Seven that spells - The death and resurrection of Krautrock: Aum (2011)

Satan… Satan… Satan… Satan…

I Seven that spells sono un trio croato con una discreta gavetta alle proprie spalle. La costante dei loro dischi sono donne nude o semivestite, vere o disegnate.
Non si prendono troppo sul serio. Basterebbe leggere i titoli dei brani. La loro musica straborda di autocompiacimento.
Trovo tutto azzardato e d’effetto, ma la qualità esibita è evidente, ed è ciò che conta. Il loro rock è sfrontatamente psichedelico e psicotico, ricco di provocazioni sonore continue: dal tappeto ambient di Zero alla ritmatissima Rock ist krieg, il loro sound è ricco e molto seventies.
L’intro (?) invece è un brano che si attorciglia continuamente sullo stesso giro. Dove vorranno arrivare? La domanda sorge spontanea. Ricorda tanto uno di quei brani monolitici della svolta stoner degli Earth (Pentastar: In the style of demons). La deflagrazione finale ci offre un piccolo assaggio della “morte del Krautrock” (cito il titolo), la seguente Aum una sua “resurrezione”. Che brano strepitoso! 19 minuti in cui la forma-canzone viene barbaramente aggredita da un impasto ritmico solido su cui si staglia una chitarra solista funambolica e compiaciuta. Aum è pressoché indefinibile. Un inno rock psichedelico e conturbante, tra rintocchi mistici e cori epici. Tutto molto sfarzoso e raramente ascoltato. Un incedere sinistro e affascinante che fuoriesce definitivamente in melodie orientaleggianti e straordinariamente allettanti. Un brano che ha il sapore del culto, più che dell’ascolto fine a se stesso.
Lo trovo il manifesto del gruppo. Il trio è tecnicamente ineccepibile, e il bassista ha anche una voce valida, stando ai brevi ma significativi inserti vocali (dei cori, come detto).
L’anno scorso han dato vita ad uno dei live più intensi a cui abbia assistito.
Il chitarrista per l’occasione s’è presentato con due chitarre e con amplificatori giganteschi, tra l’ilarità e la sorpresa di molti che non sono abituati a vedere nel buco in cui han suonato così tanta ricerca maniacale del suono. Parla fluentemente l’italiano e esteriormente ricorda Mikael Akerfeldt (l’età è pressappoco quella) con i capelli bianchi. Durante l’esecuzione di un brano ha fermato tutto per farsi passare una canna da uno del pubblico e girarla ai suoi due colleghi, per poi riprendere dallo stesso punto in cui si erano fermati… un momento esilarante! (e secondo me escogitato ad hoc).
Un disco delirante da possedere.

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