Stella (di Sylvie Verheyde, 2008)

"Una volta, quando ero molto piccolo, mi trovai a giocare nel bosco verso quest'ora. La bambinaia s'era allontanata; io non lo sapevo e credevo di sentirmela ancora vicina. Improvvisamente qualcosa mi costrinse ad alzare gli occhi. Sentii di essere solo. Di colpo ci fu una quiete così profonda. E quando mi guardai intorno, mi sembrò che gli alberi schierati in circolo mi stessero guardando in silenzio. Scoppiai in pianto; mi sentivo abbandonato dai grandi, lasciato in balia delle cose inanimate. Che cosa sarà? Lo sento sovente. Quel silenzio improvviso, come un linguaggio che non possiamo udire?

A quella grande tensione, a quell'indagare un grave mistero, alla responsabilità di scandagliare correlazioni ancora indefinibili della vita aveva potuto reggere solo per un minuto; poi era stato di nuovo sopraffatto dalla sensazione di solitudine e di abbandono che sempre seguiva quando poneva a se stesso eccessive richieste. Sentiva: tutto questo è ancora troppo difficile per me. E i suoi pensieri si rifugiavano in qualcos'altro che era implicito in tutto ciò, ma soltanto nello sfondo e come in agguato: la solitudine.
Dal giardino deserto ogni tanto una foglia veniva a sfiorare volteggiando la finestra illuminata e tracciava una striscia chiara nell'oscurità che pareva ritrarsi e fuggire per rifarsi subito avanti e restare davanti ai vetri immobile come un muro. Quell'oscurità era un mondo a sé. Era calato sulla terra come un'orda di neri nemici e aveva sterminato o cacciato gli uomini, o comunque fosse ne aveva cancellato ogni traccia.
E Törless, così gli pareva, ne era contento. In quel momento non amava gli esseri umani, i grandi e gli adulti. Non li amava mai, quando faceva buio, era abituato a cancellarli dalla sua mente. Allora il mondo gli appariva come una cosa nera e vuota, e nel suo petto c'era un senso d'orrore, come se dovesse cercare stanza per stanza – stanze buie, dove non sapeva che cosa potesse nascondersi negli angoli -, varcare timoroso le soglie che nessun altro avrebbe mai più varcato… finchè in una camera le porte si sarebbero spalancate davanti a lui e richiuse alle sue spalle, ed egli avrebbe visto di fronte a sé la signora di quelle orde nere. E allora si sarebbero chiuse di colpo tutte le porte dov'era passato, e solo lontano, fuori le mura, le ombre dell'oscurità sarebbero rimaste a guardia come neri eunuchi, sventando ogni approccio umano.
Così egli si raffigurava la propria solitudine, dacché l'avevano abbandonato in quel bosco dove aveva pianto così amaramente. Aveva per lui un fascino di una donna e di una cosa disumana. La sentiva come si sente una donna, ma il suo respiro gli serrava il petto, il suo volto era un turbinoso oblio di tutti i volti umani, e i suoi gesti erano brividi che gli scuotevano il corpo. Aveva paura di quella fantasia, perché era conscio della sua perversione segreta, e il pensiero che tali immagini potessero diventare sempre più padrone di lui lo spaventava. Ma lo coglievano proprio quando si credeva più serio e più puro. Forse era una reazione ai momenti in cui egli presentiva altre commozioni che già si preparavano in lui ma che non corrispondevano ancora alla sua età. Perché nello sviluppo di ogni sottile forza morale vi è uno stadio primitivo in cui essa indebolisce l'anima di cui sarà forse un giorno la sua più audace esperienza; quasi che le sue radici dovessero prima affondare a tentoni e sconvolgere il terreno che più tardi esse sosterranno; ed è per questo che i giovani con un grande avvenire possiedono per lo più un passato ricco di umiliazioni."


(Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless, pagg. 32-33-34, Einaudi editore.)

Stella matura attingendo dalle proprie risorse. Avvalora le proprie percezioni.
Dinanzi ad un contesto che le impone fretta, attende il proprio momento.
Impara a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato identificando la propria maturazione interiore non con ciò che le risulta vantaggioso, ma che la fa sentire viva.
E' per questo che sequenze come le lacrime dinanzi ad un passo della Duras, i primi dischi ascoltati e memorizzati nel silenzio di una stanza, la condivisione di un panorama con la sua amica autentica (il rispecchiamento nella diversità), spazzano via ogni altra perifrasi sull'adolescenza.
Non c'è nessun attacco al sistema scolastico, né a quello famigliare. Certo le istituzioni sono affrontate e non senza un piglio critico, ma non rappresentano la fonte, bensì la cornice di un individuo, come è lecito che sia.
La regista francese racconta in maniera disomogenea ma pertinente ed efficace. Attribuisce una naturale dignità alla sua protagonista, ed evita di scivolare in patetismi o tragedie.
Cadono di conseguenza, inconsistenti, i paragoni forzati e risaputi con I quattrocento colpi. Come se dietro ogni film sull'adolescenza, per di più francese, ci fosse solo quel modello, ingombrante e ossessionante.

Nessun commento: