Dopo la vita (di John Hough, 1974)

Ci sono le premesse: scienziati di una precedente spedizione usciti paralizzati, storpi o deceduti da Hell House. Un solo sopravvissuto, di nuovo presente, come a racchiudere una possibile spiegazione (una delle tante false piste di cui il plot si serve con audacia). C'è ritmo, scandito dal tempo che trascorre quasi fosse raccolto in un diario degli episodi più significativi nel computo di una raccolta-dati. Le quattro figure principali ricordano quelle de Gli Invasati, ma non è l'unico riferimento al celebre e più riuscito film di Wise. Sessualità e razionalità, contrapposti eppure convergenti: ecco la soluzione dell'enigma di Hell House. E poi un virtuoso esercizio di riprese oblique, dal basso e dall'alto, a cogliere ovunque "la" presenza di qualcosa. Il film è surreale, spettrale, pregno (forse fin troppo) di sequenze ora inquietanti (gli oggetti che vengono scagliati verso il fisico), ora smaccatamente forzate (il combattimento col gatto, le crisi simil-epilettiche). Le stesse spiegazioni logiche e illogiche spesso sono frutto di processi non ben definiti e il film versa su una componente narrativa un bel po' caotica, senza tuttavia perdere tensione. La parte finale è eccellente, compresa la risoluzione. Sul piano visivo e tecnico è sicuramente il miglior film del regista, e probabilmente il più noto.

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