Django unchained (di Quentin Tarantino, 2012)

Adulatore maniacale di Sergio Corbucci e dello spaghetti-western, Tarantino realizza un film ossequioso e dirompente in cui come sempre incastra tutti gli elementi del suo cinema pulp ed esplosivo (in tutti i sensi), spesso demente, scevro di critica o di presa di posizione morale e profonda.
Nonostante l’irriverente sequenza dei cappucci bianchi (una trovata geniale che anticipa storicamente la nascita del ku klux klan) non c’è critica allo schiavismo. Il rapporto tra bianchi e neri è sulla stessa lunghezza d’onda del sarcasmo con cui Dennis Hopper in True Romance raccontava la storia della contaminazione del “sangue siciliano”. Provocazione continua e lotta per la sopravvivenza in un mondo crudele, dunque. Certo l’impresa della strana coppia è intessuta su un piano di riconoscenza, ma la moralità del film si sbriciola di continuo, e il peggiore di tutti è un nero che risulta più diabolico e bastardo di qualsiasi bianco (uno straordinario Samuel L. Jackson, il più bravo di tutti). Christoph Waltz, bravissimo, è idoneo nelle parti ambigue di chi ti fotte ma con cortesia, Jamie Foxx tanto monosillabico nell’eloquio quanto rapido nell’azione, un grugno continuo ma azzeccato (ho visto per fortuna la versione in lingua originale), Di Caprio si impegna e quasi convince nel togliersi di dosso la sua faccia pulita.
Moltissime sequenze degne di nota, tra cui segnalo tutta la cena nella tenuta di Candyland, con annessa storiella sulle tre fossette!
Insomma, puro divertissement, inutile mettere in moto il cervello.
Ho apprezzato la colonna sonora nonostante il pessimo inserto cantato da Elisa, mentre sul piano della narrazione ho avvertito che il film verso la fine si sia accartocciato esageratamente su se stesso, percorrendo una “vendetta della vendetta” un tantino sovreccitata, ma del resto è stato un altro colpo di teatro non casuale e nelle corde di un regista fortemente narcisista ed accalorato.

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