Pill 55

Era solitario ma non si sentiva solo. Era una sensazione molto simile a quella provata la notte di Natale a Parigi, era la sensazione di trovarsi su una ribalta con tutto il mondo che lo guardava, la sensazione di dover stare costantemente sul chi vive, di essere messo alla prova ogni minuto, perché il minimo errore gli sarebbe stato fatale. Ma era assolutamente certo che non avrebbe fatto errori. Questa certezza dava alla sua esistenza una indefinibile, deliziosa atmosfera rarefatta di purezza simile a quella, riteneva Tom, che deve provare un attore quando sale in scena, conscio di saper recitare una parte meglio di chiunque altro. Era se stesso eppure non era se stesso. Si sentiva libero e senza macchia, per quanto controllasse ogni minima azione. Adesso, però, non si stancava più a praticare quell'esercizio per parecchie ore di fila. Non aveva più bisogno di riposarsi quando era solo. Ormai era Dickie fin dal primo momento, da quando si alzava dal letto e andava a lavarsi i denti, tenendo il gomito proteso all'esterno come faceva lui. Era Dickie quando succhiava l'uovo alla coque fino all'ultima goccia, era Dickie quando invariabilmente scartava la prima cravatta tirata fuori dall'armadio e optava per la seconda. Era riuscito persino a dipingere un quadro nello stesso stile di Dickie.

(Patricia Highsmith, Il talento di Mr. Ripley, pag. 141, Bompiani editore)

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