Sorelle - L'equilibrio della felicità (di Margarethe von Trotta, 1979)

Giunta al suo secondo film, la Trotta è ormai una cineasta affermata, artefice di un percorso alla regia solido e personale.
Con Sorelle alza il tiro delle proprie ambizioni mostrando di aver appreso efficacemente la lezione del Cinema sperimentale degli anni '60 di Ingmar Bergman.
Tema centrale è il Doppio. Le sue protagoniste sono al tempo stesso antitesi e complemento di una sola identità.
Lo specchio è il riflesso di un Io distorto che non ha il coraggio di riconoscersi.
Maria è luce apparente. Anna, l'ombra, utilizza ossessivamente una polaroid per degli autoscatti volti alla conferma di una propria identità. E' attratta e disgustata dalla sua persona e non riesce a guardarsi al di fuori. Rifugge la presenza altrui e nella moltitudine appare un corpo estraneo. Vede in Maria la sicurezza ed un calore materno ormai carente. La sua "vera" madre in seguito alla scomparsa del padre si mostra incapace di affrontare il presente ed è continuamente proiettata nel passato, in quel ricordo doloroso ma al tempo stesso indispensabile per avere la sicurezza di aver vissuto qualcosa e confermare una parvenza di esistenza.
Maria tuttavia è per Anna un medesimo riavvolgimento non dissimile da quello della madre, volto alla tutela dalle fobie infantili che si manfestano in maniera impetuosa e ricorrente, specie nelle ore notturne. Maria sostiene economicamente gli studi universitari della sorella e la sua presenza anche per questo rapporto di dipendenza appare pedante e ingombrante.
E' emblematica la sequenza in cui Anna fa visita alla donna anziana non vedente che convive con una sorella. Uno strano gioco del destino fa sì che le situazioni siano speculari e che si ripresentino metaforicamente: l'Anna nella coppia anziana ha perso la vista, così come la "vera" Anna ha perso il contatto del senso più importante per percepire il mondo circostante. Ha perso la fiducia nella vita e quando decide di interrompere gli studi, Maria si mostra incapace non solo di comprenderne le ragioni, quanto di approfondirle. Per quest'ultima che svolge il ruolo istituzionalizzante di chi paga le tasse universitarie il problema si esautora lì. Anna per lei deve continuare. Non ci sono interrogativi che vadano al di là di questa lettura superficiale. Eppure il passato dovrebbe essere il campanello d'allarme.
Ci troviamo dinanzi a due vite vissute in netta antitesi l'una con l'altra. Anna si pone il problema dell'esistenza e ha paura dell'altro, di intessere relazioni, non ha gli strumenti per aprirsi al diverso. Ha gettato la spugna per ragioni apparentemente etiche (per lei è motivo di sgomento come la scienza abbia da sempre puntato al progresso pur nella perniciosità di talune scoperte per l'umanità), eppure profondamente la sua scelta rispecchia la regressione di una personalità decisamente pessimista e minata da una malinconia difficilmente sanabile.
Maria occupa il ruolo di segretaria in un'azienda. Ha prospettive di carriera da cui si lascia cullare. Si riconosce nel suo ruolo sociale acquisito, che fa da contraltare al ritiro domestico della sorella minore. Maria soffre perchè occulta. Occulta per non soffrire. Maria prova la stessa angoscia di Anna ma ha imparato semplicemente a costruire qualcosa per non vederla. Eppure non è un personaggio che ci viene presentato in maniera negativa. Ad esempio in una crisi profonda della sorella è pronta ad abbracciarla e stringerla al suo seno nudo (cfr. Sussurri e grida).
Nel magma rovente che pullula allegoricamente e silenziosamente nel rapporto viscerale di reciprocità tra sorelle, la Trotta scopre tutte le sue carte determinando due esistenze in una, in bilico tra colpa, rassegnazione e fragile equilibrio.
Le relazioni interpersonali con l'altro sesso per Maria sono ardue non tanto perchè Anna la colpevolizza, quanto per un complesso proprio, viceversa la sorella minore ha paura dell'altro sesso in primis perchè non conosce chi è e nel suo riflesso sogna di vedere una nuca. Il riferimento ad un celebre ritratto di Magritte è uno dei dettagli di maggior spicco nella composizione di un sofferto quanto articolato quadro psicanalitico su cui il film si sorregge.
La morte di Anna ci viene risparmiata, perchè lo spettatore non deve essere colpito dal dramma ma dal suo riflesso negli occhi di chi vive, Maria, che finalmente ha la possibilità per chiedersi "Perchè vivo? Perchè ho rimosso l'angoscia?" ma lo shock è troppo forte. Legge il diario di Anna che tra figure mostruose lancia amare riflessioni su un sogno di vita che l'ha divorata della vita stessa, e un minaccioso avvertimento: "Per Maria. Metti una pietra sul mio volto quando sono morta". Quale volto? Fino alla fine esso resta un enigma e un'ossessione per Anna. E ancora: "Infilami un palo nel mio seno per tenermi lontana dall'ossessionarti. Mozzami la mano, quando sono morta, seppelliscila alla Strada della Croce, in modo tale che non mi risveglierò per tormentarti. Mi sono tolta la vita in opposizione a te. Tu sola sei l'obiettivo della mia morte. Stai in guardia da me".
In sostanza Anna ha disposto un testamento spirituale in cui indica alla sorella di diffidare della sua presenza che dopo la sua morte, colpevolizzata e colpevolizzante, potrebbe tornare a minacciarla in maniera vampiresca.
La Strada della Croce potrebbe essere il luogo attraversato durante l'infanzia. Ricorre nel film una foresta fitta di arbusti identici gli uni agli altri. Un luogo oscuro che le separava da casa, nel quale le ragazze da piccole si addentravano. Mentre Anna chiedeva di fermarsi per un po', Maria al contrario la esortava a proseguire con lei perchè altrimenti gli animali selvatici le avrebbero attaccate mentre dormivano.
Nel computo delle allegorie che costellano il film, ricorre dunque un medesimo luogo d'infanzia angosciante per entrambe le sorelle che hanno adottato sempre una risposta differente.
Anna ha coltivato la ricerca, ma è stata schiacciata dal peso della conoscenza rispetto all'eccessiva fragilità in cui viveva. Maria ha costruito una Persona sociale che la tutelasse dalle sue angosce.
La morte di Anna ha disvelato la Persona di Maria, l'essere sociale ricco di sicurezza e conseguimenti, per ricondurla al suo Io primigenio. E' un Io che Maria fatica a riconoscere. Non accetta di prendere in considerazione alcun senso di colpa per la morte della sorella.
Il sogno, o meglio l'incubo, comincia ad indicarle la strada della comprensione. Dapprima sogna il medesimo orrore che aveva tormentato Anna: guardarsi allo specchio e vedere rifratto non il proprio volto, ma la nuca. Poi le appare Anna suicida ma anzichè la sorella è lei seduta a quella scrivania, e a scoprire il suo corpo, nell'inversione totale delle parti, è una compiaciuta Anna.
E' Miriam, l'elemento di novità, a modificare il corso degli eventi.
Questa segretaria piena di vita, intraprendente e funambolica è il personaggio che la Trotta introduce nella sceneggiatura per mostrare l'apertura alla vita, la crepa nel muro eretto dall'abnorme connubio di rispecchiamento e repulsione tra sorelle.
La salvezza di Miriam è l'arte, al pari del proprio compagno, che nel duplice ruolo di cantautore e impiegato in una azienda arricchisce le sfumature della Persona di Maria a cui abbiamo accennato per contestualizzare un tema molto caro alla regista, quello della spersonalizzazione in una società di fine anni '70 in cui il rapporto tra padrone e dipendente è quanto mai attuale e che sarà un cardine per il Cinema impegnato, "di lotta" della regista tedesca, almeno fino a Rosa Luxemburg (1986).
Non è un caso che nella locandina del film Miriam sia presente al pari delle due sorelle. Ella diviene inconsapevolmente una seconda "sorella minore" per Maria che non ancora orientata dai molteplici segni consci e inconsci derivanti dal suicidio di Anna, nel bisogno di reiterare il suo ruolo "adotta" Miriam come sorella minore in un rapporto non paritario. Le sovvenziona le lezioni di inglese ma la giovane segretaria comincia ad interrogarsi sul suicidio di Anna più di quanto lo faccia Maria. Si reca dalla madre, poi legge un giorno il diario di Anna e si rende conto del pericolo del legame (ai limiti di un'attrazione sessuale) di Maria verso di lei. La sua è una sorta di inchiesta giornalistica per giungere alla verità. Nel corso dell'ennesima discussione le rinfaccia di trattarla alla stregua della sorella, ne nasce un alterco piuttosto violento, insanabile.
Non è la fine di un'amicizia, ma l'inizio di una nuova vita per Miriam, tesa a rincorrere i suoi sogni col proprio compagno, e di una riflessione più matura e ormai consapevole per Maria, che nel finale scrive che si sforzerà di essere se stessa e Anna allo stesso tempo.
Torna l'immagine della foresta mentre per la prima volta Maria prende in considerazione quel sottostrato che ha caratterizzato l'esistenza di Anna, e in un silenzio che ora ha forma, anche la sua.


La luce nella notte

La voce della pioggia
L'aria è tranquilla sull'ampia brughiera,
i cardi stanno immoti a vedersi,
così rigidi come se fossero intagliati nella pietra,
finchè il viandante li urta con i suoi vestiti.
E fra terra e cielo non vi è separazione,
ridotti ad una cosa sola,
sono grigi di nebbia,
come due amici
che si confidano a vicenda il proprio dolore,
e nella loro tristezza dimenticano entrambi
la distinzione fra mio e tuo.
Ora d'improvviso il cardo si agita e
con violento scroscio la pioggia si scatena,
come una rumorosa risposta
ed una silente domanda.
Il vagabondo sente l'infuriare della pioggia e
i cardi che stormiscono flagellati dal vento,
ed avverte una malinconia che non sa dire.


(Nikolaus Lenau)

3 commenti:

visionesospesa ha detto...

Sai che non ho visto ancora niente di von Trotta? Tempo addietro ero stato attirato da una recensione del film "Lucida Follia", avevo provato a cercarlo ma senza risultati. Anche questo sembra parecchio interessante e calcolando che accosti lo stile della regista a Bergman, oltremodo. Dovrò rimediare!

M. ha detto...

Purtroppo non riesco in alcun modo a trovare Il secondo risveglio di Christa Klages e proprio Lucida follia. Se ti piace Bergman questo film ti piacerà sicuramente. Ricorda Persona e il periodo di Passione, La vergogna e L'ora del lupo. Della Trotta ti consiglio Anni di piombo, basato sulla vera storia delle sorelle Ensslin; oltre ad essere il suo film più celebre, per me è il migliore. C'è un saggio in lingua italiana interessantissimo sulla Trotta, dal titolo L'Io diviso, che coglie perfettamente la poesia e le tematiche psicanalitiche e intime che caratterizzano i suoi film.

visionesospesa ha detto...

Ottimo, proprio il periodo di Bergman che preferisco. Grazie per i suggerimenti, a presto!