In the woods... - Omnio (1997)


Avanguardia, termine abusato. Omnio è avanguardia.

1997: sancita da tempo la fine del black metal, è ora di cambiare.
Per gli In the woods... quell'etichetta è stata limitante fin dagli albori della loro carriera, ahimè un battito di ciglia, quando nel fulgore della propria giovinezza hanno plasmato quell'incanto lungimirante chiamato Heart of the ages.
Mosche bianche prima di tutte, assieme ad una manciata di band dalla storia breve, troppo breve rispetto alle risorse a disposizione - fatta eccezione per gli Ulver, è vero, ma la band di Garm ha cambiato quasi radicalmente la formazione dopo i primi 3 album.

Libero da schemi, Omnio è uno dei giganti nel metal degli anni '90.
Talmente grande da inghiottire anche la parola 'metal' accostata a quanto prodotto.
Pochi ci erano riusciti prima, e ancor meno ne sono stati capaci dopo.
Tiamat e Anathema già dal 1994 avevano provato a introdurre la psichedelia dei Pink Floyd nella robustezza di un genere così estremo come il death e il doom. Gli In the woods... si spingono ancora più oltre, rimaneggiando il loro spirito norvegese più crudo e feroce, trasformando i testi in gemme filosofiche e ampliando gli orizzonti sonori di forme svariate di rock psichedelico, abbracciando l'intero spettro degli anni '70.

L'ingresso di un terzo chitarrista, Bjorn Harstad, arricchisce la varietà compositiva di Christian 'X' Botteri e Oddvar a:m. L'altro gemello Botteri, Christopher, al basso consuma l'intero manico regalando una prova matura e ben definita. Un paio di anni prima Per Amund Solberg (da guest) sul debutto dei Fleurety ha lasciato un'impronta da seguire.

Non è semplice addentrarsi in un'opera così audace, ma tutt'altro che ostica. Le magnifiche digressioni sognanti di questo disco sono alla portata di tutti gli ascoltatori. I testi sono pietre preziose da conservare con cura e accompagnare necessariamente allo scorrere della musica. La voce superba di Synne ci culla al pari del candore del timbro definitivamente pulito di Jan.

Malinconico, tanto da rasentare spesso il doom.
La dose di velocità richiama il black metal (le origini sarebbero state "rinnegate" solo nel successivo Strange in stereo) ma del genere primigenio non rimane che una forma smussata da asperità.
Le chitarre sono talmente multiformi da assumere sembianze morbide e colorate. Ai picchi di intensità fanno da contrappunto improvvisi e difformi cambi di direzione. Solo una chitarra su tre mantiene la plettrata veloce tipica di quel genere di derivazione, mentre le altre due contrappongono vivaci mescolanze tra leading e melodie.

L'intro di violini lascia una vaga ma piacevole sensazione di smarrimento. Poi l'inventiva delle chitarre inizia a dipingere un caleidoscopio in movimento. 299796 km/s racchiude un'infinità di soluzioni, concede tregua con un cuore mozzafiato di violini e in seconda battuta arpeggi, ci rincorre con il vivace duetto canoro, ci ammalia con un finale strumentale di intarsi tra melodie e ritmiche leggiadre.

I am your flesh si distingue per una superficie rabbiosa, ma il cui centro è un arpeggio quasi monocorde su cui si staglia una voce teatrale di Jan davvero molto incisiva.

Kairos!, il brano più corto, è come se fosse interrotto nel suo dispiegarsi. Ancora una volta gioco superbo tra arpeggi e melodie cadenzate.

A questo punto si articola la lunga title-track, una suite composta da tre frammenti, alle cui quasi speculari -pre e -post si inserisce -bardo, pinkfloydiana fino al midollo, un viaggio da assaporare ad occhi chiusi.

Più che la morte in sè di Oddvar Moi (R.I.P. 1974-2013) ad addolorarmi è l'idea che sia scomparsa una delle persone che ha creato ciò che per quindici anni è stato evocato, puntualmente, pigiando un tasto play: un'opera d'arte che al giorno d'oggi non è stata intaccata dal trascorrere del tempo.

Not long ago-in mind-
We picked our choice
And we gathered together
-greeted nature by storm
Our bodies layed down
As we fell...
And our faces turned
Away from the earth
We trembled into the
World of dreams
The cradle of imagination

Our knowledge was complete
All our needs fulfilled
We could not feel
A fairytale so unreal for adventures like me and you being nothing but
Shadows of our mortal selves I a way, I perceive myself as my own god my
Own master and my own slave I am but a thrall towards my own desires Just
When it all seems so hopelessly to break free from what I have done I will
Try, do it all over again, and flow
With the waves like the
Sun I draw parallels
Between intuitions and
Instincts I carried since
Dawn when dusk
Comes, I would like
To see I was wrong,
Though I still am a
Thrall towards my own
Desires

Oceans of infinity...
-one shall seldom witness
Such forces in motion
One shall seldom take
Their part
-we join and we
Breath genesis and
Revelation
Whatever that happened as
We came along
-for we stepped into
What we had remembered
As the world of dreams
-the source of imagination

We crawled out from
Our drunken sleep,
Though we could not understand
From heaven to hell

One shall seldom
Witness such forces
In motion
One shall seldom
Take their part
We joined and breathed
Genesis and revelation
Whatever that happened

Like an infant still
Crawling in it's mother's
Womb A jesus christ
Whom never left..

Not long ago, in mind,
We picked our choice
-gathered together and
Greeted nature by storm

From heaven to hell
From all to none,
And father to son

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