Pill 48

Il gesto del procuratore fu così violento contro di lui che Michele istintivamente levò la testa a guardarlo. Tuttavia continuava a non capire niente: la signora Hulm che gridava, le risate del pubblico, Gabrielle che non l'aveva nemmeno guardato, il vecchio di Gibellina che s'era messo a piangere. Tutte quelle cose accadevano intorno a lui e per lui, ma egli si sentiva cadere dentro una solitudine sempre più profonda.
Dall'inizio del processo aveva avuto solo pensieri di cose lontane o accadute, anzi soltanto immagini, senza nemmeno emozione o dolore, i ragazzi di Palma che suonavano e cantavano sugli scalini della chiesa, la corsa con Gabrielle nel bosco, il castello di Palma a strapiombo sul mare, le ciminiere della fabbrica come canne d'organo. L'unica immagine umana che ogni volta gli procurava dolore era il padre.
Michele guardava tutta quella gente nell'aula e non riusciva a concepire in che modo mai potesse esserci un rapporto tra la vita lontanissima del padre e costoro: quei quattro cittadini con la toga nera, due uomini e due donne, così gentili e severi, che ogni tanto lo fissavano malinconici, il presidente bellissimo con la faccia levigata da bambino, la signora Hulm che di tanto in tanto gli sorrideva dolcemente ma pareva sorridesse a un piccolo cane, il procuratore con gli occhi verdi, il quale parlando faceva gesti lenti e meravigliosi, l'avvocato siciliano simile a un servo ma con gli occhi da furetto, i genitori di Hans e Gustav, che non guardavano mai, stavano pallidi e impassibili, ogni tanto una delle due donne reclinava il capo e si metteva delicatamente a piangere. Michele sentiva pietà per Hans e Gustav, anzi non gli pareva vero che potessero essere morti, ma non sentiva alcuna pietà per i loro genitori. Tutta quella gente gli impediva per sempre di aiutare suo padre a pagare la terra e così di essere un uomo come egli aveva sempre immaginato che un uomo dovesse essere.


(Giuseppe Fava, Passione di Michele, pagg. 209-210, Mesogea editore)

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