Cult of luna - Vertikal (2013)

Ho pensato di tutto in questi quattro anni. Spesso il timore che la band si fosse sciolta ha preso il sopravvento. Dove erano allora le urla di Johannes, il riffing scarno ed essenziale, l'intimità delle liriche, il doppio drumming apocalittico, il basso distorto e assassino? Tante volte ho immaginato un nuovo corso dopo Eternal Kingdom, e aveva le sembianze di alchimie sonore rare al giorno d'oggi, la cui radice fosse questa forte personalità della band, distante anni luce da qualsiasi richiamo della cosiddetta "scena", ma che proseguisse secondo nuove prerogative. Un disco come The beyond ormai è parte del passato e lì deve rimanere. Non ho mai accettato clamorosi ritorni a sonorità già comprovate e sorpassate in tutti questi anni. Ecco perchè i Cult of luna con il loro sesto studio album hanno risposto alle domande e alle aspettative di ciò che la musica dovrebbe essere, al giorno d'oggi più che mai. In mancanza di ispirazione è lecito attendere che essa torni, piuttosto che accontentare le richieste della piazza. Ecco perchè Vertikal è innanzitutto il disco meno suonato del gruppo. Quattro anni e mezzo (mai un'attesa così estenuante) non hanno prodotto in maniera congrua un risultato. Il disco sembra quanto raccolto in molto meno. In un certo senso ha dalla sua il richiamo epico e nostalgico di brani di culto (sic!) della band, come Echoes e Ghost trail (Vicarious redemption), Vague illusions (I: the weapon), Dark city, dead man (In awe of), Following betulas (Synchronicity). Quel passato da cui trarre la forza per nascere e svilupparsi. La loro è un'identità ben definita che non si è mai guardata indietro. Sette teste pensanti (Klas sembra ormai fuori dalla band - non è riportato nei crediti sul booklet, nè appare nelle foto ufficiali) e una "guerra compositiva", così la definisce Johannes, principale artefice di suoni e parole, e ormai cantante al 100% che per l'occasione urla un po' meno e intona un po' di più. L'artwork e i testi ispirati al capolavoro espressionista di Fritz Lang, Metropolis, non sono che l'impianto strutturale dell'ennesimo album-capolavoro di una band unica nel panorama... quale panorama? Chi è capace di suonare al giorno d'oggi brani così poderosi come Vicarious redemption e sommessi come Passing through?
I diciotto minuti di Vicarious Redemption: cinque all'incirca di attesa, tra loop, rintocchi sinistri e chitarre allungate e poi il brano si scatena con un attacco-bomba stile Echoes, per poi fluire che è una bellezza fino all'immancabile ritaglio per la chitarra solista di Fredrik, forse in tapping, che accorcia la scala per due volte prima nell'alternanza del riff, successivamente in un crescendo di suoni e sfumature psichedeliche (e un drumming sempre più fitto). Ma è con il muro delle tre chitarre e delle due batterie nel frangente "No gods. No masters. No rulers. No kings." che la band raggiunge forse la sua vetta del disco, prima di un finalone che ricorda tanto il riff portante di In the flesh dei Pink Floyd. Occorre aggiungere altro?
The sweep (poco più che un'intermezzo) e Mute departure, con i loro squarci elettronici, ricordano i conterranei A Swarm of the sun. Synchronicity e In awe of altri due brani solidissimi. Spicca soprattutto quest'ultima, col suo riff trascinante e le sue aperture melodiche. I: The weapon l'opener perfetta.
Sull'edizione limitata di cui sono in possesso c'è spazio anche per una bonus track, the flow reversed, che forse sfigura rispetto ai brani precedenti ma che in mano ad un'altra band farebbe faville.
Allora, meglio o no di The beyond? Non ha importanza.

(My) waves (are) resonating towards the unknown
Trapped underneath
Soon I'll break through

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