Lamerica (di Gianni Amelio, 1994)

Contestualizzato negli anni in cui è stato realizzato e in cui è ambientato, il film di Gianni Amelio ha il valore di un documento fresco e prezioso. Dalla sua parte il regista ha la visione lucida del significato del primo esodo di massa del 1991 dall'Albania verso il nostro paese e la consapevolezza che quel sistema corrotto che denuncia è il medesimo che ha portato pochi anni dopo in macerie la prima repubblica. Il titolo è idoneo a sancire un significato reiterato nel tempo. L'Italia di Iva Zanicchi e Non è la RAI è il miraggio per l'analfabeta popolo albanese del tempo tanto quanto gli Stati Uniti lo furono per l'Italia all'inizio del secolo scorso. I continui riferimenti stereotipati e irreali di un Italia ricca e prospera, una delle mosse più indovinate, lasciano un enorme senso di fastidio. Il film mantiene intatta una certa atmosfera di suggestiva oppressione all'interno di un paese caotico, incerto, lacero e in scompiglio, ma manca di una certa invettiva politica che avrebbe potuto approfondire il risultato finale. Troppo concentrato su una figura - quella del vecchio siciliano per cui il tempo s'è fermato alla seconda guerra mondiale - che finisce con l'impietosire anzichè essere da stimolo a osservare più da vicino quelle decine di volti su cui la camera indugia con un certo compiacimento nel finale. Un film vagamente incompiuto, così come il personaggio di Gino, che dovrebbe rappresentare l'imprenditore italiano senza scrupoli, burbero e intransigente, ma che dopo essersi scontrato con una realtà locale ben più controversa delle attese torna in patria alla stregua di migliaia di altri profughi. Enrico Lo Verso s'impegna ma il suo personaggio resta troppo superficiale e privo dello scavo che avrebbe potuto conferirgli maggior presa sulle nostre emozioni. Restano alcune immagini forti come il valore della vita umana nella moltitudine, ragazzini che bruciano un vecchio pur di procacciarsi un paio di scarpe troppo grandi per loro.

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