Daddy nostalgie (di Bertrand Tavernier, 1990)

“Bisogna guardare la bellezza come se fosse l’ultima volta. La dolcezza di vivere, mia cara, è spaventosamente effimera.

Il dolore è come un cattivo vicino, sta sempre con me. Io cerco di tenerlo a distanza, ma a volte si intrufola. Ma a volte, come un cattivo vicino, se ne va. E ti dimentichi che tornerà trotterellando per il sentiero. E quando torna, non puoi razionalizzare il dolore, ti estrania… anche da tutti coloro che ami”


Quando Caroline (Jane Birkin) fa rientro a Parigi, ancora ignara della notizia triste che riceverà, incontra il Monsieur Ladmiral (Louis Ducreux) che le sorride. Per gli appassionati del cinema del regista è un segnale di riconoscimento non casuale. Il film, non che ce ne fosse stato bisogno, è un ritorno al “capolavoro di regia” di cinque anni prima, un dramma “da camera” in cui il tempo è sospeso e una figlia lontana fa visita ad un padre anziano, in questo caso morente. L’intesa meta cinematografica nel parallelo tra i due film, avvenuta per mezzo di due personaggi principali, prelude alla morte di Daddy, ma questo Caroline non può ancora intuirlo. Sembra quasi un passaggio kieslowskiano, a ben pensarci. Anche Francis in ‘Round midnight, sempre di qualche anno appena precedente, faceva ritorno a Parigi e successivamente gli veniva comunicata la morte del grande amico Dale Turner. La morte incombente nei film di Tavernier non viene mostrata nel momento in cui avviene, neppure quella “in diretta” di Katheryne nel film del 1979. Particolare pudico perfettamente congruo allo stile del regista, ed abissale distacco da chi pur con altre pretese ne ha preso spunto per descrivere una quotidianità delle azioni in un ambiente pressoché fisso.
La serie di paralleli non si esaurisce certo qui, basti pensare alla vicenda che di autobiografico ha ben poco pur essendo dettata dal bisogno di esorcizzare un dolore intimo. Era appena morto Renè, il padre del regista, ed era sopraggiunto anche il divorzio dalla preziosa moglie/collaboratrice Colo. Questi due avvenimenti più che proiettati vengono distorti dalla lente-cinema, in un film in cui la protagonista perpetra con candore e inesauribile vigore la dolcezza della vita, riversando l’affetto e la comprensione per due genitori che da bambina l’hanno allontanata. I dolorosi flashback che la tartassano pur essendo motivo di giustificati scatti di nervosismo, vengono trasformati in un calore e compresenza mai domi, più vivaci alla sera, nel momento in cui pur contro le indicazioni mediche si riserva di far trascorrere al padre viveur una veniale scorribanda dopo l’altra, magari anche eccedendo con l’alcool (ancora un riferimento a ‘Round midnight), quando sulla meravigliosa Costa Azzurra è notte ed è tempo per ricordi ripercorsi col sorriso, esattamente come quel malato terminale amico del padre di cui uno dei preziosi e dolci racconti illumina il discorso di pura, autentica condivisione. Che sia un rapporto privilegiato, quello tra padre e figlia, non lo testimoniano solo l’agnosticismo o l’avversione per il bridge (intrattenimento prioritario di Miche, la madre, che non mette mai il naso fuori di casa, timorata di dio e vittima di nevrosi e fobie istrioniche), ma quella lingua, l’inglese, che il padre (un Dirk Bogarde eccellente, a dodici anni dal suo ultimo film – e anche lui ne ha passate tante in quel lungo periodo) continua a utilizzare essendo la sua “madre” nell’esprimersi (ennesimo accostamento a ‘Round midnight!). La lingua attraverso cui viene ripristinato, o meglio intessuto, un legame.
Una levità intangibile permea l’intero tempo che trascorre, un tempo sospeso, dimenticato… un sovrappiù rispetto alla dignità dinanzi ad una malattia feroce e subdola. Talvolta Caroline prova un dolore spietato, quando si accorge che la fine è vicina, ma non ha paura di sentirsi dire dall’infermiera che manca poco tempo al momento fatidico. Certo, non si può mai immaginare che sia “così vicino”, forse la speranza inconscia, pur nell’esercizio estremo della razionalità, langue e si fa strada nel pensiero quotidiano. E Daddy, che di dignità ne ha eccome, non intende mostrare alla figlia i segni del male incurabile che avverte sempre più penetrante e dominante.

“Ci saranno nuvole di whisky lassù per le anime degli alcolizzati”
“Se Dio esiste, dovrebbe pensarci”
“Per quanto ne so, non è di così larghe vedute… Credi che esista?”
“Al cinquanta per cento”
“Non dico Dio con barba e colombe. Parlo di una vita dopo la morte”
“Spaventato?”
“No. Arrabbiatissimo. Non sono pronto ad andarmene. Mi irrita pensare che la vita s’interromperà all’improvviso. E soprattutto che andrà avanti senza di me. Non mi piace per niente. Noi abbiamo talento per la vita. Non sprecarlo.”

In effetti stava male, ancora peggio che negli ultimi giorni. Allora bevve con Caroline per non farla spaventare, per non sciupare quella giornata che doveva essere scoppiettante di felicità. Tanto aveva preso l’abitudine di dissimulare la sua sofferenza dietro una disinvoltura elegante e ironica che aveva sviluppato come una seconda natura, e quando s’informavano con troppa insistenza della sua salute, aveva l’impressione di essere colto in flagrante reato di menzogna. Fu solo quando volle mostrarle uno dei paesaggi che avevano segnato la sua infanzia, e che per miracolo era scampato al massacro generale, che la rigidità del suo passo, del suo atteggiamento, risvegliò dei sospetti in Caroline. Nel tentativo di sviarla, lui si mise allora a parlarle più gravemente, non della sua malattia e delle sue angosce, ma dei suoi viaggi…

Ritengo che Tavernier abbia inteso esorcizzare la Morte, più che la “sua” morte famigliare. Ritengo che abbia creato un’oasi comune, generica, di pensiero e condivisione, ricorrendo al suo Cinema. C’è del ritorno (Una domenica in campagna, come detto, soprattutto) e del nuovo. Mentre la vita scorre nell’ambito privato, il Cinema mostra di aver già parlato di ciò che “sarebbe accaduto”. Naturale quando si parla di quello che penetra le mura domestiche con disinvoltura, fin dal primo film, cogliendo abiti disfatti (la camera di Caroline) con carrellate lunghe e morbide, accoglienti fino a farci respirare l’odore del whisky e l’effetto del mare d’inverno.

Allora Caroline vagò per la città, a lungo. Non aveva la forza di fermarsi, né di sedersi in un caffè. Attraversò le strade senza vedere niente andando diritta davanti a sé, gli occhi spalancati come le aveva suggerito suo padre, perché la dolcezza di vivere è così effimera, amore mio. La dolcezza di vivere, la dolcezza di vivere… glie ne aveva parlato spesso, ma sempre al passato, come di una felicità che era andata in frantumi un poco alla volta, che lui aveva smarrito lungo la strada. Senza dubbio gli sarebbe piaciuto che lei si chinasse per aiutarlo a raccogliere i pezzi e a rimetterli insieme. Senza dubbio gli sarebbe piaciuto parlarle ancora e ancora fino a confessarle le sue paure, fino a che lei sarebbe riuscito a riscaldarlo. Ma lei era partita, e lui non aveva avuto la forza di aspettare il suo ritorno. L’indomani, si sarebbe confrontata con il viso sfatto di sua madre al capezzale di un vecchio giovanotto nato tra le due guerre. E il tempo sarebbe stato splendido. Allora Caroline avrebbe aperto le finestre e sua madre le avrebbe chiesto “A che serve ormai?”.
“A far finta di vivere, in attesa che ce ne torni la voglia”.

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