Ricomincia da oggi (di Bertrand Tavernier, 1998)

Il tema della trasmissione della conoscenza: l’eredità dei padri, fin dagli albori uno dei temi più cari al regista, si combina alla descrizione della condizione di lavoro quotidiana di insegnanti di una scuola materna, in Francia, alla fine degli anni ’90.
Tavernier per giungere al valore più intimo dell’educazione ne penetra l’accezione dell’universo di elementi che la esercitano. Non è un caso dunque che il focus sia rivestito da insegnanti che operano dall’infanzia, e per contro la sovrastruttura, la macchina burocratica. Problemi di rapporto numerico tra figure professionali e cittadinanza più attuali che mai. Un sistema transalpino che viene descritto impunemente, in cui la sola qualità che emerge è il valore delle persone.
Camera quasi rigorosamente in spalla, “sul campo”, tra i problemi autentici di queste figure professionali cariche di responsabilità e spesso lasciate allo sbando; della loro vita intima, della loro coscienza.
L’immagine dei film di Tavernier, quella che entra negli occhi e nelle ossa di chi le riceve. Un frammento di vita trasformato in emozione da una camera camaleontica, sempre vigile. Ed ecco Daniel, attonito, che vive in presa diretta la scissione di dover perpetuare una professione che insegna a comunicare assistendo da fuori alla finestra al passaggio dei carri funebri che trasportano le vittime di chi avrebbe dovuto tutelare e non nascondere.
“Se ne sono sbattuti, prima li hanno lasciati soli e poi gli fanno il funerale”, come non dar credito a tali parole indici di una contraddizione palese di un sistema che vende fumo per celare le proprie inadempienze.
Tavernier è straordinariamente equilibrato pur essendo di parte, e si scaglia con ambivalenza (ma mai ambiguità) pro e contro la figura degli assistenti sociali. Questo cinema, pur superficialmente vicino a quello di Loach, è lontano da quello acido e incazzato dei film dei primi anni ’90 del cineasta inglese (si pensi a Ladybird Ladybird, a tal proposito).
“Cosa ci manda avanti? L’amore? L’infanzia?”. Alla domanda iniziale scaturisce una risposta finale che permea attraverso il riconoscimento della fatica di un padre, indipendentemente dall'educazione che ci ha trasmesso, e alla constatazione che c’è un bisogno intimo di dare sempre un seguito alla propria necessità individuale, umana e professionale, pur se le responsabilità sono rese ancor più scoperte dalla mancanza del loro riconoscimento.

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