Voglio solo che voi mi amiate (di Rainer Werner Fassbinder, 1976)

Nato durante la lavorazione di Satansbraten, Voglio solo che voi mi amiate è uno dei diversi film di Fassbinder ad essere stati girati per la televisione. Naturalmente non occorre lasciarsi influenzare dal filtro che utilizziamo per considerare i “prodotti” televisivi del giorno d’oggi. Il regista rifiuta il cinema come merce ma al tempo stesso utilizza un linguaggio alla portata di tutti. Questo è un punto di forza notevole che lo rende unico e al tempo stesso lontano dall’essere criptico anche per gli spettatori contemporanei.
Ispirata ad una storia vera, l’odissea di Peter è infarcita di tratti autobiografici di Fassbinder. Il protagonista infatti riversa sul lavoro la costruzione della propria identità ed è un personaggio dinoccolato e nevrotico che fuma e si muove alla stessa stregua del regista. Lo squallido scenario della vita domestica della provincia bavarese comune registra inoltre la possibilità che tra realtà e finzione ci siano le stesse conflittualità con le figure genitoriali. Lo scenario di origine è reso ancor più angusto da riprese quasi esclusivamente in interni.
La costruzione del film è insolita: l’utilizzo di flashback e flashforward, oltre a spezzoni di interviste al protagonista chiaramente in carcere, permettono allo spettatore di prefigurare il nefasto corso degli eventi. In realtà l’origine stessa del film, così come il suo dipanarsi, non fanno che lasciar intendere che non c’è via di sbocco che possa essere rosea quando il solo linguaggio ricevuto e adottato è quello del denaro. Una prerogativa soffocante come unico scambio nelle relazioni interpersonali, che caratterizza non soltanto l’infanzia di Peter, ma anche il suo essere adulto nella vita coniugale.
A scriverne così si avvertono molti echi di film sconvolgenti come Martha o Il mercante delle quattro stagioni dunque, ma c’è di più. Pur non essendo Bergman infatti il regista tedesco inserisce un risvolto psicanalitico non di poco conto, volutamente lontano dall’essere troppo strutturato e di conseguenza ben distinguibile.
Il mazzo di fiori, vero leitmotiv del film, rappresenta il mezzo per guadagnarsi l’affetto dei genitori, in uno sconvolgente flashback, e successivamente della fidanzata e della nonna di quest’ultima. Pur vertendo sul potere corrosivo del denaro non è un film come l’ultimo di Bresson (L'argent). Quest’opera televisiva infatti nel fiume prosperoso delle incessanti produzioni del regista si muove stilisticamente sulle onde del quasi contiguo Il diritto del più forte nella rappresentazione di un miraggio. Il protagonista si trova a fare i conti con una realtà già segnata da strutture sociali più forti di qualsiasi suo sforzo – ed anzi il suo sforzo non è che in linea con quanto la società del tempo esige. Produrre per vivere, vivere per produrre. Riempire il vuoto con beni materiali: la stanza e mezza di Monaco non è che una delle diverse metafore del film. La rateizzazione del pagamento di tutti i beni, dai mobili all’aspirapolvere, profonde un divario sempre più incolmabile tra il lavorare per vivere e il segno tangibile di ciò che si guadagna attraverso questo soffocante disegno sociale. Peter inscena una ricerca ossessiva per il denaro come fonte di compensazione temporanea della sola fame che conosce. Il denaro sostituisce e svilisce i sentimenti. Tutto è artefatto: dal rapporto con i genitori e tra i genitori al vincolo coniugale con Erika. All’esterno delle mura domestiche non c’è legame che non sussista su un rapporto vincolante di denaro: il datore di lavoro nel cantiere, l’impiegato postale, il venditore dei mobili. Anche il legame con la nonna di Erika diviene per Peter l’ennesimo scambio/indebitamento.
Quando si alza la serranda del pub, Peter per alcuni secondi resta incredulo: la somiglianza di quell’uomo con suo padre è notevole. Il corto circuito si genera nel momento in cui l’uomo tratta il giovane che era entrato nel bar come suo padre aveva trattato lui. Una nullità, un essere incapace di intraprendere qualcosa di costruttivo la cui opera di edificazione è passata completamente inosservata.
Fassbinder penetra nella miseria di una vita i cui presupposti sono stati sviliti da una macchina sociale coercitiva e inscalfibile: il capitalismo, il matrimonio e la famiglia.
Voglio solo che voi mi amiate è il suo cinema allo stato puro, kafkiano come Martha o Il diritto del più forte, girato con una perizia che non dimentichi. Emblematica la scena di sesso prematrimoniale in cui il protagonista si vede riflesso nello specchio: ciò che stiamo osservando non è altro che il surrogato della realtà, l’artefatto. Vitus Zeplichal è un alter ego degno di nota.

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