American gothic (di John Hough, 1988)

Titolo e locandina ricalcano il celebre e raccapricciante dipinto di Grant Wood.
Non c’è via di scampo, e non lo segnala né il guasto all’aereo né l’incendio alla barca malandata. Il bigottismo della cellula della provincia americana non mantiene nulla in vita. La tesi del film è che essa equivalga ad una forma di malattia mentale. Cynthia è dunque il personaggio-chiave. Il lettino attraverso cui la camera la osserva nel finale da un’altra prospettiva, più reale di quanto sembri, corrisponde ad una serie di sbarre.
E’ interessante ravvisare come sull’isola il tempo si sia fermato sessant’anni prima e come gli oggetti inanimati, marci e putridi prevalgano alla carne fresca, al vigore della ragione. Che i ragazzi non ci mettano altrettanta capacità di pensiero, questo è un altro dato di fatto, ma secondo me ciò aderisce ad un offuscamento della ragione di natura diversa, da cliché del film horror (in primis le sequenze dell’altalena e dello sparo del razzo). Occorre distinguere dunque quasi chirurgicamente il valore caustico del film, evidentissimo, da quello di horror in quanto tale. Se la mettessimo spudoratamente su una questione di genere, American Gothic risulterebbe un horror qualunque, formalmente trascurato, debitore a Non aprite quella porta e troppo poco splatter. Solo considerandolo nella sua interezza ottiene l’apprezzamento che gli spetta.
Si censura abbastanza, particolare che ho gradito molto. Ad esempio nella sequenza dello stupro molto viene lasciato ad intendere; la camera è lontana, la ragazza non viene che parzialmente spogliata dinanzi agli occhi dello spettatore. Il film probabilmente si sarebbe allontanato eccessivamente dal suo obiettivo primario. Ciò non significa affatto che quanto mostrato non sia forte, anzi.
Yvonne De Carlo e Rod Steiger servono tutta la propria esperienza e mestiere; interpreti eccellenti per rendere l’inquietudine dietro la maschera del perbenismo come qualcosa di realmente tangibile.

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