Pill 37

Hermann Hesse, Sull'amore, Mondadori editore.

L’amore non esiste per renderci felici. Io credo che esista per dimostrarci quanto sia forte la nostra capacità di sopportare il dolore.

(pag. 21)

Che una persona non possa ottenere e avere per sé sola colui che ama è il più frequente dei destini, e dominare tale destino significa: sottrarre a questo oggetto il sovrappiù di passione e di dedizione di cui si è in possesso, grazie al proprio amore e dedicarlo ad altri scopi: il lavoro, l’impegno sociale, l’arte. Questa è la via su cui il vostro amore può diventare fertile e colmarsi di senso. Il fuoco da cui ora lasciate bruciare soltanto il vostro cuore non è di vostra proprietà, appartiene al mondo, all’umanità, e da una tortura si trasformerà in una gioia se voi lo renderete fertile.

(pag. 87)

Sento la solitudine circondarmi come un lago ghiacciato, sento la vergogna e la follia di questa vita, sento fiammeggiare crudelmente il dolore per la perduta gioventù. Fa male, certo, ma almeno è dolore, almeno è vergogna, almeno è tormento, almeno è vita, pensiero, coscienza…
E invece della risposta, che del resto non mi aspetto, trovo nuove domande. Per esempio: quanto tempo è passato? Quando sei stato giovane per l’ultima volta?
Rifletto, e il ricordo raggelato comincia lentamente a fluire, si muove, apre occhi incerti e irradia improvvisamente le sue immagini luminose che dormivano, senza esser state perdute, sotto la coltre della morte.
Da principio mi sembra che le immagini siano antichissime, vecchie di almeno dieci anni. Ma l’attutito senso del tempo si fa sempre più vigile, svolge il metro dimenticato, annuisce e misura. Apprendo che tutte quelle cose sono assai più vicine tra loro di quanto credessi, e adesso anche la sopita coscienza dell’identità spalanca gli occhi orgogliosi e annuisce, confermando sfacciatamente le cose più incredibili. Cammina da immagine a immagine e dice: “Sì, questo ero io”, e così ogni immagine abbandona il suo stato di fredda e contemplabile bellezza e diventa un pezzo di vita, un pezzo della mia vita. La coscienza dell’identità è una cosa magica, assai lieta a vedersi e tuttavia inquietante. La si ha, eppure si può vivere senza di essa e lo si fa spesso, se non sempre. E’ magnifica, perché annienta il tempo; ed è malvagia, perché nega il progresso.

(pag. 100)

E’ inutile ripetere il vissuto. Potrei amare ancora molte donne, ancora per molti anni, forse, i miei occhi sarebbero limpidi e le mie mani tenere, e il mio bacio gradito alle donne. Ma dopo bisognerà prendere congedo. E il congedo che oggi posso prendere di mia volontà dovrà essere preso nella sconfitta e nella disperazione. E la rinuncia, che oggi è una vittoria, sarà soltanto un’onta. Per questo devo rinunciare fin d’ora, devo prendere congedo fin d’ora. Oggi ho imparato molto, ma ho ancora molto da imparare. Devo imparare da quella bambina che ci ha deliziati con la sua tacita danza. Quando ha veduto nella sera una coppia d’innamorati, l’amore è fiorito dentro di lei. Un’onda precoce, un trepido e gioioso presentimento del piacere è corso nel sangue di quella bambina, e lei ha cominciato a danzare, dato che non sa ancora amare. Anch’io devo imparare a danzare, devo trasformare la brama del piacere in musica, la sensualità in preghiera. Allora potrò sempre amare, allora non dovrò più ripetere inutilmente cose già vissute. E’ questa la via che voglio percorrere.

(pagg. 146-147)

AMORE

Di nuovo chiede la mia bocca lieta
d’esser benedetta dal tuo bacio,
voglio tenere le tue care dita,
ripiegarle per gioco tra le mie,
il mio sguardo assetato del tuo appagare,
nei tuoi capelli sprofondare il viso,
con membra sempre vigili e fedeli
rispondere allo slancio delle tue,
rinnovare con fiamme sempre nuove
la tua bellezza mille e mille volte,
finché, beati e grati entrambi al fato,
abiteremo sopra ogni dolore,
finché il giorno e la notte, il presente e il passato
accoglieremo con fraterno amore,
finché al di sopra d’ogni agire umano
trasfigurati vagheremo in pace.

(pagg. 158-159)

Solo la scissione e la contraddizione rendono ricca e fiorente una vita. Che cosa sarebbero la ragione e la lucidità senza la coscienza dell’ebbrezza, che cosa sarebbe il piacere dei sensi se non avesse la morte dietro di sé, e che cosa sarebbe l’amore senza l’eterna inimicizia mortale dei sessi?

(pag. 169)

L’errore di queste domande e di questi lamenti sta probabilmente nel fatto che vorremmo ricevere dall’esterno, come un dono, quello che noi stessi, donandoci, possiamo conquistare dentro di noi. Pretendiamo che la vita abbia un senso – ma la vita ha esattamente la stessa quantità di senso che noi stessi siamo in grado di darle. Siccome il singolo ne è capace solo imperfettamente, le religioni e le filosofie hanno cercato di rispondere a questa domanda in termini consolatori.
Queste risposte arrivano tutte alla medesima conclusione: la vita ricava senso soltanto dall’amore. Vale a dire: più siamo capaci di amare e di donarci, più la nostra vita si colma di senso |…|
Lei va a cercare conforto nella natura, e si sente deluso perché questa natura se ne sta lì “passiva e apatica”. Ma quanta simpatia ha donato alla natura, lei? Non ha visto e non ha sentito, lei, come sia dura anche la sua vita, come dal maggiolino all’albero ogni essere debba combattere, lavorare, soffrire, rinunciare, come debba inserirsi nel Tutto e piegarsi alle sue leggi a prezzo di lotte e di sacrifici. Anche lei, dunque, è stato apatico e freddo nei confronti della natura. – Ecco il problema. E su questo non dirò più una parola, lei stesso deve meditarci sopra.

(pagg. 179-180)

Quando un uomo pretende molto da se stesso io lo capisco e lo approvo, ma se egli estende questa pretesa agli altri e fa della sua vita una “battaglia” per il bene devo astenermi da ogni giudizio, perché io non tengo in alcun conto battaglia, azione, opposizione; credo di sapere che ogni volontà di trasformazione del mondo conduce alla guerra e alla violenza e pertanto non posso aderire a nessuna opposizione, dato che non ne approvo le estreme conseguenze e considero insanabili l’ingiustizia e la malvagità sulla terra. Ciò che possiamo e dobbiamo trasformare siamo noi stessi: la nostra impazienza, il nostro egoismo (anche quello intellettuale), la nostra suscettibilità, la nostra mancanza d’amore e d’indulgenza. Ogni altra trasformazione del mondo, anche se fosse guidata dalle migliori intenzioni, la considero inutile.

(pagg. 182-183)

Il molle è più forte del duro.
L’acqua è più forte della roccia.
L’amore è più forte della violenza.

(pag. 183)

Se qualcuno biasima un libro o un’opera d’arte che le è cara, è inutile che lei si ribelli o cerchi di difendere il libro. Bisogna essere fedeli al proprio amore e bisogna professarlo apertamente, questo sì, ma non bisogna litigare sull’oggetto del proprio amore. E’ inutile. I libri dei poeti non hanno alcun bisogno di spiegazione o di difesa, sono estremamente pazienti e sanno aspettare, e se valgono qualcosa vivranno.

(pag. 184)

Il richiamo della morte è anche un richiamo d’amore. La morte è dolce se le facciamo buon viso, se la accettiamo come una delle grandi, eterne forme dell’amore e della trasformazione

(pag. 184)

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