La bicicletta verde (di Haifaa Al-Mansour, 2012)

Al di là del Golfo Persico, Haifaa Al-Mansour raccoglie l’influenza stilistica del cinema iraniano degli ultimi due decenni e realizza un film di denuncia ineccepibile.
Il titolo italiano probabilmente gioca sull’accostamento con il fanciullesco Il palloncino bianco di Jafar Panahi, che pure in parte sembra un riferimento per la regista saudita. Eppure il titolo originale di questo lungometraggio, Wadjda, coincide con quello della protagonista undicenne.
Il film raggiunge il suo obiettivo di mettere in luce lo sconfortante paradigma sociale che soffoca l’emancipazione femminile nell’Arabia Saudita.
La quotidianità della protagonista, delle sue compagne di scuola e della madre è riportata tramite un racconto corale, certo di parte (gli uomini, detentori dei diritti e dunque del potere, sono tutti personaggi negativi )ma mai artificioso, in un crescendo di invettive che vengono scagliate più verso l'applicazione cronicamente indiscussa delle convenzioni che contro la legge.
E’ sorprendente il linguaggio con cui sempre più spesso cineasti provenienti dalla Penisola Araba riescano a trasmettere la propria realtà a chi ne è esterno ed estraneo.
Mi ha colpito lo sguardo fresco ed anticonvenzionale di Wadjda rispetto ai concetti di “giusto” e di “proibito”. E’ il sintomo naturale che indipendentemente dall’educazione ricevuta dal contesto sociale di riferimento, l’individuo ha sempre la possibilità di formare la propria individualità. Il merito principale del film è di trasmettere un messaggio siffatto con ardore e intelligenza. Nel caso della maturazione della protagonista certamente gioca un ruolo fondamentale anche la figura materna, realmente tale, indipendentemente dalla scissione sociale e la relativa sofferenza per le seconde nozze del marito.

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