Il caso Kerenes (di Călin Peter Netzer, 2013)

La camera mobile non costruisce né argomenta, bensì raccoglie, immersa nel baratro profondo, evidentissimo, tra chi fa parte del sistema degli intrallazzi e chi ne è fuori.
Una madre dispotica, soffocante e morbosa nei confronti di un figlio ormai adulto. Salotti borghesi voraci che si insinuano dappertutto, contaminando persino una centrale di polizia, tutt'altro che impermeabile alla corruzione.
La manipolazione della verità, attraverso una rete fittissima che adopera fondamentalmente due strumenti, veri e propri leitmotiv del film: il telefono e il denaro. Il primo garantisce la velocità delle informazioni, il secondo mette a tacere, produce un vantaggio rispetto ad una situazione.
La Romania post-regime appartiene ad una casta cha altera, appiattisce, gonfia con una facilità disarmante.
La pellicola di Netzer si traduce letteralmente La posizione del bambino, piuttosto che Il caso Kerenes. Il titolo italiano determina un taglio politico-giudiziario che non è che la superficie del film.
L'inchiesta perde di interesse fino ad evaporare. Gli indizi permettono di restituire la verità dei fatti. Al regista preme addentrarsi intimamente nei personaggi, continuando a seguirli da vicino nella quotidianità, piuttosto che in un'aula di tribunale.
E' un film che verte essenzialmente ed esponenzialmente su una madre e su un figlio. Luminita Gheorghiu è Cornelia, il centro della scena. Una presenza ingombrante che non si ostina a defilarsi, nemmeno quando il figlio le impone di non tenere più in mano le redini del rapporto, pena il distacco assoluto. O forse lì le scatta qualcosa nella mente, il primo corto circuito di una strenua attitudine. Metterà a tacere il testimone, farà lo stesso con la famiglia pagando il funerale, pensa. Invece entrare in quella casa di periferia le suscita un processo di identificazione. Fino a quel momento il suo personaggio non ha che specchi vuoti in cui riflettersi. Scopre la dignità del padre del bambino, assetato di giustizia verso il colpevole materiale (Barbu) ma pronto allo stesso tempo a venir giudicato egli stesso colpevole per non aver tenuto d'occhio il figlio; la compostezza della madre. Piangono all'unisono la perdita di un figlio. "Almeno lei ne ha un'altro" esclama Cornelia. Non fa che parlare dell'infanzia di Barbu tra le mura di una famiglia che Barbu stesso ha annichilito, e lei sordidamente tentato di scagionare, contro la volontà stessa di suo figlio.
Il finale restituisce una dimensione umana ancora possibile, nel dolore più intimo di codici innati che accomunano le madri, i bambini, gli esistenti.
Barbu si decide a prendere l'iniziativa, scende dall'auto. Cornelia è rientrata sconvolta.
Un imbarazzo palpabile dinanzi al padre del bambino, una riconciliazione. In quella stretta di mano si riallacciano sia le dimensioni sociali che di giustizia umana.
Lo spettatore è chiamato ad un ruolo difficile ma raro nel cinema contemporaneo, e per questo ben accetto, ossia di dover raccogliere le situazioni nude e tutt'altro che didascaliche fino ad interpretarle sulla scia delle proprie sensazioni e del proprio bagaglio culturale. Non è semplice. Si esce dal cinema spaventati dall'ambivalenza del confronto finale. Le sfumature sono molteplici, tali da non permettere un processo di colpevolizzazione né di piena comprensione. Cornelia è un personaggio meschino, ma l'essere madre dinanzi ad una madre che ha perso un figlio pur non riscattandola la terrorizza, richiamandola ad una legge della natura a cui si è sottratta a lungo.
Prima di entrare in quella casa, diligente all'idea di un compito da sbrigare (depositare il denaro e uscire), non aveva parole tanto da richiedere la presenza della "nuora". Una volta immersa in un dolore universale ha trovato a suo modo le parole per sfogarsi (e Carmen opportunamente e intelligentemente si è defilata dalla situazione).
Ciò che esterna può essere visto come un pulirsi la coscienza, eppure "si è vista"! E Barbu di conseguenza "si è liberato".
Sulla scia di Mungiu e degli altri cineasti del Nuovo Cinema Rumeno, Călin Peter Netzer offre un'opera terza di grande portata che, giustamente premiata con l'Orso d'oro a Berlino, lo inserisce tra i nomi di spicco dell'ondata di registi del proprio paese apprezzati all'estero.
Un film intimo, raro e speciale che occorre non giudicare a caldo.

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