Addio a ieri (La ragazza senza storia) - di Alexander Kluge, 1966

"Se la condannata non ha un domicilio proprio, ci diamo da fare per accoglierla nella nostra comunità. Questo non succede ovunque perchè richiede idealismo."

Per la sua opera prima Alexander Kluge si basa su un suo testo antecedente di quattro anni, dai contenuti forti, che ripercorre le vicissitudini di una impiegata ladruncola della Germania Est che fugge nella Germania Ovest in cerca di una vita più dignitosa, pochissimi anni prima della costruzione del muro di Berlino. Con questo film il regista inconsapevolmente pone le basi per un "nuovo inizio" all'interno della cinematografia del proprio paese diviso, quel Nuovo Cinema Tedesco che fino ad allora in quattro anni di effettiva esistenza (a partire dalla sottoscrizione del manifesto di Oberhausen del 1962 di cui lo stesso Kluge era stato uno dei promotori) aveva stentato a decollare. Lo stile è fortemente influenzato dalla Nouvelle Vague francese ma Kluge è un regista assolutamente unico nel suo genere e lo mostra fin dall'inizio con uno stile simil-documentaristico fatto di giustapposizioni, citazioni, filmati d'epoca, cartelli da film muto, manipolazioni del sonoro, interviste, voci fuori campo, brusche accelerazioni. Addio a ieri (trad. ad litteram), sfrontato e forse grezzo come tante opere prime, appare al tempo stesso un film perfetto. La narrazione segmentata e incongrua lascia spazio ad una serie di situazioni pregnanti nel connotare un disagio concreto, lo sviluppo di una fobia sociale tormentata e soffocante. La protagonista non trova via di uscita e affondati i propri ideali di costruzione di sè stessa preferisce il carcere alla vita al di fuori di esso. Un paradosso, ma credibile in una nazione poco credibile come la Germania del tempo, senza storia, appunto, e profondamente spaccata (l'iniziale distinzione tra "furto" nella Germania Ovest e "esproprio" nella Est la dice lunga). Anita in quanto emblema di un percorso di ricerca si contraddistingue come prototipo delle protagoniste dei film successivi del regista, e il suo tormento si caratterizza come lo specchio di un'intera nazione. All'unisono la convergenza vira tra un passato inesistente, un presente confuso e contraddittorio, e un futuro incerto. Anita deve scontrarsi con una realtà idealizzata ma non differente da quella con cui si è confrontata nella sua "vita precedente", a Lipsia. La cultura è stata trasformata in un artificio inarrivabile (i dialoghi con il diplomatico che la seduce e poi l'abbandona, o con il professore universitario - quest'ultimo è Alfred Edel, attore-feticcio di Kluge - sono sintomatici di una differenza sostanziale di linguaggio tra i cosiddetti "depositari" della cultura e i "disadattati"). Tutto il film è la sintesi di una (ri)costruzione fallace e confusionaria. Il linguaggio è denso perchè tale è la realtà descritta.
Sono le mura del recinto interno del carcere a scrutare Anita G. o viceversa? Il gioco di rimandi lascia un finale sospeso ma non troppo: la storia tedesca lo suggerisce.
Alexandra Kluge, sorella del regista, è la musa del regista ed è eccezionale.

Nessun commento: