Pill 39

I primi risvegli nella "seconda vita" di Julie (seconda parte)

“Nel caso di Blu ho cominciato con le scene dell’ospedale che considero la vera apertura del film. Volevo sapere cosa significa osservare il riflesso del medico nella pupilla di Julie, quest’effetto così forte di soggettivazione.”

(Krzysztof Kieślowski, Dino Audino editore, pag. 58)

Destatasi in un letto di ospedale, Julie non ha il tempo di spalancare l’occhio malconcio e impigrito da ricevere prontamente la notizia dal medico: “Ho un compito ingrato…suo marito…”.
“E Anna?”
“Si. Anche sua figlia”.
Gli occhi si chiudono.
Il medico ha seguito la prassi. Nell’ordinare le due figure a lui sconosciute, è partito dall’adulto.
Julie parla invece il linguaggio degli affetti. E’ evidente che nel suo ordine la priorità è la figlia, come viene evidenziato dal suo dito che accarezza idealmente la piccola bara durante il funerale visto in televisione (quelle mini-tv che andavano di moda nei primi anni ’90), o quando poco dopo risponde seccata ad una giornalista che intende porgli alcune domande (“Non lo sa? Ho avuto un incidente, ho perso mia figlia e mio marito”).
Chi era quest’uomo ce lo descrivono i toni pomposi del funerale trasmesso in tv.
Cosa fosse quest’uomo per Julie, resta un mistero voluto, anche se in parte successivamente svelato.
“E’ vero che scriveva lei la musica di suo marito?” le chiede senza risposta la giornalista.
Ancor più affascinante del mistero dell’uomo, è quello della musica. Questa meccanica irremovibile, che risveglia ricordi e ammutolisce il linguaggio sempre teso a dispiegarsi, nel tempo e come fonte razionale della nostra volontà di rimozione di ciò che non vogliamo più ci appartenga.
Julie istintivamente cerca di porre fine alla propria vita. Emaciata, con indosso un collare per il colpo di frusta ricevuto, s’intrufola in infermeria con un diversivo e inosservata porta alla bocca un flacone di pillole, ma non è capace di ingurgitarle. Le sputa schifata dopo pochi secondi, come se constatasse che la sola idea del mentre e del dopo avessero quello stesso sapore disgustosamente amaro.
L’infermiera accorre, le due donne si guardano attraverso il vetro. Lo stesso vetro che ricorre nel cinema del regista polacco fin dal decalogo.
Julie come una bambina chiede perdono, dopo aver confessato di aver rotto il vetro. L’infermiera la guarda comprensiva. “Lo sostituiremo”. E poi ripete per due volte che “non importa”. Ha lo stesso sguardo che le riserverà la prostituta. Potrebbero essere le stesse persone. Eppure l’una è a conoscenza dell’evento tragico, l’altra no. A volte la conoscenza limita la verità che sottende ad un gesto.
Dimessa, Julie ha la prima folgorazione blu. Musica e ricordi, il leitmotiv del film.
Abbraccia Marie, la domestica anziana. Nutre affetto per lei e per il personale della sua tenuta, tanto da chiedere che continuino ad essere pagati, così come chiede che continuino ad essere destinate le somme per cautelarsi la madre in una casa di riposo. Julie si assicura che per le uniche persone care che le sono rimaste tutto continui come prima, mentre per lei deve sopraggiungere il Vuoto.
Stante l’incapacità di suicidarsi, Julie deve cominciare a vivere di nuovo. La prima reazione è di inghiottire il passato.
“Ha tolto tutto dalla stanza blu?” chiede al giardiniere.
Strappa il lampadario della stanza della figlia. Blu.
Piega lo spartito al cui solo avvicinarsi corrispondono note mentali di pianoforte. Più tardi si reca nello studio del marito, prende e getta il lavoro più ampio, benché ancora incompleto, in un tritarifiuti.
Morde e mastica convulsamente il lecca-lecca blu della figlia.
Dispone di vendere tutte le proprietà (ma si ricrederà).
Si disfa di tutti gli oggetti della casa eccetto il materasso. E più tardi, vedremo, il lampadario blu della figlia. Qualcosa l’ha trattenuta dallo sbarazzarsene. Istinto materno mai sopito?
Olivier, collega del marito a cui dà del lei e con cui trascorre una notte di “tradimento” per occultare definitivamente l’immagine sessuale del marito, è inghiottito inizialmente alla stessa stregua delle altre, inutili, “cose”. Lui la ama.
“E’ molto bello quello che ha fatto per me”. Al risveglio Julie sorride per la prima volta, ma alla mimica non corrisponde un cambiamento del suo stato. Le parole confermano come lei si sia “servita” per il suo scopo del collega del marito.
“Sono una donna come tante, sudo, tossisco, ho la carie…non le mancherò”.
Andando via Julie stringe il pugno destro e lo lacera contro il muretto del giardino.

LOVE STORY

Steal a diamond and pierce my heart
with its point
And take three silver drops of blood
to sow your dried flesh
Use the harvest you get to appease the hunger
of your crowd, which drains
you day by day, draining you away

You wanna eat my pearly eyes
to fill the void you've got
Inside, sweet child of mine , you've got inside

The pearly gates you dream of, are made of
mortal hopes you stole away
The pearly gates you long for are made of
Innocent night beings, heavenly unpure
and yet so pure

I feel ashamed for your soul
This war seems to reach a crying end
But why your very tears they never fall?
your very mask it never fades away?
your very face ain't going to be shown?

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