sentire, guardare lucidamente "dentro" e "in mezzo" come se fosse "fuori", Farhadi con il suo cinema traboccante di riflessioni esistenziali, artefice di una filmografia senza opere spartiacque, mi ha mostrato la via ancora una volta.
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Veniamo assorbiti con effetto immediato dal rovesciamento del nostro "comune" modo di pensare. Siamo abituati infatti a ritenere che il compimento dei diciotto anni equivalga alla nascita di una libertà da assaporare. Cominciano secondo questa logica i festeggiamenti a sorpresa per Akbar, ma la camera isola il personaggio dalla bolgia entusiasta e lo accompagna in bagno cogliendone il rigurgito di terrore per una vita che non inizia, ma sta per finire. Due anni prima ha ucciso e per legge non poteva essere giustiziato in quanto minorenne. Ora sarà impiccato.
La colpa originaria non è mai degli innocenti come lui. Innocente? Come lo si può definire diversamente? Il suo obiettivo era di suicidarsi oltre che di uccidere la persona amata. Come è difficile giudicare un gesto tale dettato dalla disperazione di un matrimonio combinato.

Giudicato e in procinto di essere giustiziato, invece. Eppure benché ritenuto colpevole, il suo sangue vale il doppio di quello della ragazza uccisa perché è un uomo. Indipendentemente dallo status e quindi anche dalla pena, è la legge dei vivi. La stessa legge che sancisce chi è investito del potere per pronunciare la parola "perdono". Ma il potere non è la forza di conoscere il significato di un concetto così profondo.

Se analizzato superficialmente, Beautiful city sembrerebbe una storia di perdono e vendetta, ma queste parole perdono di valore, sgretolate nelle fauci di una convenzione che ha già determinato tanti anni fa una serie di comportamenti che si reiterano inesorabilmente.
Le parole hanno un effetto ridondante e paralizzante, sporcano e corrodono unitamente al "denaro insanguinato", espressione giuridica che di per sé ne indica il valore etico. Ma a monte c'è un sistema che non offre sbocchi, fitto di rapporti matematici (l'uomo corrisponde a 1, la donna a 1/2), modi di ragionare inestirpabili, preconcetti tesi sempre e solo a conservare un ordine delle cose e dei rapporti.

La colpa dei padri che hanno sofferto ma non hanno imparato. La colpa di un uomo-bambino che vende la propria casa pur di uccidere "finalmente!!" l'assassino di sua figlia che non vedrà mai più. La concezione del lutto come esclusivo. Un vestito nero che non verrà mai tolto. Una foto gigante da non rimuovere mai da quella parete, da continuare ad osservare e rimpiangere. La vendetta come vuoto rituale.
Ma il corano spinge a perdonare. "Allora dio è ingiusto perché si accanisce contro di me?" Esclama il dottore.
Dio assume le fattezze di chi ostacola ciò che egli ritiene giusto, o meglio l'egoismo – il capriccio. O come gli dice la moglie, "la ripicca".

Abolqasem Rahmati può condizionare la vita degli altri per tre motivi: perché è un uomo; perché sua figlia è stata uccisa e la legge gli permette di avere la discrezionalità del "denunciante"; perché è un dottore, e quest'ultimo "ruolo" lo distingue da un altro uomo che esercita un potere decisionale, ossia l'ex marito di Firoozeh.
Abolqasem Rahmati è soprattutto un padre indurito e instupidito, talmente vuoto da non ispirare alcuna riflessione nell'evoluzione della storia. Tanto che il suo pronunciarsi, che all'inizio del film sembra l'ago della bilancia, non ha più alcun significato.
Egli non è addolorato quando rimpiange la prima moglie e la figlia avuta da lei. Un miserabile non in grado di riconoscere il dolore, incapace di "vedere la vita" e "i vivi" che ha accanto: una moglie e una figliastra che abitano sotto il suo tetto.
Non stupisce quindi la sua decisione di vendere la casa in cui vivono tutti insieme, naturalmente senza interpellare altri se non se stesso, il suo capriccio, la sua chiusura indice di un fallimento morale, esistenziale (non certo convenzionalmente sociale).
Contemporaneamente una madre e moglie, oltre che futura suocera, agisce nascondendo e deresponsabilizzandosi, pretendendo al tempo stesso che gli altri nascondano, perché l'uomo di casa "non deve sapere"... Per dargli l'illusione di avere veramente potere decisionale. Ma anche per salvarsi dalle botte. Perché potere decisionale è poter dispensare colpi "legittimamente", così come il dottore ha fatto con la povera Firoozeh, che per "assecondarlo" gli ha dispensato regali di vario tipo come oggetti e cibo. Lei che è figlia della miseria sociale, ex prostituta, mantenuta da uno spacciatore che non è più suo marito ma che non ha il coraggio di lasciare finché non scopre l'amore autentico, si sente in "dovere" di umiliarsi pur di ottenere un consenso di perdono per suo fratello.

A'la prende le parti di una persona che conosce da pochi mesi, scoppia a piangere perché l'amico morirà, si mette in gioco "perché è giusto".
E' la determinazione di chi sa di operare a fin di "bene". Il Mullah, che poiché detiene la conoscenza del libro della "verità assoluta" da ossequiare "può" distinguere, gli chiede chi sia lui per giudicare cosa è "etico". La risposta è nella frase: "Anche un bambino di cinque anni lo saprebbe".
A'la puro di cuore, interpreta le situazioni della vita dopo aver letto dentro se stesso, non un libro sacro.
A'la non direbbe mai "se questa è la volontà di Allah" o frasi simili dietro cui si cela l'ipocrisia (dilagante nei modi di esprimersi dei personaggi solitamente ritratti nei film del regista) di non assumersi la responsabilità delle proprie azioni. A'la definisce tutto con il proprio nome.
A'la si assume la responsabilità che non ha nessuno, a cui ha rinunciato persino la sorella di Akbar, dopo l'ennesima umiliazione per aver implorato il consenso del dottore.
A'la agisce rinunciando al proprio tornaconto. Disposto a dormire in una stalla pur di non "invadere" lo spazio intimo e accessibile della donna indifesa di cui è innamorato, perché la rispetta.
A'la che non cede al ricatto. Sceglie secondo i propri sentimenti, pur nel tormento, e anzi dopo aver attraversato il tormento della scelta a cui è costretto.

Denudati dal ricatto e soli, Firoozeh e A'la si osservano dolcemente, ma per poco tempo; perché Firoozeh sente il bisogno di guardarsi attorno, nella speranza che nessuno veda che stanno parlando. Deve far finta di essere ancora sposata per non essere molestata. Lei è 1/2.
Se abbiamo il coraggio di sentire e guardarci dentro, realizziamo che il momento del film in cui avviene "il miracolo", lo squarcio possente di speranza (qui parola sublime e inaspettata come un fiore nel deserto) è la sequenza notturna in cui Firoozeh per amore toglie l'anello che è talmente stretto da farle sanguinare il dito. Fa male il trapasso, ed è faticoso.
Nello squassante silenzio di una scelta finalmente immaginata, quella che coincide con la libertà di essere donna senza un anello al dito perché finalmente si appartiene per sentimento e non per paura, torna ad irrompere la parola del ricatto che sporca tutto e ripristina l'ordine prestabilito.

E' il passato dei genitori che si riverbera sui figli. Il passato nel presente, che ne mina le scelte. Amare significa rinunciare a qualcosa. O la vita o l'amore. Akbar non dipende da un "perdono", ma da un ricatto. E poi "cosa" è a dipendere? Non stiamo parlando certo di libertà, ma di una commutazione di pena. Che resta a vita. Figurarsi se avrà la possibilità di rimediare al suo sbaglio, che certo c'è stato, ma abbiamo visto che scaturiva da una legge senza senso.

C'è un muro gigantesco che si erge, ben più evidente delle fessure che dividono i protagonisti, come la ringhiera bianca tra Firoozeh e A'la in una delle sequenze di maggior frustrazione per lo spettatore. Perché un rapporto così dolce e alchemico non può sfociare nell'amore?
Firoozeh non sceglie se salvare suo fratello o di vivere innamorata e felice. Cede al ricatto, nascondendosi. Si pone nella rinuncia. La sconfitta di chi forse sa che non sarà mai felice in questa società.
Per lei è difficile perché è una donna. Mi fa paura che smetta di fumare perché ad A'la "non piacciono che le donne fumano". Eppure nella scena del pasto consumato insieme, A'la sembra rendersi conto che la propria esternazione non proviene da sé, piuttosto da una convenzione. Lui "sa leggere", quindi dubitare.

Firoozeh è rassegnata? Pensa davvero che la solitudine con suo fratello in carcere a vita, ma vivo, sia preferibile a esaudire il suo bisogno di amore, ma con suo fratello giustiziato? Rinuncia perché lei è più grande d'età rispetto ad A'la? Perché ha avuto un figlio da un altro uomo?
Il finale ci spezza. Eppure attraverso A'la possiamo interpretare la realtà e immaginare un futuro anche per Firoozeh in cui la scelta è dettata dalla rivendicazione legittima della libertà dei sentimenti e della propria dignità. Nella nostra realtà.

1 commento:

M. ha detto...

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/04/17/news/esecuzione_in_iran-83856102/?ref=HREC1-13