Pill 35

La storia dei cappi

Ad alcuni cittadini, evidentemente, la morte di Ulrike Meinhof non bastava.
Un’associazione per il gioco dei birilli inviò dieci marchi al tribunale di Stammheim affinché potessero comprare i cappi anche per gli altri imputati. Il giudice destinò la somma alla cassa del tribunale, registrandola sotto la voce “entrate di origine incerta”. La lettera di accompagnamento, invece, fu consegnata ai detenuti. Ma nelle celle del braccio di massima sicurezza non arrivavano soltanto missive anonime.

Un anno e mezzo dopo, quando una commissione d’inchiesta avrebbe indagato sulle circostanze della morte di Baader, Ensslin e Raspe, il presidente della commissione Rudolf Schieler avrebbe chiesto al funzionario Bubeck quale fosse stato il rapporto tra agenti di custodia e i detenuti.
Bubeck rispose che, nel complesso, le cose non andavano poi tanto male; però, quando succedeva “qualcosa” all’esterno, erano gli agenti che ne scontavano le conseguenze.
Schieler gli chiese che cosa intendesse dire.
“Insomma, quando ai detenuti arrivavano lettere anonime contenenti cappi o altri oggetti con l’invito a impiccarsi e la censura li faceva passare.”
Il dottor Schieler chiese con una certa irritazione: “Che cosa, i cappi o le lettere?”.
“I cappi e le lettere” rispose Bubeck.
I volti dei membri della commissione avevano assunto un’espressione di indicibile stupore. “Anche i cappi?” chiese uno dei deputati, nel silenzio assoluto.
“Si, anche i cappi” disse Bubeck.
“I cappi?” ripeté il presidente.
“Si, i cappi, esatto” confermò Bubeck.
I componenti della commissione d’inchiesta si scambiarono sguardi terrorizzati. “No, non può essere vero” si lasciò sfuggire un deputato.
“No, no, è proprio vero” disse Bubeck. Sembrava non capire che cosa i membri della commissione trovassero di tanto sconvolgente nel suo racconto.
“Scaricavano tutto addosso a noi… ci avevano incolpato della morte della Meinhof. Insomma, poteva capitare che se la prendessero con gli agenti.”
“Incredibile…” esclamò un membro della commissione.
Il presidente Schieler cercava invano le parole: “signor Bubeck, lei ci riserva… No, innanzitutto le voglio dire: non vi invidiamo per le responsabilità che vi siete dovuti assumere, lei e i suoi colleghi. Non che la posizione di un parlamentare sia poi sempre così semplice…”.
I colleghi di Schieler scoppiarono a ridere.
Un deputato della Cdu interloquì: “…ma preferibile, in ogni caso!”.
Quando le risate cessarono, il presidente riprese la parola: “Lei però ci ha riservato la sorpresa bella e buona, affermando che la censura della corrispondenza o delle lettere abbia fatto passare oggetti come cappi con tanto di esortazione scritta allegata: prendete e impiccatevi!”.
In aula si udirono di nuovo delle risate.
“Si, in effetti sono passati” annuì Bubeck.
Il presidente chiese: “Chi è competente nel vostro istituto per la censura delle lettere e per tutta questa storia?”.
“Non era l’istituto, ma il tribunale.”
I deputati erano sempre più sconcertati. Che la direzione del penitenziario avesse potuto chiudere un occhio su una cosa del genere, erano disposti ad ammetterlo, qualche funzionario di basso rango, magari… Ma che il presidente del tribunale avesse lasciato passare un cappio andava al di là della loro immaginazione.
“E così è stato il tribunale” osservò il presidente.
“Scusi, ma il tribunale li aveva visti, i cappi?” chiese uno dei componenti della commissione.
“Si” rispose Bubeck.
“Il tribunale li aveva visti e li ha lasciati passare?!” ripeté un altro, incredulo.
“Si.”
“Com’erano fatti questi cappi?” volle sapere il presidente.
Il funzionario indicò con le mani una lunghezza di circa ottanta centimetri.
“Mah, una corda di canapa, così…”
“Dunque abbastanza robusta” fece notare Schieler.
“No, non tanto” lo corresse Bubeck. “Un normale laccio per i vitelli, ma comunque…”
Schieler completò la frase: “…ma comunque sarebbe bastato…”
“Si, sarebbe bastato” confermò il funzionario. “E, in ogni caso, ci tengo a precisare che di oggetti simili nel penitenziario ce ne sono parecchi ovviamente, senza bisogno che ce li spediscano…”
Vari deputati dissero contemporaneamente, in svevo (il dialetto in cui si era svolto tutto l’interrogatorio): “…ma questo è un altro conto”.
“Ma quindi il destinatario chi era?” chiese un deputato.
Prima che Bubeck potesse rispondere, il presidente esclamò: “scusi, ma le devo fare un’altra domanda stupida qualora la censura del tribunale lasci passare una lettera contenente oggetti che possano mettere a rischio la sicurezza dell’istituto, voi potete prelevarli o ce li dovete lasciare?”.
Un componente della commissione gridò: “Ecco, sì, come sarebbe andata con un’arma, per esempio?”.
Bubeck si girò verso di lui: “per quanto riguarda quest’ultima osservazione, certo, un’arma è chiaro… Ma nel caso del cappio non avevamo alcuna…”.
Un deputato ipotizzò: “Magari anche le pistole sono arrivate per posta…”.
In aula scoppiarono a ridere.

(Stefan AustRote Armee Fraktion, pagg. 321-322-323, ilSaggiatore editore)

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