Pill 53

INCHINI

Perché mai la cortesia è considerata in Occidente con sospetto? Perché la cortesia viene ritenuta un elemento di distanza (se non addirittura di fuga) oppure di ipocrisia? Perché un rapporto “informale” (come si dice da noi, con ingordigia) è più auspicabile di un legame sottoposto a codici?
La scortesia dell’Occidente risiede su una certa qual mitologia della “persona”. Topologicamente, l’uomo occidentale si ritiene doppio, composto da un’ “esteriorità” sociale, fittizia, falsa, e da un’ “interiorità” individuale, autentica (luogo della comunicazione divina). Secondo questa concezione, la “persona” umana è appunto questo luogo riempito di natura (o di divinità o di colpevolezza), circondato, chiuso da un involucro sociale di poco valore: il gesto cortese (quando è richiesto) è il segno di rispetto scambiato tra una pienezza e un’altra, attraverso i confini della mondanità (cioè a dispetto e grazie all’intermediazione di questo confine). Tuttavia, dal momento che è l’interiorità della “persona” che si ritiene rispettabile, è logico che si conosca meglio questa persona negando ogni tipo d’interesse alla sua corazza mondana: è dunque il rapporto preteso franco, brutale, nudo, privo (o così per lo meno si pensa) di ogni segnaletica, indifferente ad ogni codice di intermediazione, che rispetterà meglio il valore individuale dell’altro: essere scortesi significa essere veri, questo suggerisce conseguentemente la morale occidentale. Poiché, se davvero esiste una “persona” umana (densa, piena, dotata di un centro e consacrata), è senza dubbio lei che, di primo acchito, si pretende di “salutare” (con il capo, le labbra, il corpo); ma la mia stessa persona, entrando inevitabilmente in lotta con la pienezza dell’altro, non potrà farsi riconoscere che scacciando ogni mediazione dell’artefatto, affermando l’integrità (termine coerentemente ambiguo, fisico e morale) del proprio “interiore”: così, in un secondo tempo, io ridurrò il mio saluto, fingerò di renderlo naturale, spontaneo, depurato, purificato da ogni codice: sarò appena gentile, o meglio, cortese secondo una fantasia apparentemente inventata, come la principessa di Parma (in Proust) che fa rilevare la quantità dei propri redditi e l’importanza del proprio rango (cioè il suo modo d’esser “piena” di cose, di costituirsi in persona) non tanto con il rigore distaccato dell’approccio, ma con la sua “semplicità” ostentata dalle proprie maniere: come sono semplice, come sono gentile, come sono franco, come sono ‘qualcuno’: ecco che cosa rivela la scortesia dell’Occidentale.
L’altra cortesia, a causa della minuzia dei suoi codici, del grafismo nitido dei suoi gesti, anche quando ci appare esageratamente rispettosa (cioè, ai nostri occhi, “umiliante”) perché noi la decifriamo secondo le nostre abitudini, a partire da una metafisica della persona, questa cortesia è una sorta di esercizio del vuoto (come ci si può attendere da un codice forte, ma che non significa “nulla”).
Due corpi s’inchinano molto profondamente l’uno al cospetto dell’altro (le braccia,le ginocchia, la testa rimangono sempre in una posizione stabilita) secondo una gerarchia di profondità sottilmente codificata. O ancora (come si deduce da una stampa antica): per offrire un dono, mi appiattisco, curvo sino a rientrare nella terra e per corrispondermi il mio interlocutore fa altrettanto: una stessa linea bassa, quella del suolo, unisce colui che offre, colui che riceve e l’oggetto del protocollo, cioè un involucro che può anche non contenere nulla o comunque ben poca cosa: in questo modo una forma grafica (inscritta nello spazio della stanza) è offerta all’atto di scambio nel quale, grazie a questa forma, s’annulla ogni tipo di avidità (il regalo resta sempre sospeso tra due disparizioni. Il saluto può essere così sottratto ad ogni forma di umiliazione o di vanità, perché letteralmente non saluta nessuno; non è il segno di una comunicazione sorvegliata, segno di degnazione o di precauzione fra due autarchie, due imperi personali (ognuno regna sul proprio Io, piccolo dominio di cui possiede la “chiave”); ma il saluto non è il tratto d’unione d’un reticolo di forme in cui nulla è stabilito, legato, profondo. Chi saluta chi? Solo una simile domanda giustifica il saluto, lo piega sino all’inchino, all’appiattimento, fa trionfare in esso, non il senso ma il grafismo e infonde ad una posizione che noi riteniamo eccessiva il ritegno d’un gesto in cui ogni significato è impensabilmente assente. La Forma è vuota, sostiene e ripete un motto buddista. E’ ciò che, attraverso una pratica della forma (termine il cui senso plastico e il senso mondano sono indissociabili), esprimono la cortesia del saluto, la curvatura dei due corpi che s’inscrivono ma che non si prostrano. Le nostre formule di linguaggio sono molto fuorvianti, perché se io dico che laggiù la cortesia è una religione, lascio intendere che c’è in essa qualcosa di sacro; l’espressione deve invece essere formulata in modo da suggerire che la religione non è là una forma di cortesia, o meglio, che la religione è stata sostituita dalla cortesia.


(Roland Barthes, L’impero dei segni, pagg. 75-79, Einaudi editore)

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