Pill 59

Ordunque, tre anni erano passati in questi scambi amorosi. Si era all'inizio della primavera e quando Kaguyahime era intenta a contemplare lo splendore della luna appariva ancor più assente del solito. Avevano un bel dirle, tentando di distoglierla, che guardare così la luna portava male. Appena poteva lo faceva, sfuggendo alla sorveglianza, e piangeva a calde lacrime. Una sera uscì che c'era la luna piena del settimo mese, e se ne restò lì immersa in una trasognata apatia.
Le donne al suo servizio misero il vecchio sull'avviso: "Kaguyahime è sempre stata molto sensibile alla malinconia che suscita la luna, ma in questi tempi è peggio del solito. E' sprofondata nelle sue fantasticherie: non c'è dubbio che qualcosa la tormenta. Venite a vedere!".
A queste parole il vecchio l'interrogò: "a cosa pensi quando contempli la luna in questo modo trasognato? Si sta bene a questo mondo!". Kaguyahime rispose: "a guardare la luna, la malinconia di questo mondo mi opprime. Non c'è altra ragione per la mia tristezza".
Di nuola stette a osservare, e ancora una volta la trovò con quell'aria sognante. "Mia preziosa fanciulla, a cosa pensi? Cosa ti preoccupa?".
"Nulla, ma il cuore mi si stringe", rispose. Il vecchio le disse: "non guardare la luna: è quando la guardi che diventi così pensierosa". "Come potrei vivere senza guardarla?", e a ogni levar di luna usciva e ricadeva in quel suo malinconico sognare. Pareva liberarsi dalle sue preoccupazioni solo nelle notti senza luna. Ma quando quella riappariva, molto spesso si scioglieva in lacrime dalla tristezza. Benché le sue ancelle sussurrassero tra loro che senza dubbio doveva esserci qualcosa che la turbava, nessuno, nemmeno i suoi genitori, ci capiva nulla.

(Anonimo, Storia di un tagliabambù, pagg. 76-77, Marsilio editore)

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