I fantasmi del cappellaio (di Claude Chabrol, 1982)

Labbè ha ucciso e continua ad uccidere per necessità, come egli stesso scrive. L'escalation è iniziata da quel giorno in cui non ce l'ha fatta più a subire le vessazioni della moglie paralitica.
Uccide secondo un piano che segue rigorosamente un inizio ed una fine prestabilita. Tutto è tenuto minuziosamente sotto controllo. Fa circolare una carrozzina con cautela, conscio dell'osservazione del buon vicino. Stessi orari, stesse modalità. “La signora ha chiamato?”. Un meccanismo geniale viene fatto scattare dall'interno di un armadio. Una stanza chiusa a chiave cela un segreto. Solo lui ne ha l'accesso. E di buon conto, a nessuno importa varcarne la soglia. Eccetto forse a quelle donne che si riuniscono per celebrare una ricorrenza annuale.
Un'ombra dietro una tendina, che Kachoudas osserva maliardo. Allo spettatore viene in mente Psycho, e considerando la venerazione di Chabrol per Hitchcock come non dargli torto. Ma il romanzo di Simenon I fantasmi del cappellaio è del 1949 e anche se in quest'ultimo non viene mai menzionato un manichino, è enunciato con chiarezza lo sguardo continuamente volto da una palazzina all'altra adiacente. I due protagonisti si scrutano attentamente, ripetitivamente, maniacalmente, fino a confondersi. A pensarci bene è uno dei tanti doppi del duo Simenon-Chabrol, che sarebbe proseguito dieci anni più tardi con il bellissimo Betty (uno dei miei romanzi-film preferiti), fino all'omaggio conclusivo dell'ispettore Bellamy-Maigret.
Chabrol stesso, che è quasi un doppio cinematografico dello scrittore svizzero, ricalca perfettamente l'atmosfera del romanzo di riferimento, realizzando un fine ritratto psicologico dei protagonisti e rendendo con audacia e spessore l'indifferente anonimato di un paesino di quella provincia in senso ampio che tanto gli sta a cuore descrivere con acrimonia e insolenza.
Un dettaglio, una minuscola lettera ritagliata da un giornale rimasta in un risvolto del vestito, e il meccanismo tra padrone e servo si innesca con una violenza non verbale dilatata allo spasmo. Nel romanzo sono addirittura inferiori i momenti di contatto tra Labbè e Kachoudas (ad esempio mentre quest'ultimo è in fin di vita, il cappellaio non gli fa visita contrariamente alla continua tentazione).
Labbè ha bisogno di confidarsi con qualcuno: nel romanzo è più volte riportato come egli progetti di recarsi dal medico per confessare i delitti. Avrebbe mai potuto capirlo? Ecco perchè ha bisogno di Kachoudas. L'essere stato scoperto da una persona che non può correre alla polizia perchè consapevole che non sarebbecreduto gli ingenera una sorta di onnipotenza e liberazione della sua colpa che una parte di sé avrebbe bisogno di confessare. Ecco perchè con la scomparsa di Kachoudas per Labbè muore quasi un amico, qualcuno che, patologicamente, gli è stato vicino e con cui ha potuto condividere l'orrore inizialmente non voluto, ma necessario, dell'abominio. Alla fine c'è sempre qualcosa nella sua lotta intestina a prevalere decretando l'impossibilità di uscita. Solo colto sul fatto, assopito dinanzi al corpo di Berthe, confessa come un bambino colto nel suo peggior dispetto, supplicando di non essere picchiato.
Chi meglio di Charles Aznavour per interpretare l'armeno Kachoudas? Esile, malaticcio, abitudinario, isolato. Egli è un immigrato. Desidera solo una vita tranquilla con la propria famiglia. Nel romanzo prevale la descrizione archetipica, con quella sua perenne puzza d'aglio addosso che allontana ogni forma di inesistente contatto. Nel film è egli stesso ad ammettere i motivi per cui non corre alla polizia, nel bagno della locanda, in una scena inserita appositamente da Chabrol per rendere esplicite le decine di implicazioni non verbali del romanzo, così come certi flashback del cappellaio.
Michel Serrault lascia senza fiato con i suoi sguardi spiritati, manie e grotteschi siparietti nell'ombra delle strade poco illuminate con il povero sarto a farli da spalla.
Gli interni sono riprodotti fedelmente: le partite a carte, la vaghezza degli accenni allo strangolatore, quell'impasto di luoghi comuni che ben si addicono a chi in fondo non desidera altro che non venga intaccata la propria routine. Il pericolo tanto lo corrono le donne. Sia il romanzo che il film raccontano una meschinità virile prevalente. La donna è la vittima di una sopraffazione evidente anche nell'anonimato di una giornata-tipo.
Poi improvvisamente dopo la visita al vescovado, infruttuosa, qualcosa si interrompe nel meccanismo perverso e dettagliato del cappellaio. Egli avverte come se quella realtà controllata gli sfuggisse per la prima volta di mano. Non ha più la necessità di uccidere, ma nella sua mente si sprigiona una sensazione nuova altrettanto necessaria e difficile se non impossibile da allontanare. Il gusto per il pericolo, come per ogni omicida seriale che si rispetti. Eppure egli rigetta categoricamente di far parte di questa schiera. E allora Louise, repellente e degna di odio e disgusto, è la vittima designata di questo emergente, irrefrenabile desiderio di uccidere. E così Berthe.
Labbè è un omicida di donne sole, deboli e dimenticate. La loro solitudine è la sua, così come il rifiuto morboso per la sua vita viene catalizzato nella negazione della loro vita.
Uno dei numerosi capolavori di Chabrol, un noir teso e raffinato in cui oltre alla verve dei protagonisti e al consueto ritratto ineffabile di una provincia vittima della sua routine, funzionano il ritmo e lo smascheramento dell'apparenza. Un grandissimo gioco di luci e ombre fa da collante in un quadro ricco di doppi non solo di caratteri, ma anche di genere. Chabrol arricchisce la profondità psichica dello scavo di Simenon col suo taglio a metà tra il dramma e il grottesco, con una stratificazione cinematografica degna della sua miglior classe.

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