Ai nostri amori (di Maurice Pialat, 1983)

- Ma il denaro non è sempre sporco!

- No no, tuttavia quando si è passata una vita credendo in certe cose e poi improvvisamente si scoprono questi pseudovalori, è il baratro. E uno si domanda a che è servito vivere.
Sapete, una volta ho letto... non so se sia vero perché quello che si legge non è verificabile... che quando van Gogh è morto... in punto di morte sembra che abbia pronunciato queste parole, e anche se non fosse vero sono comunque congeniali alla sua personalità, cioè "la tristezza ti accompagna dalla nascita". Ci ho riflettuto a lungo perché mi ha colpito molto questa frase e mi sono detto, come altri credo, che la vera tristezza è pensarla come lui. Perciò mi sono costruito una teoria del tutto personale su van Gogh, e magari è quella giusta, e cioè che sono gli altri ad essere tristi. Potrebbe essere, no?
E' la gente come voi che è triste. Tutto quello che fate è triste. Anche sposarsi con una donnetta il cui fratello vi insulta apertamente o attraverso le pagine di un giornale è triste.


La scena madre consegna un regista che, ormai giunto al suo sesto lungometraggio, può permettersi di aprire un varco nella narrazione di finzione per scagliare direttamente la propria invettiva verso le persone che non gradisce. Tutto ciò avviene allo scoperto, "personalmente" e quindi senza dover ricorrere per una volta a propri simulacri cinematografici come Yanne o Depardieu (il personaggio del pellaio è interpretato infatti dallo stesso Pialat).
Sembra che la sequenza sia stata taciuta agli attori fino ad un momento prima di essere realizzata, tant'è che lo schiaffo di una esasperata Charlotte/Evelyne Ker appare molto più autentico delle numerose altre scene analoghe che, spesso in maniera strampalata, contraddistinguono le liti famigliari fino a quel momento.
Tutto ciò che di torbido e inespresso viene generato fino a quel momento si acutizza in un confronto dai toni aspri e accesi. Per una volta, benché chiamata in causa dal padre, non è Suzanne al centro della scena, bensì il fantasma filmico che torna a manifestarsi con la strabordante vis polemica di chi non le manda certo a dire. Come non pensare alla realtà della premiazione del festival di Cannes di quattro anni più tardi?
La protagonista, ai margini della sequenza, interpellata circa una presa di posizione semplicemente non ne prende. "Sto con me stessa", esclama. Lei non sa cos'è l'amore, figuriamoci dunque se è riuscita a imparare il linguaggio per esprimere, innanzitutto a se stessa, la causa di questa condizione.
L'attacco frontale del padre, specialmente rivolto al figlio e al cognato di questi, travalica i temi principali del film, sedimentando però nell'alveo dove tutti loro scorrono – il contesto domestico.
Lo spazio narrativo è una prima importante chiave di lettura del film. Si inizia dalla colonia estiva con numerose scene all'aria aperta, tra cui la prima esperienza sessuale. Suzanne frequenta un suo coetaneo ma lo tradisce con un turista americano sconosciuto quanto il ruolo che rappresenta all'interno del processo di maturazione.
Il centro è costante, assoluto. Suzanne e i suoi quindici anni. Il rapporto avviene tra Suzanne e ciò che custodisce la sua adolescenza.
Come ci si innamora se non ci si sente amati? Le prime esperienze sessuali, la prima interpretazione di un ruolo nuovo, tanto nella finzione (l'allegoria del teatro) che nella realtà. Tutta la superficie fa pensare ad un film sulla sessualità di una quindicenne, con i relativi turbamenti, pianti, confidenze, complicità e abbandoni.
A questo punto lo spazio cambia risolvendosi perlopiù in luoghi chiusi, come le camere da letto degli amanti, in una reiterazione che diviene persino il tempo del film.
E soprattutto le soffocanti mura domestiche. Istituzionalmente la cellula fondante della società in cui il regista vive non fa mai una bella figura, per diverse ragioni. Ma attenzione, sarebbe stucchevole inquadrare la famiglia come il luogo in cui tutto ciò che c'è di sbagliato nasce e si diffonde interferendo con un processo di autoidentificazione. Pialat e la Langmann operano uno script intenso e ricco di sfaccettature psicanalitiche (si vedano più avanti i rapporti velatamente incestuosi tra padre e figlia e fratello e sorella) ma non svolgono affatto un ruolo di denuncia.
Il valore della pellicola sta proprio nello sparpagliare possibili ragioni ma nessun caprio espiatorio che facciano sì che Suzanne non individui né la fonte né tantomeno la direzione del proprio sentire. Ha paura d'amare. Il sesso diventa per lei il momento fugace in cui sentirsi viva.
La madre isterica cova del petulante risentimento per lei (e sembra che si fosse creato un curioso quanto emblematico parallelo "reale" tra Evelyne Ker e Sandrine Bonnaire).
Il padre è una figura fondamentale per decriptare soprattutto i suoi movimenti inconsci.
Si legge troppo poco circa questo film, e in queste rare circostanze benché risulti inevitabile e doveroso evidenziare come tutto si regga sulla figura della Bonnaire (difficilmente descrivibile senza ricorrere a superlativi circa il carisma e la presenza scenica), si tende a non attribuire la giusta importanza a quest'uomo-fantasma, che appare e scompare a suo piacimento, determinando in ogni caso una profonda modificazione nel tessuto famigliare e in maniera più diretta che indiretta nella maturazione di sua figlia.
Egli è un fantasma non solo sul piano scenico, ma in particolare in chiave edipica. Suzanne soprattutto in sua assenza tende a frequentare uomini più grandi, e in più di una circostanza allude più o meno esplicitamente alla ricerca di sicurezza in una figura che rievochi quella paterna.
Perché poi sposi un ragazzo giovane (interpretato da Cyril Collard, regista-attore quasi dieci anni più tardi del discreto videoclippone Le notti selvagge – divenuto nel corso degli anni un film di culto sulla lotta all'AIDS) è una delle diverse sfumature apparentemente contrastanti che corroborano a rendere meno prevedibile e didascalico il film, aspetto che come già sottolineato trovo maturo e prezioso.
Suzanne utilizza il sesso come "arma" di rivalsa con Luc, il coetaneo che non l'ha mai dimenticata. Non finirà a letto con lui. In questo mondo "si vendica" della sua età che non può vivere. "Cosa mi hai fatto? Tu mi disgusti" esclama.
Anche per Robert, forse omosessuale latente o forse segretamente frustrato da un legame incestuoso irrealizzabile con Suzanne, il padre costituisce un fantasma, ma per altre ragioni. In sua assenza il figlio maggiore sente infatti il dovere di incarnarne le veci di pater-familias e esercitare un diritto sull'educazione di sua sorella. Culturalmente impoveritosi nel corso del tempo (il suo discorso sulle opere d'arte è evidente), animato a metà tra gelosia e ruolo istituzionale, egli si adopera per proteggere strenuamente la madre e rigettare il padre, reo di aver abbandonato la famiglia.
Pialat da par suo ci restituisce un uomo certo non esente da responsabilità mancate, ma allo stesso tempo regala almeno due momenti di genuino, caldo affetto verso sua figlia, che testimoniano una sporadica, fioca luce di relazione in una pellicola dominata dall'ombra dell'assenza (genitoriale, culturale, istituzionale, affettiva, emotiva).
La presenza del padre dunque, quell'uomo che attende Suzanne al rientro oltre l'orario concordato ma incline alla confidenza (tardiva, per certi versi, ma anche anticipatoria: ne renderà partecipe solo la figlia) in merito alla decisione di andar via di casa.
Non le rivela alcuna ragione, ce ne potrebbero essere infinite. E' un uomo stanco. In questo confronto emerge la densità del non-detto: i due interlocutori stanno comunicando circa l'atto sessuale della figlia ma non lo pronunciano, in virtù di codici genitori-figli piuttosto comuni. Nessuna allusione a spettri incestuosi qui, piuttosto una salutare convivialità.
Analoga la sequenza finale, in cui il padre accompagna Suzanne all'aeroporto. Il suo ritorno sancisce il ricongiungimento di un cerchio che si era spezzato con la sua dipartita "ufficiale" (hanno continuato a incontrarsi), e di cui Suzanne aveva assai sofferto. E' un finale come al solito molto criptico che non offre una sola spiegazione possibile.
Suzanne parte con un nuovo amante. Quanto durerà?
Il padre ha riconosciuto i suoi errori, ma come proseguirà il rapporto con sua figlia?
Le ultime due inquadrature sono dedicate ciascuna ai due protagonisti, viaggiatori distanti su mezzi di locomozione diversi. Lui in ombra, lei in luce.
E' un film che si nasconde nell'ombra dell'assenza, come scritto. Ma a tratti è in chiaroscuro. Ecco che trovo infatti che il commiato dei protagonisti, lontano da fragori strappalacrime, sia un degno segno di presenza del padre per la figlia e viceversa. Pessimista ma mai vinto, questo è Pialat.

Disaffected - Vast (1995)

Il 1994 e il 1995 sono due anni cruciali per la musica estrema portoghese. Si segnala innanzitutto l'avvento dei Moonspell con un disco, Wolfheart, che probabilmente rappresenta il manifesto dell'intera scena metal del paese.
E' contemporaneamente significativa la crescita del movimento death-metal che si concretizza con la nascita di alcune piccole etichette discografiche, la maggior parte delle quali con sede a Lisbona, e la relativa uscita di album forti di una produzione valida e professionale.
Circa i contenuti si tratta spesso di uscite che, pur degni di nota, seguono un po' i canoni del genere.
E' il caso di Eye M God (1995) dei Sacred Sin (molto simile allo stile dei Nocturnus ma con accostamenti anche al black-metal), del solido omonimo dei Genocide (1994 – con punte grind), di In limine mortis (1995) degli Extreme unction (death/doom) e dell'ottimo death/thrash degli Exiled su Ascension of grace (1994).

Fanno eccezione una manciata gruppi che si sono spinti più avanti.
Gli Afterdeath sul sottovalutatissimo Backwords (1995) hanno creato un disco variopinto tra sferzate prog e post-thrash.
I Thormenthor con Abstract divinity (1994) hanno realizzato qualcosa di ancor più tecnico, originale e indefinibile, mescolando death-metal e prog-metal. Brani bellissimi, freschi e complessi.
E' curioso come l'album in questione venga registrato esattamente nel momento in cui una band di Oeiras, i Disaffected, realizza il suo terzo e decisivo demo.
I due stili sono molto simili e non si capisce chi abbia influenzato chi (entrambi i gruppi nei demo precedenti suonavano tutt'altro), sta di fatto che Halloween rehearsal permette ai Disaffected di conquistare il contratto discografico con la minuscola label Skyfall e di poter così registrare nell'agosto dell'anno seguente il suo primo album.

Vast (1995) nasce sotto una buona stella. La registrazione di Marsten Bailey nei Namouche studios di Lisbona per i tempi è ottima. I suoni sono limpidi e tutti gli strumenti bilanciatissimi.
Il gruppo è in stato di grazia. Ha elaborato un'idea primigenia di death-metal incorporando una serie di riferimenti prog-metal e fusion.
Il chitarrista e mente, Sergio Paulo, ha trascorsi in gruppi power-metal. I suoi virtuosismi ricordano Malmsteen ma egli si limita parecchio nelle parti soliste, concentrandosi su un riffing camaleontico: stoppate, armonizzazioni, rasoiate.
Il batterista Joaquim Aires ha una lunga gavetta nella storica band black-metal Decayed ma mostra di essere eterogeneo.
António Gião, il bassista, è un fingerpicker tecnico, veloce e preciso. Vast è un disco che richiede un bassista capace e aiutato dalla registrazione il suo lavoro emerge egregiamente.
Fatima Geronimo è la tastierista. Il suo strumento è, oltre alla chitarra, la carta vincente dei Disaffected. Riesce a donare alla composizione un tocco atmosferico misurato. I Disaffected non suonano death-metal sinfonico come il primo dei Sadist (citati tra i ringraziamenti), ma neppure come i Nocturnus. La tastiera nella band portoghese è un caso a parte, tanto è particolare il suo utilizzo.

E' un disco stupendo che non può assolutamente mancare nella collezione degli amanti del death-metal sperimentale. Accostabile ad altre rarità uscite più o meno nello stesso periodo come Immense Intense Suspense (1994) dei Phlebotomized, Chiaroscuro (1995) dei Creepmime, Skies (1996) dei Kalisia, Tribe (1996) dei citati Sadist, El norra alila (1996) degli Orphaned Land.
Non siamo al livello dei Cynic ma un gradino immediatamente sottostante.

E allora andiamo ad ascoltarlo, questo gioiello.
Cold tranquillity mette subito in risalto la vena ispirata del chitarrista e il mix seducente con le tastiere. Riff stoppati e scale progressive sono il marchio di fabbrica di questa miscela sonora originalissima. Si chiude con l'assolo di Sergio Paulo.
Fin da questo brano d'apertura vengono tuttavia alla luce i difetti del gruppo: i testi sono convenzionali e tra l'altro nel booklet diverse parole sono trascritte male (certamente la scarsa conoscenza della lingua inglese che contraddistingue un po' tutto il Portogallo non ha aiutato il gruppo ad esprimersi al meglio). Il cantato di José Costa appare monocorde e stereotipato nel growl. Per fortuna questo artista molto attivo nella scena metal portoghese (è tra l'altro lo storico cantante dei Sacred Sin) alterna anche un approccio quasi "parlato" o effettato (stile The cube dei Supuration). E così dopo la meravigliosa No feelings left, probabilmente la traccia più martellante (termine da prendere con le dovute distanze perché ribadisco, questo non è un disco death-metal) ecco Unlimited vision che si apre proprio con il "parlato" su un intro giocato su un cigolìo di porte infernali che si aprono in continuazione e rintocchi di basso. E' uno dei brani più interessanti e versatili del lotto. Le parti tirate di batteria sono limitate a sprazzi. Sapiente architettura che non annoia mai. Assolo finale meraviglioso.
Fanno seguito The praxis of the non being e l'accoppiata Dreaming I e II (anche in questo caso un inserto di chitarra solista mozzafiato, seguito da uno stacco bellissimo).
Quanto sono longevi questi brani?!
Allusion è la perla di Fatima Geronimo. Un brano completamente eseguito al piano in cui la tastierista mostra una spiccata dote malinconica. Quando la ascolto mi torna in mente Praça do Comércio e la vista sul Tago. Credo che la band abbia attinto a piene mani dall'atmosfera nostalgica che si respira nella capitale e nei dintorni.
Dead like my dreams appare un po' ripetitiva rispetto ai brani precedenti, mentre Desire me not riprende con la tastiera le stesse note di Allusion, introducendo uno spettrale scenario su cui si staglia una chitarra melodica e sognante. Si tratta della "ballad" del disco, dal riffing molto semplice e cadenzato. Un brano spettacolare ed emozionante in cui finalmente anche il cantante riesce a fornire il suo contributo in maniera interessante per via dell'alternanza tra parti sussurrate e cantate.
Segue Vast – The long tomorrow, il brano scelto per girare un videoclip. Ancora oggi faccio fatica a raccapezzarmi dinanzi ad una struttura così slegata. Credo che i Disaffected mostrino una volontà personale di districarsi definitivamente dalla forma-canzone e creare un ibrido perfetto tra diverse sensazioni. La prima volta che l'ascoltate rischia di non lasciarvi nulla proprio perché non arriva mai al punto e sembra un'accozzaglia di riff. Ma qui Sergio Paulo offre probabilmente tutto il suo repertorio e il non-ritmo del brano è a mio avviso la sua vera forza. Bisogna ascoltarlo senza riserve, abbattendo tutti gli schemi di cui si è in possesso.
Le ultime due tracce rendono un po' prolisso un disco che evidentemente ha già detto tutto.
...And flesh will be my bride non aggiunge nessuna novità (contrariamente alla precedente The long tomorrow) ed è anche troppo lunga, mentre la cover di Thou art lord degli Acheron è inevitabilmente veloce e stona un po' perché per quanto la band portoghese abbia dotato il brano di un tocco personale, si tratta pur sempre di una composizione ancorata a stilemi più definiti come il death/black degli statunitensi.

Vast è rimasto un fenomeno circoscritto al solo Portogallo per alcuni anni. La band ha suonato diversi show in madrepatria lungo il 1995 e il 1996. Ha realizzato nel 1996 una interessante cover degli Slayer e nel 1997 s'è sciolta.
Loro a giorno d'oggi affermano che il motivo fosse un incidente motociclistico di Sergio Paulo, ma non si sa quanto ciò sia credibile, perché ai tempi dichiararono che la ragione fosse rintracciabile in problemi interni alla band.
Sta di fatto che già verso la fine degli anni '90 in un clima stantìo di nuove uscite sia in Portogallo (ma ricordo il secondo album bellissimo dei MalevolenceMartyrialized, realizzato nel 1999) che all'estero i cultori del death-metal sperimentale hanno (ri)scoperto il disco che negli anni è diventato un oggetto di culto.
Il passaparola e la nomea conquistata hanno convinto bassista, chitarrista e cantante a riformare il gruppo e ad incidere un nuovo album a ben 17 anni di distanza.
Rebirth (2012) è uscito l'anno scorso e mostra quanto Vast sia un disco irripetibile e moderno per chiunque, loro stessi in primis.