Pill 51

"Il suo stesso esistere, il suo più profondo essere e sentire, coincide con la musica" (quarta ed ultima parte)

Qualcuno scrive che se si ama, si cessa di essere liberi. Se si intende la libertà astratta a cui Julie anelava, in maniera congrua dal suo sgretolamento il film volge progressivamente verso una tensione che si districa verso “qualcosa” di più elevato di quella libertà.
Non è ancora notte inoltrata quando Lucille la chiama esortandola vivamente a raggiungerla in un luogo sconosciuto. Julie va a letto presto ma accetta perché il sentimento di reciprocità è ormai silenziosamente dilagante. Nel fragore del locale notturno, tra spogliarellisti, luci, schermi, vita notturna in fermento, le due donne si guardano. Lucille confida il proprio malessere causato dall’imbarazzante figura del padre tra il pubblico. Si è alzato ed è andato via senza vederla, ma questo non ha più importanza. Julie non dice nulla di particolare, eppure è lì, e per Lucille è ciò che conta.
Stranamente e casualmente, uno schermo proietta foto di Julie, Patrice, uno spartito creduto distrutto e ora nelle mani di Olivier, e una donna bionda misteriosamente apparsa accanto a Patrice. Il puzzle si compone sempre più. Julie rintraccia Olivier, è infantilmente arrabbiata. Lui, che non si è mai dato per vinto, confida di aver utilizzato la musica come mezzo per ritrovarla, per costringerla ad agire.
Julie componeva musica per il marito? Probabilmente sì. Il velo onnipresente di ambiguità che attanaglia il film non disvela mai, semmai lascia indizi. Basta sapere che lei è in grado di comporre. Olivier lo sapeva.
Julie sapeva della relazione extraconiugale del marito? Forse. In ogni caso non serba rancore.
Quando ho visto il film per la prima volta, ormai tanti anni fa, a questo punto ho pensato che fosse troppo semplice per Julie rimuovere il fardello della perdita del marito alla luce della scoperta del tradimento. Ritengo invece che la protagonista intuisse ciò già da prima dell’incidente. La freddezza con cui si relaziona con i dettagli che l’incidente le ha lasciato nel ricordo di lui si contrappone fin dall’inizio al calore materno sempre vivo.
“Vuol sapere se mi amava?”. Alla vista del segno della gravidanza Julie indica di conoscere la risposta. E nota che Sandrine porta al collo una catenina del tutto simile o identica a quella che lei indossava e che ha regalato al ragazzo che ha assistito all’incidente.
Rinuncia a vendere la casa in extremis. La dona all’avvocato che porta in grembo il figlio di suo marito. Questo gesto implica un decisivo commiato di non belligeranza con la figura del marito che “deve” avere un lascito, nel nome del nascituro, perché è inevitabilmente insopprimibile il passato… come è insopprimibile la forza dell’amore che si ha dentro, e per Julie è la musica, si realizza nella musica, nella fattispecie nell’atto di comporre. Julie si dona allo spartito, stravolgendo il lavoro di Olivier, rendendolo “meno rozzo e pesante”, introducendo il flauto. Olivier da par suo decide di non riprenderlo, ormai concluso, a patto che lei dica che le appartiene. Julie risponde “Ha ragione”. Per la prima volta dunque ella compone musica e ne rivendica la maternità. Il concerto per l’Europa è opera di Julie.
Un’identità si definisce. Non si realizza nell’amore per Olivier, come l’amplesso sembra indicare. Non è neppure nell’atto di generosità verso Sandrine, Patrice o il nascituro. L’amore di Julie è Agàpe, disinteressato e totalizzante. E’ l’amore verso il mondo, che la fa (ri)congiungere con esso. La musica ne è il centro, la forza trainante, la sua salvezza e il suo riscatto.
Il meccanismo filmico ce l’ha presentata solo a piccoli estratti, come un’energia che si sprigiona a sprazzi, difficile da contenere. Nel finale si può liberare finalmente, ininterrottamente. E’ il concerto di Julie, il dono di Julie, capace di creare per sé e per gli altri.

“Se anche parlassi la lingua degli angeli,
Ma non avessi amore,
Sarei solo un bronzo risonante.
Se anche avessi il dono della profezia,
La scienza di tutti i misteri e tutta la conoscenza,
E se anche avessi una fede tanto grande da smuovere le
montagne,
Ma non avessi amore,
Non sarei nulla.
L’amore è pazienza, è bontà
L’amore sopporta tutte le cose
Aspira a tutte le cose
L’amore non muore mai.
Mentre le profezie
verranno vanificate,
Le lingue verranno fatte tacere,
La conoscenza andrà affievolendosi,
Resisteranno solo fede, speranza e amore.
La più grande di tutte è l’amore.”

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