Tra cinque minuti in scena (di Laura Chiossone, 2013)


Tra teatro, cinema e documentario, la risonanza della tenacia di una vita che confluisce nella drammatizzazione e viceversa. Gianna Coletti porta alla ribalta un dramma intimo vissuto con ironia e delicatezza. Condividere la propria dignità con altre persone non fa che rendere più sopportabile la battaglia quotidiana dall'esito scontato, che altrimenti resterebbe silenziosa.
La protagonista ha metabolizzato il rovesciamento di ruoli tra madre e figlia. E' paradossalmente "madre di sua madre" (regredita a sua volta a "bambina") nel privato mentre in scena porta il suo ruolo di figlia in una commedia. Una concatenazione potente tra vita e spettacolo fluisce per l'intero "film", che diviene persino difficile da definire. Un esperimento ben riuscito anche grazie all'amalgama continua tra le varie dimensioni di arte e vita che si mescolano con naturalezza di intenti. La regista ha trovato già nei protagonisti e nell'intreccio reale tutto il potenziale di cui aveva bisogno, destreggiandosi efficacemente nel compito più arduo di non incorrere nello scivolamento cinematografico della plastificazione, coordinando tutto con densità e conservando labili i confini tra una storia di finzione (a tratti molto divertente) e i riflessi reali.
L'opera si snoda essenzialmente in quattro dimensioni, come enunciato connesse profondamente tra loro. La prima ed essenziale, fin dall'incipit, è quella che si reitera quotidianamente tra le mura domestiche – il documento di vita tra madre e figlia o figlia e madre, che dir si voglia, in un paradosso di ruoli che regala siparietti ilari alternati a momenti che sarebbero di sconforto per molti. Gianna ha invero un temperamento invidiabile e un senso dell'umorismo spiccato che l'aiutano a condire ciò che di fondo ha più importanza, ossia l'affetto e l'umanità.
Ha un ruolo rilevante anche il tragitto da casa verso il luogo di lavoro, che si snoda lungo Via Pontano a Milano (paradiso dei writers come è facilmente distinguibile da alcune scene del film), in cui ella è accompagnata da riflessioni sul presente e sul passato, che tratteggiano il suo personaggio e il rapporto con sua madre.
Poi c'è il teatro, piuttosto malmesso, in cui la piccola compagnia si snoda tra palco e camerini. Questi ultimi due spazi hanno un ruolo ben definito. In scena avviene la drammatizzazione di una commedia frizzante (l'uso del bianco e nero la identifica come dimensione "altra") e dietro le quinte un timido e controverso regista tutt'atro che padrone della situazione lotta per ottenere i finanziamenti per lo spettacolo mentre gli attori vengono definiti nei loro tratti personali, fatta eccezione probabilmente di Ada (Pinuccia) e Lea (Enza) che sono simili sia sul palco che al di fuori, regalando due personaggi stravaganti e ben tratteggiati.
Una battuta di Lorenzo su un locale in cui mangiare cozze a buon prezzo, "coi tempi che corrono", non è casuale. Unita alla messinscena della difficoltà persino grottesca di reperire il denaro utile a finanziare lo spettacolo e alle condizioni tutt'altro che rosee in cui versa l'intero impianto (porte difettose, vetri rotti... sembra di veder recitare in un vecchio rudere) offre uno spaccato del difficile periodo che i teatri delle nostre città attraversano sia nella manutenzione che nella promozione degli spettacoli. Sinceramente non convince l'escamotage della falsificazione della firma, così come la concretizzazione della love story tra regista e interprete, ma hanno il fine solo di edulcorare superficialmente la finzione dell'opera.
Istintivamente verace, mai didascalico o inquinato da forzature retoriche, il film è un esempio di metacinema che lascia stupefatti per l'asciuttezza del messaggio tutt'altro che buonista ma carico di umanità. Eppure è al tempo stesso un documento prezioso su un tema poco trattato. Un film che idealmente sembra seguire la scia dell'ultimo capolavoro di Haneke, ma il taglio é decisamente più disteso e progressivamente sviluppato su altri binari.

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