L'impero della passione (di Nagisa Oshima, 1978)



La passione evocata fin dal titolo trasuda attraverso la congiunzione dei corpi e si concretizza nella rasatura del sesso femminile che assume nuova forma rispetto a quella assunta nell'ambito della relazione coniugale. Oshima maschera da ghost-story i suoi soliti temi: la sopraffazione, la vendetta, i sensi di colpa, la passione, il tentativo di evasione da una realtà che si complica dopo un omicidio efferato (una sequenza straordinariamente agghiacciante) e che invece si trasforma nel contrario di ciò che la coppia aveva farneticato. "Volevo vivere come una coppia" esclama un'affranta Seki mentre Tokoji cerca inutilmente di ricreare le medesime situazioni che hanno preceduto la loro relazione.
Spesso conteso tra sogno e realtà, il film ha invero come protagonista il kwaidan vendicativo e assillante.
Assieme al direttore della fotografia Yoshio Miyajima il regista con il suo mestiere alterna cambi di prospettive e giochi di luce filtrante nelle baracche della realtà diurna ad angoscianti, plumbee sequenze oniriche o simil-tali, tra cui colpiscono soprattutto il viaggio sul risciò nella nebbia e l'accecamento nel pozzo. Non è un caso che Oshima abbia chiesto la collaborazione di questo straordinario artista come Miyajima che ha precedentemente diretto, clamorosamente, la fotografia proprio in Kwaidan di Kobayashi.
Nel tempo ho imparato a diffidare della nomea raccolta dai film di Oshima. L'impero della passione non fa eccezione alla categorizzazione superficiale e di maniera di certa parte della critica, e dopo il successo di un già abbondantemente distorto L'impero dei sensi è bastata appena una manciata di scene di sesso per indurre ad alludere a "film erotico" o a una "sorta di sequel" dell'opera precedente, che al di là della partecipazione di Tatsuya Fuji non ha poi molto in comune.

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