Pill 61

Jonathan udì le loro voci, ma non poteva parlare. Non poteva muoversi, nemmeno un dito della mano. Aveva nella mente una immagine grigia di un mare che si prosciugava - una costa dell'Inghilterra, forse - che si ritirava, scompariva. Era già lontano da Simone sul cui seno era appoggiato, forse. Ma Tom era vivo. Tom guidava la macchina, pensò Jonathan, Tom simile a un dio. C'era stato uno sparo, un proiettile, ma ormai poco importava. Adesso era la morte, che aveva cercato di affrontare già prima, senza riuscirci, a cui aveva cercato di prepararsi già prima, senza riuscirci. Non era possibile prepararsi alla morte: in fondo, non era che una resa. E quel che aveva fatto o non fatto, quel che aveva realizzato, quel che aveva cercato di fare...tutto assurdo.

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Tom era in maniche di camicia, non ce la faceva più, e se non fosse stato per Simone avrebbe messo a terra l'urna per riposarsi un po'. La sua macchina era all'angolo successivo. Simone lo riconobbe e il suo sguardo si fece immediatamente fisso e torvo, come quello di un nemico che prende la mira. Si fermò per una frazione di secondo accanto a lui e quando Tom si fermò a sua volta, pensando di rivolgerle almeno un saluto dei più amorfi, gli sputò addosso. Gli mancò la faccia, lo mancò totalmente, e riprese per Rue St. Merry.
Quell'atto corrispondeva forse a una vendetta mafiosa. Tom si augurò che con quello la partita fosse chiusa, sia con la mafia che con Simone. In effetti quello sputo era una forma di garanzia, spiacevole certamente, a segno o no. Ma se Simone non avesse deciso di tenersi i soldi depositati in Svizzera, non si sarebbe presa la briga di sputargli addosso e lui adesso sarebbe stato in prigione. Simone si vergognava un poco di se stessa, considerò Tom. Per questo, entrava a far parte di una vasta schiera nel mondo. Tom pensò che la sua coscienza era probabilmente più tranquilla di quella di suo marito, se fosse stato ancora vivo.

(Patricia Highsmith, L'amico americano, pag. 232 prima, 242 poi. Edizione tascabili Bompiani)

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