Palermo o Wolfsburg (di Werner Schroeter, 1980)

Tra Werner Schroeter e il nostro paese l’amore nasce ben presto. E’ innanzitutto rintracciabile nell’opera lirica che pervade tutta la sua filmografia. Passa attraverso la location di ‘Attenzione alla puttana santa!’ dell’eterno amico Fassbinder, film peraltro aperto da un suo monologo. Si concretizza nel suo film più commerciale, ‘Nel regno di Napoli’, il primo con un plot ben definito e trampolino di lancio verso i primi meritati riconoscimenti.
Successivamente c’è Palermo o Wolfsburg. Ida Di Benedetto, amica e attrice ricorrente dei suoi film, gli presenta Pippo Fava che ha appena scritto il romanzo ‘Passione di Michele’. Il regista ha una certa inclinazione per l’Italia meridionale: non è certo il primo né l’ultimo regista tedesco a mostrare questo interesse, basti pensare a Syberberg (Scarabea – anche se si trattava di Sardegna), la coppia Straub-Huillet (anche se tedeschi non sono), fino a giungere a Wenders e in ultima istanza a Hans von Halkereuth. Tuttavia Schroeter almeno nelle intenzioni sembra proprio il più convinto di tutti nel radicarsi nella cultura dei luoghi che tanto lo affascinano. Nel caso dell’adattamento del romanzo di Fava oltre a filmare in parte in Sicilia sceglie una presa diretta ai limiti dell’amatoriale, si avvale perlopiù di attori non professionisti e li fa parlare nel loro dialetto.
Bisogna evidenziare fin dall’inizio che il regista ha stravolto il romanzo. Innanzitutto il titolo, Palermo oder Wolfsburg, appare singolare. La città di Palermo non ha nulla a che vedere con la vicenda. Fava la cita solo come meta ideale nei sogni erotici confusi di Michele e dei suoi compagni, mentre nel film è assente ogni riferimento. Il luogo di partenza è Palma di Montechiaro, la prima “dimensione” di Michele (che nel film diviene Nicola, prendendo le generalità del suo interprete). Forse il regista intendeva porre l’accento sul binomio delle città fatali per il protagonista, veri e propri punti di non-nascita e non-ritorno. A me è piaciuto moltissimo il titolo del romanzo, “passione” intesa nell’accezione originaria del termine latino che indica “patire, soffrire”. Schroeter si riscatta traducendo l’intuizione di Fava in alcuni inserti (tra cui l’incipit del film) attraverso cui associa una rappresentazione della “passione” di Gesù (in dialetto siciliano) a quella di Michele/Nicola.
Il protagonista conduce un’infanzia misera nel piccolo comune di origine, in provincia di Agrigento. Purtroppo il regista per quanto cerchi di ricreare l’atmosfera di sofferenza del romanzo, non coglie le sfumature che un profondo siciliano come Pippo Fava è riuscito a trascrivere. Nel film non si fa riferimento allo scarso valore della vita umana in un paese dilaniato dalla mafia, in cui gli omicidi sono frequenti e contraddistinti da un’agghiacciante velo di “normalità”. Nel romanzo lo stesso Michele viene avvicinato da una figura losca che gli propone un omicidio facendolo passare per un atto di poco conto, rivestendolo di sordida complicità, come un favore personale. Schroeter alla violenza che caratterizza il contesto in cui cresce il protagonista accompagna il fraintendimento (?) dell’importanza del “mistero del sesso” con cui Michele/Nicola dovrà confrontarsi per tutta la vita, specie all’arrivo in Germania quando ha la possibilità di svelarlo.
Svuotato delle pulsioni-cardine che invece arricchiscono il valore del romanzo, il protagonista nella prima parte appare assolutamente piatto e privo del necessario scavo che pone le condizioni per le riflessioni che ci martellano lungo tutto lo svolgimento dei fatti successivi.
Nel film tra l’altro è Michele/Nicola ad operare la scelta di trasferirsi. Nel romanzo viceversa egli “è destinato” a compiere il passo. Non vi è una vera e propria costrizione da parte del padre (che nel film è un alcolizzato), ma un percorso “necessario”, comune a molti, che viene figurato dalla famiglia. La logica è che il figlio trovi lavoro e invii il denaro sufficiente alla famiglia, spesso numerosa, per sussistere e nel caso di Michele, per pagare l’appezzamento di terra che il padre intende acquistare. Questo particolare fondamentale viene introdotto nel film ma con scarso rilievo.
Nel romanzo è accuratamente descritto il viaggio interminabile in treno del protagonista. Una vera e propria odissea verso l’ignoto. Schroeter omette anche questo particolare e lo catapulta con troppa superficialità verso la nuova dimensione: Wolfsburg.
L’arrivo nella nuova città è caratterizzato dallo sgradevole incontro con il cugino del padre, ormai stabilitosi da tempo. La moglie rifiuta il nuovo arrivato che viene messo alla porta in maniera infame, con la parvenza della cortesia. Lo zio gli regala una banconota da 20 marchi che Nicola brucia, sprezzante, durante la prima notte passata all’addiaccio.
Il film trae un certo giovamento dall’ingresso in scena di Ida Di Benedetto, che con la sua bravura (è ampio lo scarto professionale con quasi tutto il resto del cast – eccetto Magdalena Montezuma e pochissimi altri al processo) dà corpo e sostanza ad un personaggio ben definito e finalmente sulle corde di quello romanzato. Giovanna, nonostante un’improbabile accento napoletano si rispecchia nel protagonista e riconosce in lui la familiarità della propria sofferenza. Un altro personaggio non dissimile dal romanzo è Brigitte/Gabrielle, la ragazzina sedicenne di cui Nicola/Michele si invaghisce. Il suo comportamento è ambiguo e resta in parte insoluto. Quanto era legata effettivamente ai due ragazzi tedeschi?
Il personaggio di Antonio, l’anarchico (o presunto tale) arricchisce il quadro di una riflessione sul capitalismo e il mondo operaio. Nicola ascolta ma è troppo acerbo per comprendere i suoi discorsi sullo schiavo e sul padrone. E’ un peccato che il regista a questo punto abbia scelto di non approfondire come il suo protagonista spende buona parte del denaro accumulato (la restante la invia alla famiglia assieme a frequenti lettere), aspetto che nel romanzo è molto incisivo e corrobora a rappresentare con maggior efficacia il ritratto di Michele/Nicola.
Gli stessi ragazzi tedeschi sono poco sfumati. Michele è responsabile di un omicidio, ma alle aggravanti corrisponde una violenza sotterranea che pervade anche i comportamenti di Hans e Gustav.
A questo punto si apre uno scenario apparentemente identico tra libro e film (il processo), ma gradatamente discrepante. Schroeter si discosta nettamente e stavolta deliberatamente da Fava, creando la sua ricostruzione dei fatti. Introduce un elemento nuovo ad esempio nella scena dell’omicidio (le due assi staccate da Antonio) e ridimensiona “l’uomo nero”, Schwartz (non a caso) che piuttosto che accusare Nicola alla fine ne chiede l’assoluzione perché i testimoni non hanno che confuso il quadro. Da una parte romanzo e film giungono alla medesima conclusione, caratterizzata da profonda ambiguità, ossia che c’è una impossibilità nel decifrare il peso dell’atto omicida del protagonista. Più dimensioni si sono sovrapposte e amalgamate tra loro, i fili logici interrotti. Una spiegazione fenomenologica trans-culturale viene fatta in maniera del tutto grossolana. Schroeter a questo punto mette in luce tutto il suo talento visivo, costruendo situazioni paradossali e surreali con un certo spessore. Fava invece, pur alternando sagacemente realtà e sogno si scaglia verso la grettezza dell’impianto accusatorio, che semplifica l’omicidio a “delitto d’onore”, ed esprime la rabbia verso la canalizzazione stereotipata della condotta dell’uomo siciliano in un contesto differente.
Resta lo sguardo attonito e spesso delirante di un protagonista ormai definitivamente ombra di se stesso. Nicola non viene né condannato né assolto, semplicemente scompare. E’ una sensazione ben marcata anche nel film, dove Schroeter chiude con alcune soggettive del protagonista il cui volto è diviso tra ombra e luce.
Preso singolarmente il film del talentuoso regista tedesco resta un documento interessante ma un’opera che solo nella parte finale riesce ad elevarsi al di sopra di una piattezza dilagante. Accostato al romanzo, il film perde ulteriormente di valore, anche se in parte inevitabilmente.
Se non si conosce il Cinema del regista, questo è sicuramente uno dei (pochi) film da cui è meglio non partire, sebbene stranamente sia quello che ha conseguito il riconoscimento più alto (Orso d’oro a Berlino). Se lo si ama, si converrà che non è uno dei migliori, ma neppure il peggiore.
In ogni caso è consigliata la lettura del romanzo per recuperare la testimonianza di un giornalista-scrittore raro, lucido, perspicace, in grado di scolpire audacemente e realisticamente il significato di un viaggio di migrante che ha purtroppo le fattezze di tanti altri destini simili.
Curiosamente, nell’estate del 2008 i due calciatori Andrea Barzagli e Cristian Zaccardo si sono trasferiti da Palermo a Wolfsburg.

4 commenti:

visionesospesa ha detto...

Ciao, se t'interessa ho un Liebster Award pronto per te, passa a trovarmi :)

M. ha detto...

Grazie! Ho impiegato un po' prima di capire di cosa si tratta e ancora non ho compreso appieno!

Cruna B. ha detto...

Ciao, ho visto di recente questo film, in occasione di una rassegna per ricordare l'anniversario della morte di Giuseppe Fava. Non ho ancora letto il libro, ma la vostra recensione mi ha incuriosita tanto che farò il possibile per reperirlo, e di questo vi ringrazio. E' stato il mio primo film di Scroeder e l'ho trovato semplicemente surreale e fantastico. Con cosa mi consigliate di proseguire la conoscenza di questo regista? Grazie

M. ha detto...

Grazie, se sei siciliana a maggior ragione ti consiglio la lettura del romanzo, riscontrerai maggior vigore e profondità rispetto al pur buon film di Schroeter. Di questo regista ti consiglio Malina, Deux e Der Rosekonig. Quest'ultimo si trova anche integrale su youtube sottotitolato in inglese. Fammi sapere. Ti consiglio anche la lettura del romanzo di Malina. Se poi ti piace l'opera lirica è obbligatorio La morte di Maria Malibran.