Giochi di notte (di Mai Zetterling, 1966)

Con Giochi di notte la Zetterling realizza il suo film-scandalo. Già Gunnel Lidblom ne Il silenzio di Bergman giaceva a petto nudo accanto a suo figlio, in un film decisamente "avanti" a quei tempi soprattutto per il linguaggio (e per questo in Italia massacrato dal doppiaggio), figuriamoci lo stesso bambino (Jörgen Lindström) ora quattordicenne, nudo, che si "tocca" sotto una coperta mentre la madre (Ingrid Thulin) gli legge controvoglia la bibbia, o che si infila sotto la sua gonna per toccarle le calze. Il film lungi dal voler scandalizzare analizza con coraggio, semmai, il rapporto tra sessualità nel rapporto tra mondo infantile e mondo adulto. Il protagonista è un uomo complessato, che non riesce ad avere rapporti sessuali con la sua futura moglie. La causa è insita nel rapporto ambiguo con la madre all'interno di un'infanzia turbolenta in un castello abitato da persone prive di qualità. Un parto da cui viene generato un bambino morto viene vissuto in diretta da tutto l'entourage materno, tra un padre succube e alienato e una zia che legge la bibbia e cerca di trasmettere al nipote che esiste un'anima, basta crederci. Il mondo borghese come fonte di piaceri morbosi è la sintesi del raziocinio finale prima che quell'antro venga distrutto. Tra uova e uccelli in gabbia, il film è ricco di simbolici contrappunti, fardelli onnipresenti in una casa che è fonte di dispiaceri e di dolorosi fantasmi con cui convivere. E' così semplice liberarsene (?). L'affermazione, palesemente ostentata nella parte finale, diviene una domanda per lo spettatore più attento. Forse influenzati dalle conflittualità ben più radicali da rimuovere dei film di Bergman restiamo attoniti dinanzi ad una risoluzione così "semplice". L'esplosione finale non segue una convinta presa di coscienza. La Zetterling si ispira a Bergman, ma i fantasmi comuni vengono abbattuti con strategie diverse, in questo caso più ottimiste (si pensi al "lieto fine"). Il travaglio è simile e il ruolo della donna, che "sa amare" contrariamente ad un mondo virile goffo e presuntuoso, ha molti punti in comune. Non è un caso se è Marianne a indicare il punto di svolta per Jan. Si può definire la regista come una "figlia minore" del Cinema del suo mentore, e basterebbe citare il cast di questo film per rendersi conto delle assonanze (c'è anche Naima Wilfstrand). La Thulin è semplicemente straordinaria e tiene in piedi il film con prepotenza finchè non esce di scena. Devo ammettere che il film risulta a tratti oltremodo incisivo perchè è lei ad essere capace di trasmettere impeto ad uno script a volte troppo letterario (la sequenza del parto su tutte).
Dramma dunque, ma fino ad un certo punto. Un film che sarebbe potuto essere anche più audace e spinto, più complesso e centrato. Non è mancanza di onestà ciò che alla fine prevale, ma quel talento inarrivabile che pertiene a chi in quel campo ha saputo affondare il colpo con più vigore, ossia Ingmar Bergman.

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