Pill 40

Vanina Vanini e La prima notte di quiete

Un amico ha scoperto di aver accantonato il concetto di visione critica cinematografica per trent’anni della propria vita.
Mi ha chiesto una mano per cominciare a rimediare alla propria sete di appartenenza a questo linguaggio.
Non sono un critico e non è mai troppo tardi, questa è stata la mia prima risposta.
Lui insiste ponendomi una domanda che reputo intelligente: dimmi il primo titolo che ti viene in mente.
Allora istintivamente ho risposto La prima notte di quiete di Valerio Zurlini.
Qual è il motivo? A mente fredda ci si può ragionare meglio su, e la risposta sgorga naturale. Perché il mio amico in un certo senso è come il personaggio di Spider. Quest’ultimo prima di conoscere “il professore” apparteneva ad un mondo che viceversa non apparteneva a lui. Questo, tuttavia, non è il caso del mio amico. Allora l’immagine più emblematica è quella da cui scaturisce il senso della pellicola, nell’insieme: l’arte è profana. Nel film un valore laico emerge con una dirompenza straripante.
Egli dunque si trova ad entrare in un mondo profano ma con gli occhi più indicati: i suoi. Non c’è filtro migliore. Cosa ha visto il professore in Vanina? Tutto eccetto il passato. Conosciamo una persona senza dover ricorrere al suo passato.
L’arte la vediamo con i suoi occhi riflessi nei nostri: non contemplando il nostro passato, ci tuffiamo da neofiti nel valore della conoscenza del depositario di un messaggio.
La sete di quella conoscenza del destinatario fa la differenza più della conoscenza in sé del depositario. Ecco che La prima notte di quiete ti aprirà un mondo, ossia quello dell’arte che sfida l’incancrenimento di quel vuoto borghese che si avvita continuamente su se stesso, vittima dei suoi preannunciati, sterili rituali.

Vanina Vanini, una tragedia annunciata nel racconto di Stendhal tanto quanto nel film di Zurlini. Non ho visto l’omonimo film di Rossellini ma ho letto lo splendido racconto (un romanzo breve, praticamente) dello scrittore francese. Non c’è solo la familiarità del nome e del prestito del libro nel film con Alain Delon, ma il rapporto a tre, il destino tragico, l’intento morale del protagonista.
La donna che sceglie lui, il carbonaro, perché non ha nulla a che vedere con lo stupido rampollo, così come la protagonista di Zurlini sceglie “colui che le parla” al borghesuccio romano interpretato splendidamente da Adalberto Maria Merli.

Si sarebbe detto che Vanina si divertisse di più a tormentare il giovane Livio Savelli, che pareva molto innamorato di lei; era il giovane più attraente di Roma ed era principe anch’egli, ma se gli avessero dato da leggere un romanzo, l’avrebbe gettato via dopo venti pagine, dicendo che gli faceva venire il mal di testa. E questo era un grave difetto agli occhi di Vanina.
Verso la mezzanotte, si sparse tra gli invitati una notizia che fece molta impressione. Un giovane carbonaro, prigioniero nel forte Sant’Angelo, era fuggito proprio quella sera, travestito, e, per eccesso di audacia romantica, giunto all’ultimo posto di guardia, aveva attaccato i soldati con un pugnale, ma era stato ferito: ora gli sbirri gli davano la caccia per le vie di Roma, seguendone le tracce di sangue, e si sperava di riprenderlo.
Mentre si raccontava questo episodio, don Livio Savelli, quasi pazzo d’amore per Vanina che l’incantava con le sue grazie, le chiese riaccompagnandola al suo posto dopo un ballo:
“Ma, dunque, chi potrebbe piacervi?”.
“Il giovane carbonaro che è fuggito dal carcere” rispose Vanina. “Egli ha fatto almeno qualche cosa di più che darsi la pena di venire al mondo”.


(Stendhal, Vanina Vanini, pagg. 18-19, Sellerio editore)


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