Jonas che avrà vent'anni nel 2000 (di Alain Tanner, 1976)

"Oh Margherita la strega. Oh Marco il filosofo. Oh Marie la ladra. Oh Marcel l'eremita. Oh Mathilde amore mio. Oh Max il vecchio folle. Oh Madeleine la folle. Voglio cercare di mettere insieme i fili dei vostri desideri perchè non si disperdano. Io torno al lavoro. Sarò sfruttato, di nuovo. Cercherò di riunire, di stringere insieme i vostri desideri e ne farò una leva. Sono nel ventesimo secolo, Jonas. Nessuno mi chiede niente, solo di accettare tutto docilmente. Non posso avere altro che quello per cui mi pagano, nient'altro. Sono manodopera. Manodopera. Forza lavoro in motorino. Fa freddo la mattina a quest'ora. Penso al calduccio del mio letto. Jonas, tutto non è ancora perduto. Ricominciamo insieme! Dal momento che tu cominci a camminare a quello in cui la polizia e l'esercito sperano su migliaia di Jonas come te. Ricominciamo insieme dal tuo primo giorno di scuola fino all'ultima decisione democratica, quella di non concedere più nulla qualunque siano le minacce. Andrà meglio per te? Il meglio tutte le volte si butta via. Io dirò: nessuno mai più deciderà per noi! La prima volta forse non succederà niente. La decima volta ci sarà un'assemblea. La centesima volta uno sciopero e la centunesima, ancora un giorno di scuola per te, Jonas, tutte le volte che salirò su un motorino per andare al lavoro. No, di più. Tutti i giorni della mia vita."

Maggio 1968. Data di riferimento ineffabile. Un fardello da elaborare. L'impresa di Tanner è di articolare la riflessione socio-politica degli anni '70 all'interno del proprio paese non avvezzo a interrogativi su questioni di tale portata. Il Cinema del regista, col suo stile godardiano metabolizzato e arricchito, si pone come mezzo di metamorfosi da una neutralità dichiarata e ostentata ad una ricerca cosmopolita. Tutti i personaggi-simbolo hanno il nome che inizia con "Ma", esattamente come il "Mai" ("maggio" in lingua francese), il mese caldo che ha lasciato suggestioni, frustrazioni, echi. Risvolti inevitabili. O come "Marx".
Tanner coadiuvato dal fido John Berger in sede di sceneggiatura crea un film non di facile ingresso, intersecando mirabilmente i destini dei personaggi, lasciandoli specchiare e tessere quei fili silenti che forse rimarranno tali, oppure costituiranno il preludio inconsapevole di un lascito. Allo spettatore contemporaneo non abituato alla dialettica di quegli anni ma tartassato da parole come "recessione", attuali più che mai a quarant'anni di distanza, quel lascito è la parola "speranza" che per una volta non è sulle labbra dei padroni, ma nasce e si sviluppa dal basso.
La Ginevra di Tanner non è così distante dalla Marsiglia di Guediguian. La metamorfosi del padrone in maiale o famelico predatore sul corpo nudo del dipendente è la metafora di un passato con cui dover fare i conti. Il tempo è un enorme sanguinaccio che si srotola, ricco di corconvoluzioni, e non l'autostrada prefigurata dal capitalismo (la "lezione di storia" di Marc è indimenticabile). Penso che si tratti un film che va ben oltre la definizione forzata e consolatoria di "manifesto di un epoca", perchè si presta invero a una serie di riflessioni non necessariamente politiche o ancorate ad un determinato periodo. Certo ci spiega meglio cosa siano stati gli anni '70 in un anfratto dell'Europa, ai margini della Francia (il personaggio-chiave di Marie), ma non andrebbe visto col piglio nostalgico fine a se stesso, perchè non rientra neppure nella sua natura. Trovo che 'Jonas..' sia principalmente un film sul significato del lavoro, o meglio della forza-lavoro, e dell'educazione che vogliamo trasmettere alla società del futuro. Ricorre l'archetipo della balena come guaina da cui viene espulso il pinocchio di turno. Altresì la solidarietà e la "rete" per Tanner hanno la semplicità e l'originalità di un rustico incontro a tavola, dopo aver tagliato per un pomeriggio intero degli ortaggi. Oppure una serie di graffiti bambineschi su di un muretto. Emerge una coralità di raro fascino, della quale è difficile cogliere tutto in un oceano di dialoghi densi e forti di un linguaggio che oggi stride con la nostra contemporaneità, ma che esprime gli stessi concetti. Ogni personaggio è degno di simpatie, perchè il regista parteggia per loro, li descrive con umanità e candore. E' difficile concettualizzare cosa il film lasci, perchè non segue un singolo binario. Proprio come nel racconto del vecchio vicino di casa di Marie (Raymond Bussières - deliziosi i "giochi di drammatizzazione" con Miou-Miou), spesso è questione di prospettive. Chi viaggia sul treno, lo spettatore, rischia di fissarsi sulla contemplazione del paesaggio. Ecco perchè 'Jonas...' lascia davvero qualcosa, perchè a seconda delle prospettive può essere inquadrato in uno dei versi del film stesso. Ha tali e tante pieghe da costituire un'opera duttile e forse più spassosa che amara, tanto disillusa quanto illusa così come tanto reale quanto utopistica.

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