Quelle due (di William Wyler, 1962)


A due anni da quel colosso chiamato Ben Hur, Wyler firma una regia per un progetto completamente opposto. Scenografie scarne, pochi attori, uno script teso e angusto. L'incipit rasenta la leggiadria prima della mazzata. Tutto viene reso sempre dalla prospettiva delle due donne protagoniste perché è un film che parla al femminile, a partire dalla sua creatrice Lilian Hellmann. Il film ha un pregio rimasto intatto nel tempo, perché mostra che l'omofobia non è solo la reazione che si scatena a partire da una bugia infantile ingrandita all'inverosimile e a cui noi che la rigettiamo assistiamo da spettatori distanti e giudicanti. L'omofobia è un modo di essere che ci tocca anche molto più da vicino, essendo parte integrante di certa consuetudine che regola intrinsecamente la nostra vita. La prospettiva del magnifico script della Hellmann non allude dunque tanto a "quella società", intesa come distante e in cui non ci riconosciamo, da osservare con distacco e ripugnanza. Il plot non concede quasi nessuna apertura al perfido mondo ipocrita che si ciba voracemente della dignità delle due donne protagoniste. Anzi spinge il più possibile per avvicinarsi fino a penetrare nell'intimità dell'esperienza femminile, al di qua di quel rifugio che le due insegnanti hanno costruito e che non riusciranno ad abbandonare quasi come una maledizione. Il processo non è che enunciato, così come il mormorio sommesso della gente. Un giorno vorrebbero uscire di casa, un'auto si ferma nel viale antistante l'uscio, un uomo indica, ride, l'auto riparte. Uno stigma è stato affibbiato per sempre. Viene a galla un giorno la verità, ma con quale sollievo?
The children's hour con un taglio esclusivamente intimista sorprende per ciò che si rivela essere stato soffocato, piuttosto che per quanto ostentato.
Siamo abituati alla stigmatizzazione becera che segue una discriminazione frutto della mancanza di giudizio, o di un giudizio a priori, nei confronti di un'affermazione accolta come autentica solo sulla scorta di fobie sociali.
Non stupisce dunque la vecchia che beve tutta d'un sorso la menzogna della nipote, così come l'atteggiamento impunemente omertoso di Mrs. Mortar, che potrebbe addirittura scagionare le colleghe se non fosse così mediocre. Non è questo il segreto della potenza di questo film.
Quel che sciocca è che Martha per oltre vent'anni non ha mai riconosciuto come autentico l'orientamento sessuale che le sgorgava dentro.
E' stata una menzogna a rivelarle la verità dei propri sentimenti.
Riconosciamo generalmente la nostra identità sulla base anche di un ritorno sociale. Ebbene, la società che si è "servita" di Martha ha costruito l'idea di un'altra Martha, piuttosto che il contrario. Un'angoscia più forte, cristallizzata, si è palesata ed è incontenibile. Quella sensazione di fastidio alla notizia del matrimonio di Karen celava un sentimento che nell'educazione all'espressione della propria naturalezza si sarebbe manifestato molto prima, con esiti differenti.
Karen è l'altra faccia della medaglia. Ora che la verità è emersa, può ricominciare. Martha invece deve ancora coesistere con la menzogna degli altri perché si è scoperta essere la verità che ha nascosto per tutta la vita a se stessa. L'effetto devastante del sottile binomio verità/menzogna viene dunque moltiplicato, oltre che invertito.
Colpisce l'uscita di scena del dottore. Da amante irrinunciabile si trasforma per Karen in un estraneo rispetto alla sua vulnerabilità. Anche lui, pur avendo sempre parteggiato per lei, ha dubitato. Come ha potuto farlo? La risposta è in quel sottostrato di volgare conformismo che l'opera di Wyler, profondamente e sentitamente, denuncia.
Il film rappresenta uno di quei rari casi di remake di un film diretto dal regista stesso, in cui la prima versione viene ampiamente migliorata dalla successiva. E' emblematico a tal proposito il successo de L'uomo che sapeva troppo di Hitchcock, riadattato a Hollywood ventidue anni dopo l'originale inglese. Per rivisitare La calunnia (1936) Wyler ha dovuto attendere ancora di più, ben venticinque anni. Le restrizioni sulla censura appena stabilite nel 1961 hanno favorito l'operazione di rendere giustizia a un film che uscito negli anni '30 appariva edulcorato (se non mi sbaglio l'accusa mossa nel plot finale era di una tresca tra Karen e un uomo sposato) rispetto allo script caparbio di Lilian Hellmann (grande autrice tra l'altro di opere che hanno ispirato Piccole Volpi e Julia), avanti per i tempi (1934) giacché affrontava apertamente il tema dell'omosessualità femminile.
Miriam Hopkins appare in entrambe le pellicole, prima nel ruolo di Martha, poi in quello di sua zia. James Garner è esemplare nel suo primo ruolo importante nel Cinema.
Spiccano le due protagoniste femminili; nella fattispecie è raro assistere ad una prova così drammatica e sofferta della Hepburn, in grado di calarsi nella parte con destrezza. A prevalere è tuttavia la splendida intensità di Shirley MacLaine.

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