Intronaut - Habitual levitations (Instilling words with tones) (2013)

Sarà uno dei migliori dischi del 2013. Gli Intronaut vantano uno dei migliori bassisti in ambito metal o affini degli ultimi dieci anni, Joe Lester. Dopo averli visti dal vivo mi hanno scattato una foto con Joe che per me vale veramente molto, ancor più perchè eravamo entrambi emozionati. Sono rimasto incantato dal suo lavoro con un cinque corde marca Zon. Ma andiamo con ordine... Gli Intronaut da Los Angeles vantano una discografia senza battute d'arresto, complice un sound fin dall'esordio ben definito, impiantato su un bassista fretless che è il cuore della composizione, un batterista che è una macchina da guerra, e due chitarristi dinamici e differenti l'uno dall'altro. Con il loro quarto album Habitual levitations (instilling words with tones), sempre per la Century Media (contenti loro...), prosegue imperterrito il percorso evolutivo (e come definirlo altrimenti?) che li ha condotti dalla durezza di Void (album immenso) attraverso l'originalissimo e insuperato Prehistoricism (da recuperare subito) verso un disco come Valley of smoke che lasciava presagire un cambiamento vocale in corso. La vera sorpresa di questo quarto lavoro è che sono presenti ormai solamente voci pulite. Sacha non grugnisce più, al massimo utilizza un cantato leggermente sporco, roco, mentre David canta sempre di più (dal vivo mi è sembrato addirittura il principale interprete vocale). Ciò nonostante il disco conserva in pieno una ben distinta identità del gruppo, con un tocco sperimentale che segue con naturalezza quanto espresso in passato. Riffoni djent garantiti con qualche tocco prog-metal in più e maggior atmosfera. La dimensione degli Intronaut del 2013 infatti è costituita da brani forse meno poderosi ma più "eterei", complice un lavoro mostruoso di stratificazione delle chitarre ora distorte ora più arpeggiate e placide, su cui si staglia il basso di Joe Lester come sempre pulsante e artefice principale. Egli regala ancora dei passaggi fretless mozzafiato come nel finale di Steps passando per le virate di Killing birds with stones e Harmanomicon o ad un clamoroso finalone del singolo Milk leg. Da solo quei giri di basso in fade-out valgono il prezzo del disco. Presente qua e là qualche riferimento agli ultimi The Ocean, ma gli Intronaut sono più eclettici grazie al talento di Lester che appartiene ad altri generi musicali quali jazz e fusion e da solo è capace di orientare il gruppo verso territori pressochè ancora misconosciuti.
Il disco è ricco di momenti di rilievo e ogni brano mi trasmette qualcosa. Killing birds with stones con quelle sfumature meshugghiane e quei riff insistiti mi si è flippata nel cervello fin dal primo ascolto, e lo stacco centrale è favoloso. Poi apprezzo il tapping di David su The welding che precede un pesantissimo pre-finale in doppia cassa e distorsioni a go-go. Le orecchiabili, mi si passi il termine, A sore sight for eyes e Harmonomicon, specie la prima; gli slide finali di Joe su The way down e ancora questo fantastico bassista sul bellissimo inserto di Eventual (uno dei migliori momenti del disco). Testi sempre più intimi. Sempre con lo sguardo avanti.

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