La parte degli angeli (di Ken Loach, 2012)

E’ idea comune che l’alcool sia l’alcova del vizio e della perdizione; al contrario nel film di Loach esso rappresenta l’elemento simbolico del rovesciamento della prospettiva dominante. Gli antieroi del regista sono lasciati soli e bistrattati dalla società ma scoprono di non essere tali se condividono le proprie forze e speranze. Piuttosto che soffermarsi sulla constatazione del loro disagio sociale, Loach infatti ne evoca la solidarietà come potere salvifico, ne mostra il prodigioso risultato, ossia la riconoscenza reciproca. Tutto in un semplice gesto, che lascia senza fiato perché è il senso ultimo del cinema di questo grandioso cineasta per nulla avvilito o spento da una lotta forse perennemente sconfitta ma mai esausta: Harry torna a casa e trova sul tavolo la bottiglia di whisky.
Egli è colui che crede negli esseri umani, incurante del loro passato, e questi ultimi i destinatari attivi di una “nuova vita” che viene in loro trasfusa. Harry non è altro che un alter-ego del regista e a tutti gli effetti dello spettatore, mentre Robbie è anch’esso uno dei tanti riflessi di quest’ultimo, che individua nella sua ricerca una nuova chance di riscatto.
Fin qui il contenuto del film, poi occorre soffermarsi sul rivestimento, che è contiguo. Ottimismo realistico, raffinato e scanzonato. Una carrellata di personaggi strampalati a-la Loach (Albert è un vero spasso!) e situazioni imprevedibili e “leggere” rendono la visione scorrevole e piacevolissima.

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